lunedì 27 aprile 2009

Omelia del giorno 26 Aprile 2009 di Mons. Riboldi

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Omelia del giorno 26 Aprile 2009

III Domenica di Pasqua (Anno B)

Resta con noi, Signore, si fa sera


È un grande dono di Dio quello di conoscere la serenità e la gioia intima che è un segno della presenza del Signore, nonostante le tante prove che la vita ci offre.
Facile chiedersi, in quella tristezza che facilmente diventa sensazione di 'solitudine' o di frustrazione, se tutto quello che avevamo sperato, per cui si era dato tutto, sia un fallimento interiore.
Quanta gente triste incontro nella mia vita di pastore: una tristezza che è quasi sempre la sensazione che manchi la speranza o si sia spento ogni punto di riferimento ... e la vita diventa un deserto! È facile incontrare persone tristi e senza speranza: è la realtà quotidiana. E quando ne chiedi la ragione, il più delle volte non la sanno neppure loro. È come fosse mancata la terra da sotto i piedi della vita, che chiede invece solidità.
Quanti uomini, donne, che avevano creduto nell'amore ed avevano costruito sogni di felicità, a volte senza solide fondamenta, vedono poi tutto fallire, come se quello in cui si era creduto fosse solo il sogno di una notte. Fratelli e sorelle, che hanno la sensazione di essere in una tempesta, che li travolge. E, quello che è peggio, non trovano chi abbia la parola giusta, per ridare senso e speranza nella vita. Casualmente mi ero seduto su di una panchina, in una città, in attesa di una persona.
Vicino a me un uomo ancora giovane e dall'atteggiamento che la diceva lunga sulla sua nobile provenienza: 'Avevo tutto: ricchezza, casa, famiglia. Avevo messo ogni mia speranza nella ricchezza, nel soldo. Un inatteso fallimento mi ha gettato, come vede, sulla strada. Abbandonato dai miei cari, come se non esistessi più; dagli amici, che fanno di tutto per non riconoscermi, essendo caduto in disgrazia; bisognoso di amore, ma non ne trovo una briciola. Più che vivere, sopravvivo, come un naufrago. Eppure a me basterebbe il sorriso di una persona che mi si faccia vicina, per dirmi che per lei esisto. Ma nel mondo non c'è pietà'. Lo lasciai parlare e alla fine lui stesso si meravigliò per l'ascolto e mi disse: 'Resti con me ancora un momento, è come riavere il sapore della vita'.
Come lui ci sono tanti, più di quanto pensiamo, che sono 'soli e tristi'.
Quel giovane uomo ha ritrovato parte della sua serenità: L'ho ancora incontrato ed ho saputo che è riuscito a ricrearsi una vita, ma non ponendo più la speranza sui beni o su false sicurezze nelle cose. Ha fatto della sua esistenza un dare speranza a chi non ne ha, dirne fece Gesù con i due discepoli di Emmaus, dì cui ci narra la vicenda il Vangelo di oggi.
Avevano ritrovato in Gesù l'Amico in cui avevano creduto e che avevano seguito, riconoscendolo nello spezzare il pane. È un racconto che per me è diventato stile di vita, sempre, soprattutto nei momenti di tristezza. Mi sostiene sempre e tante volte ripeto: 'Resta con me, Signore, perché si fa sera'. Così lo racconta l'evangelista Luca: “In quello stesso giorno, il primo della settimana, due discepoli erano in cammino per un villaggio, distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus e conversavano su tutto quello che era accaduto... Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino? Si fermarono con il volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? Domandò: Che cosa? Gli risposero: Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in parole ed opere davanti a Dio e a tutto il popolo. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…e Gesù: Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella gloria?
E incominciò a spiegare loro le profezie. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino. Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. ed ecco i loro occhi si aprirono e lo riconobbero” (Lc 24, 13-55).
Si rimane senza parole, o meglio sorge spontaneo affidarsi alla contemplazione di Gesù, che si fa vicino, proprio quando conosciamo smarrimento e solitudine.
È incredibile come Dio non sia mai distante da noi, non ci lascia mai soli, è sempre con noi, anche se a volte non lo riconosciamo. Egli è il solo amico fedele che sa consolare e dare certezze.
“Faremmo torto al Signore - affermava Paolo VI - se non avessimo confidenza in Lui: sarebbe segno che la nostra fede è ancora tanto debole, come debole era quella dei due viandanti, che partivano da Gerusalemme e andavano ad Emmaus. Costoro avevano avuto l'annunzio della Resurrezione di Cristo, ma era così strano, così incomprensibile l'annunzio che alcune donne avevano dato. 'Saranno donne - pensavano - che hanno intravisto e creduto di avere visto Gesù'. Perciò commentavano i fatti e se ne tornavano confusi e disorientati ad Emmaus.
`Perché siete tristi?'. Il Signore rimprovera i due viandanti, perché la loro fede non era solida, non avevano creduto, non avevano accettato questa stupenda rivelazione della resurrezione del Signore. Un maestro dello spirito conferma dicendo: 'Nella vita cristiana c'è una sola tristezza legittima, ed è quella che ci sorprende e ci deve prendere quando abbiamo mancato: i nostri peccati sono la grande tristezza. E per questi c'è il rimedio e lo devono avere e immediato'. E perciò la vita cristiana deve sempre avere questa lampada accesa su di sé : la gioia. Tutto deve svolgersi nel clima di una semplice ma serena pace, che parte dalla grazia di Dio, che consola le anime e le fa liete.
Vorrei domandarvi: avete mai incontrato un santo? E se l'avete incontrato ditemi: qual è la nota caratteristica che avete trovato in quell'anima? Sarà una gioia, una letizia così composta, così profonda, così semplice, ma così vera. Ed è questa trasparenza di letizia che ci fa dire: quella è davvero un'anima buona, perché ha la gioia nel cuore. Ebbene auguro a tutti voi che siete uniti a Cristo, io auguro che abbiate sempre la letizia nel cuore” (3 aprile 1961).
Torno a ripetere a me, a tutti, di non lasciarsi mai prendere da una tristezza, che non abbia il sottofondo della speranza. Gesù ce lo ha promesso, ed è vero, non ci lascia mai soli.
Se non ci accorgiamo della Sua presenza è solamente perché abbiamo gli occhi totalmente rivolti a ciò che ci angoscia e non dà speranza. Sappiamo che Lui ci accompagna e ci chiede: 'Perché sei triste?'. “Se Cristo non fosse risorto - dice S. Paolo - la nostra fede sarebbe inutile”, ossia tutto l'uomo, la sua libertà, il senso della sua vita, il suo 'dopo', i suoi sacrifici dipendono dalla Pasqua di resurrezione. Troppo grande l'amore di Dio per essere abbracciato dalle nostre piccole braccia di uomini; troppo immenso per essere contenuto nella mente e nel cuore, che oltre ad essere terribilmente piccoli, rischiano di essere facile preda del dubbio e a volte sono anche gretti. Difficile, forse, amare 'in grande', credere 'in grande', superare i meschini confini delle nostre ristrette vedute umane, per entrare nella 'certezza di Dio'. E così, come i due di Emmaus, camminiamo in questo mondo con il cuore appesantito dalla tristezza. Ma Gesù conosce molto bene la nostra miseria: una piccola anfora sbrecciata che non riesce a contenere l'oceano divino. Ecco perché si avvicina a noi, se abbiamo il cuore aperto al Suo Amore, 'in punta di piedi', senza farsi riconoscere, con l'aria di chi non vive il nostro dubbio e ci chiede: 'Perché sei triste?'. Quante volte ci è accaduto. Sono troppe le circostanze che sembrano voler cancellare le tracce della sicurezza su questa terra: sicurezze che troppe volte siamo noi stessi a crearci, confondendole con le `tracce' di Dio. E quando poi, inevitabilmente svaniscono, ci sentiamo come 'morti'. Cominciano allora le domande angosciose, che a volte sfociano in drammi 'E adesso cosa farò?'. Abbiamo l'aria di tanti ciechi, che annaspano in una profonda nebbia, senza più voglia di sperare, di amare, come non ci fossero più certezze. È in questi momenti che pensieri e parole dovrebbero essere messe in disparte, per accostarci al `segno', che ha fatto sussultare di gioia i due di Emmaus: l'Eucarestia, 'lo spezzare il pane', conoscere l'Amore e affidarsi all'Amore, pregando con le parole del Salmo 4:
“Quando ti invoco rispondimi, o Dio, mia giustizia
dalle angosce mi hai liberato: pietà di me, ascolta la mia preghiera.
Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele:
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore.
Molti ci dicono: 'Chi ci farà vedere il bene?'
Risplenda su di noi; Signore, la luce del tuo volto.
In pace mi corico e subito mi addormento:
tu solo, Signore, mi fai riposare”.
Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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