domenica 7 giugno 2009

Omelia del giorno 7 Giugno 2009 di Mons. Riboldi


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Omelia del giorno 7 Giugno 2009

Santissima Trinità (Anno B)
Solennità della SS.ma Trinità

Mi ha sempre fatto impressione visitare gli orfanotrofi o vedere bambini, che non hanno conosciuto papà e mamma. A parte il fatto che non saremmo vivi, se l'amore di papà. e mamma non avesse permesso a Dio Creatore - il vero nostro Papà - di farci dono della vita, immenso dono, se la si interpreta con il Cuore di Dio.
Facendomi vicino a questi bambini 'orfani', e dando loro un minimo di tenerezza, reagiscono come se avessero trovato quello che manca, il cuore di papà, la sua guida, la sua protezione e la tenerezza della mamma. Si affezionano subito, come a cercare di appropriarsi di un aspetto importante della vita, che sentono mancare.
Non avere papà e mamma, è sentirsi 'diversi', 'incompleti'. Una diversità o incompletezza nel cuore, che segna profondamente il modo di vivere.
‘Come è un papà?’, con angoscia, mi chiedeva una volta un bambino, guardandomi fisso, come a cercare nel profondo dello sguardo una risposta, che intuiva, ma che le labbra non sapevano o non potevano dare. E quel bambino me lo chiedeva, dopo avergli raccontato familiarmente, la mia vita di bambino vicino a mamma e papà, con i miei fratelli.
Non seppi o non volli rispondere? E il bambino, come avesse compreso il mio imbarazzo, ma nello stesso tempo non volendo restare privo di una risposta, che riteneva troppo importante per il suo cuore, a bruciapelo mi chiese: ‘E tu, vorresti essere il mio papà?’. ‘Con tutto il cuore’ gli risposi. E spuntò un gran sorriso sul suo volto, come avesse scoperto la vita, uscendo dal buio del 'sentirsi senza un papà'.
Oggi, solennità della SS.ma Trinità, S. Paolo, nella lettera ai Romani, così descrive la incredibile paternità di Dio, verso di noi:
“Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi, per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito di figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà Padre!: Lo Spirito stesso attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli siamo anche eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze, per partecipare anche alla sua gloria” (Rom 8, 14-17).
I veri cristiani, che sanno entrare in questo ineffabile Amore, con cui il Padre avvolge la nostra vita, sentendo che appartengono a Lui, come a un Papà, conoscono la grande gioia, che deriva da questa che è la nostra vera identità di battezzati.
Non siamo mai soli, ma, con quanto afferma la Chiesa, porgendo il saluto all'assemblea, all'inizio della S. Messa, dico: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia sempre con noi”, ricordandoci così come tutta la SS.ma Trinità, esprime il Suo Amore per noi nell'Eucarestia ed è coinvolta nel cammino della nostra vita.
Così come inizia sempre tutte le preghiere con il segno della croce, come a ricordarci che tutto quello che facciamo o pensiamo avviene nel 'Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo': il segno della croce, visibilmente, fa presente l'Amore totale di Gesù, che ha dato la vita per noi. Davvero non siamo orfani eppure, forse, non lo sappiamo o non ci pensiamo.
Un segno che, secondo me, sembra riproporre la presenza della SS.ma Trinità nella vita quotidiana, è la famiglia, sempre che sia una bella famiglia.
Ricordo come mio papà, severo, ma di un'immensa bontà, era quello che dava sicurezza alla casa, indicava il cammino tutti i giorni, provvedeva al pane quotidiano e la sua presenza per noi (eravamo sette figli) era il segno della stabilità e della fiducia. Con lui presente c'era sempre la pace. Ci furono anni di grande carestia, perché aveva avuto un incidente sul lavoro ed era stato licenziato. Ma ripresosi, ogni giorno, dopo aver fatto colazione e recitato le preghiere del mattino con mamma, in bicicletta, qualunque fosse il tempo, andava in cerca di lavoro per assicurarci il pane. Meraviglioso papà! Ricordo il suo pianto irrefrenabile, per la gioia e la commozione, il giorno che a Novara venni consacrato sacerdote. Per l'emozione non riuscì a 'legare le miei mani', come la liturgia richiedeva.
Mamma era l'anima giusta della famiglia, quella che vegliava su tutto ciò che occorreva a ciascuno, con un amore e un sacrificio che spesso rivelava a noi, irrequieti: 'Siete la mia croce, come quella di Gesù, e la porto con amore'. Non riuscì a venire in Sicilia per la mia consacrazione episcopale, perché l'emozione e l'età la fecero ammalare.
In tutto regnava e si aveva il senso e la forza dell'amore, un grande e profondo amore.
Era come un effondersi della Trinità nella famiglia, e quanto sarebbe bello che fosse così in tutte le famiglie, 'chiese domestiche'!
“La Trinità - scrive Paolo VI, guida delle nostre riflessioni - è Dio eternamente generante in se stesso il Figlio; il suo stesso pensiero, il suo Verbo identico nell'identità di sostanza di Padre, di Figlio, spiranti l'amore, lo Spirito Santo. Unico essere divino, ma sussistente in tre Persone, eguali, distinte e coeterne, verità, eccedente la nostra capacità di conoscenza, essa tratta della vita stessa di Dio. S: Agostino dice, traendo dalle sue speculazioni teologiche: 'Io dico queste tre cose: essere, conoscere, volere. Io sono infatti, io conosco, io voglio'.
Noi sappiamo adesso che Dio è Padre. Padre per la sua stessa natura divina, in se stesso, nella generazione del Figlio suo unigenito: ed è perciò Padre di quel Gesù, il Cristo, che si è fatto uomo: uomo come noi, nostro simile, nostro fratello. Noi ora siamo confusi di dovere appena accennare in modo sfuggente, quando l'importanza dovrebbe arrestare qui il nostro discorso. Dio è Padre, ha generato il Figlio primogenito, Dio da Dio, e, per la generazione in noi, mediante Cristo, elargita nello Spirito Santo. Qui la nostra fede, qui la nostra religione, qui il nostro battesimo, da qui il nostro volo nel mistero della vita divina, da qui la radice della nostra fratellanza umana. Dio è Padre dunque ci ama. La nostra religione non può che essere beata, serena, dominata da una sola parola filiale. Sì, o Padre, la nostra felicità è tutta in questa parola: Padre.
E questa parola, Padre, Gesù ci invita a farla conoscere a tutti; che tutte le labbra, in tutti i cuori ci sia la gioia di dialogare con il Padre, con la preghiera che il Figlio ci ha insegnato, preghiera insuperabile:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo Regno e sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male."
È una preghiera, direttamente nata dal Cuore di Gesù, Figlio Unigenito, che, contemplata e recitata con il cuore, dovrebbe farci gioire, e tanto, come in un dialogo con il papà.
Non sono mezze parole come usiamo noi. Trasmettono la grandezza del cuore del Padre, che si rivela e dialoga con le creature che ama, come si amano i figli.
È un poco come io parlo di mio papà e di mia mamma.
Tutti si accorgono che, descrivendo un rapporto di affetto, è come dipingere il cielo di colori.
Gesù, ogni volta che nel Vangelo parla del Padre e Lo prega, è come se spalancasse le porte del Paradiso per dirci. 'Guarda come è Tuo Padre; guarda di chi sei figlio; guarda come sei amato!'. Così parlava Mosè al suo popolo: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e dall'estremità all'altra, vi fu mai una cosa grande come questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu e ne rimanesse vivo? Sappi dunque e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù e quaggiù sulla terra: e non ve n'è un altro. Osserva dunque la sua legge e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te” (Dt 4, 32-34).
Davanti a questo cielo di amore della Trinità, continuamente aperto su di noi o, meglio, in noi, ci viene da domandarci: Come mai noi uomini siamo tanto lontano dalla gioia divina? Come mai ci rendiamo così irriconoscibili, da sembrare tragiche maschere, più che immagini viventi di una bellezza e di una felicità infinita, che ci viene dal Padre?
La risposta è semplice: viviamo, spesso per ignoranza, come fossimo orfani o, peggio, come maschere da strada senza volto, perché, per presunzione o errato senso di autosufficienza, abbiamo rifiutato la gioia offerta dal Padre.
Da qui l'invito di Gesù ai suoi apostoli: “In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando Lo videro, gli si prostrarono innanzi: alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato oggi potere in cielo e in terra: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 16-20).
Non ci resta, in questo mondo che soffre proprio perché è 'orfano del Padre' e per questo si affida ad altri che sono mercenari e non padri, di riportare e rivivere il dono offertoci dal nostro Dio Trinità.
Non dimentichiamo mai che, nella fatica quotidiana, non siamo soli, mai e poi mai soli, ma c'è Dio che ha detto, per bocca di Gesù: IO SONO CON VOI SEMPRE FINO ALLA FINE DEL MONDO.
Un'incredibile compagnia!

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
email: riboldi@tin.it

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