lunedì 2 febbraio 2009

Pausa meridiana di Hermann Hesse



Sorride di nuovo limpido il cielo, su tutto danza una sovrabbondanza di luce. Il lontano paese straniero torna ad appartenermi, la terra straniera è diventata patria. Il mio posto è oggi accanto all'albero sul lago, ho disegnato una capanna con bestiame ed alcune nuvole. Ho scritto una lettera che non invierò. Ora itro fuori il mio cibo dal sacco: pane, salsiccia, noci, cioccolata.
Vicino c'è un bosco di betulle, là ho visto il terreno coperto di ramoscelli secchi. Mi viene vogli di fare un focherello, di tenermelo per camerata e di sedervi accanto. Vado là, raccolgo una buona bracciata di sterpi, vi metto sotto della carta ed accendo. Il fumo sottile sale leggero e gioioso, la fiamma rossochiara occhieggia singolarmente nella luce assolata del meriggio.
La salsiccia è buona, domani ne comprerò un'altra volta. Volesse Iddio che avessi con me un pò di castagne, per arrostirle!
Dopo il pranzo stendo la mia giaccia nell'erba, vi appoggio la testa e osservo come la mia piccola offerta di fumo si eleva nella trasparente altitudine. Mi rammento di alcuni canti di Eichendorff che conosco a memoria. Non mi vengono in mente molti, di alcuni mi mancano i versi. Recito i canti un po' cantarellandoli sulle melodie di Hugo Wolf e Othmar Schoeck. 'Chi vuol vagare in paese straniero' e 'Tu diletto fido suono', questi sonoi più belli. I canti di Eichendorff sono colmi di malinconia, ma la malinconia è soltanto una nuvola estiva, dietro c'è il sole e la fiducia. Questo è Eichendorff. In ciò egli sopravanza Morike e Lenau.
Se mia madre fosse ancora viva, ora penserei a lei e cercherei di dirle e di svelarle tutto ciò che volesse sapere di me.
Al suo posto giunge una fanciulla dai capelli neri, dieci anni di età, che osserva me e il mio fuoco, prende da me una noce e un pezzo di cioccolata, mi si siede vicino nell'erba e mi racconta delle sue capre e di suo fratello grande, e con la dignità e la serità propria dei bambini. Che buffoni siamo noi adulti! Poi deve tornarsene a casa, ha portato da mangiare a suo padre, fuori. Saluta garbatamente e prosegue nei suoi sandali di legno e calzettoni di lana rossa. Si chiama Annunziata.
Il fuoco si è estinto. Il sole si è impercettibilmente allontanato. Oggi voglio fare ancora un buon tratto di strada. Mentre faccio fagotto e annodo il mio sacco mi viene in mente ancora un canto di Eichendorff e lo intono in ginocchio:

Presto, ah, presto giunge il tempo silenzioso
che anch'io riposerò e su di me
sussurra la solitudine del bosco armonioso
ed anche qui nessuno si ricorda più di me.

Avverto per la prima volta che anche in questo soave verso la malinconia è solo un velo di nube. Questa malinconia non è che la tenue musica della caducità senza la quale la bellezza non ci tocca. Essa è priva di dolore. La prendo con me nel cammino e trotto felice proseguendo sul viottolo montano, il lago profondo sotto di me, costeggiando un ruscello di mulino con alberi di castagno ed una ruota addormentata, avanti nel giorno azzurro e silenzioso.

daVagabondaggio di Hermann Hesse - Tasc. Econ. Newton

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