venerdì 6 febbraio 2009

Omelia del giorno 8 Febbraio 2009 di Mons. Riboldi


Corsico (MI)

Omelia del giorno 8 Febbraio 2009

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Una giornata di Gesù tra noi


Piace a tutti, soprattutto a quelli che ci voglio bene, sapere come passiamo la giornata, come a voler entrare nella nostra vita o, almeno accompagnarci nella fatica e nella speranza.
Non è sempre curiosità, tante volte è amore.
Tanto è vero che il primo saluto, incontrandoci o telefonandoci, è: 'Come va'? cosa fai?'.
voglia di partecipazione, quella che fa uscire dalla tristezza della solitudine e crea comunione e condivisione di gioie e tristezze.
Purtroppo avviene poche volte oggi o, se avviene, c'è tanta superficialità - giusto un SmS!! -.
La Chiesa oggi, nel segno della profondità dei rapporti, in quel bisogno di 'stare' con l'amico, ci propone oggi proprio come era un giorno di Gesù tra la gente del suo tempo.
Aveva scelto di iniziare la Sua missione - difficile ma necessaria missione - sulle rive del Lago di Tiberiade, dove era facile incontrare le folle. Proprio per questo Gesù dava alla sua giornata, anzitutto, il primato della preghiera, poi la missione della Parola, quindi la solidarietà per le tante sofferenze: una giornata tutto Amore dal Padre a noi.
La preghiera era l'essenza stessa della Sua vita, il momento di intimità con il Padre, un'intimità in cui l'amore di Dio prendeva dimora tra di noi.
Come era infatti possibile camminare sulle vie tracciate dal Padre tra di noi, annunciare la Sua Parola, avere la forza di compiere fino in fondo la Sua volontà, chinarsi sulle nostre immancabili sofferenze e necessità, amarci in modo divino, irrepetibile, lasciandoci una testimonianza di come si deve amare: 'Amatevi come io ho amato voi', - dirà nell'Ultima Cena - fino a 'dare la vita' per noi, senza prima riempirsi del Cuore del Padre, che voleva la nostra salvezza con e nel Figlio a noi mandato?
Per questo fanno paura tanti fratelli cristiani che si gettano nella vita, senza avere una vita interiore profonda, ossia senza avere uno spirito di preghiera, che sia come la luce e la forza che ci guida là dove Dio ci vuole ed accanto a chi, bisognoso del nostro affetto, Lui ci affida.
Nel nostro tempo velocizzato spesso la preghiera è considerata una perdita di tempo.
‘I cristiani debbono perdersi - affermano in tanti - nelle necessità del tempo, perché gli uomini attendono la loro presenza. Pregare è come rubare il tempo alla carità’: una vera eresia! Risponde a tutti la saggezza ispirata di Paolo VI: “Avere una vita di relazione intensa con Dio nella preghiera non è estraniarsi dalla vita, ma è permettere a Dio di invadere la vita”. Purtroppo tanti si perdono miseramente, credendo di togliere spazio a Dio per perdersi nella corsa pazza tra gli uomini.
Una dura lezione!
Ricordo mamma - ed eravamo tanto poveri, di quella povertà materiale che però era grande ricchezza di valori e di amore - che ogni mattina iniziava la sua giornata, alzandosi presto per partecipare alla S. Messa, con qualunque tempo, e cosi cibarsi di Dio nella Comunione. Noi figli iniziavamo la giornata, appena svegli, con la recita delle preghiere e, prima di noi, lo stesso faceva mamma con papà, che si apprestava ad andare al lavoro: 'Senza preghiera non si va da nessuna parte', continuava a ripeterci.
Un grande esempio viene da Madre Teresa di Calcutta, che chiedeva alle sue consorelle di sospendere ogni forma di carità, per dedicare due ore di adorazione al Santissimo Sacramento.
E potremmo fare un lungo elenco di come tanti giovani, uomini e donne, iniziano la giornata nel Nome del Signore, incontrandosi con il Padre, fonte di ogni grazia, offrendoGli la giornata. Il Vangelo così descrive una giornata di Gesù: "Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con Lui si misero sulle sue tracce e trovatolo gli dissero: `Tutti ti cercano. Egli disse loro:`Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto! E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni". (Mc. 1, 29-39)
E, sempre Marco, prima, descrive Gesù vicino alla gente che Lo cercava:
“Gesù, uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servire. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, portarono a lui tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni, ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”.
Quella massa di ammalati nel corpo e nel cuore simboleggia molto bene l'umanità di tutti i tempi, compresa la nostra. La malattia, la sofferenza, sono il binario su cui viaggia la vita di ogni uomo, che lo voglia o no.
Così Giobbe, l'esperto del dolore, ne parla: “I miei giorni sono stati più veloci di una spola, sono finiti senza speranza”.
Sappiamo che malattia e sofferenza, in genere, sono le due travi che formano la croce su cui siamo crocifissi, ma su cui con noi é crocifisso Gesù, perché con Lui il nostro dolore possa divenire resurrezione e gioia.
Il Vangelo dice che Gesù di malati ne guariva 'molti' e non 'tutti'.
Poteva sembrare una discriminazione tra gli stessi sofferenti, ma Gesù voleva anche prendere le distanze da chi Lo vedeva solo come un guaritore, quando la Sua missione mirava a guarire le nostre anime, che è la guarigione più importante e necessaria per conoscere la felicità. Davanti a Lui e con Lui - e lo constatiamo nella nostra vita di fede - i due bracci della nostra croce quotidiana, possono diventare non solo dolore, ma Amore.
Noi, che siamo chiamati dalla carità, ogni giorno, a vivere nel cuore dell'umanità, davvero piena di sofferenti di ogni genere, capiamo molto bene che, non solo non riusciamo a raggiungere tutti quelli che soffrono, ma anche possiamo ben poco di fronte alle sofferenze, e sono tante_
Possiamo dare tutto il nostro affetto, la nostra solidarietà - e qui davvero il campo è vastissimo, anche se poco frequentato - ma spesso ci sentiamo impotenti, quasi con le mani legate. Sapeste, voi che con me cercate di seguire Cristo nelle sue gioie e sofferenze, come prego tanto di riuscire a sollevarvi dalle tante prove che sono il frutto della nostra fragilità di creature, della nostra debolezza, della nostra stessa esistenza 'quaggiù' !
Sapere di potervi donare, in qualche modo, nel Nome di Gesù, anche un briciolo di conforto e di speranza è già tanto. E ringrazio per questo Dio, che me ne dà la possibilità, con la Sua forza e potenza di Amore. Tutto questo lo leggo nelle vostre lettere.
Quello che ci auguriamo è che le nostre braccia si aprano sempre e le nostre mani non si nascondano in fondo alle tasche, come a difendersi dalla chiamata alla solidarietà.
La domanda che tanti si pongono, recandosi, per esempio, a Lourdes, è la stessa che può sorgere leggendo il Vangelo: 'Perché Gesù non guarisce tutti?'.
Ma davvero è così?
Occorre avere occhi di fede e si potrà vedere una guarigione diffusa: le conversioni e guarigioni dell'anima, la serenità donata a tutti, a cominciare dagli ammalati.
A volte, presiedendo la processione eucaristica, al momento di benedire i tanti malati in carrozzella o sulle barelle, mi commuovevo davanti alla serenità dei loro volti: questo è il vero miracolo! Disse il Santo Padre, nel suo pellegrinaggio a Lourdes, il 15 settembre dello scorso anno: “A Lourdes, nel corso dell'apparizione del 3 marzo 1858, Bernadette contemplò in maniera del tutto speciale il sorriso di Maria. Fu questa la prima risposta che la bella Signora diede alla giovane veggente che voleva conoscere la sua identità.
Prima di presentarsi a lei, qualche giorno dopo, come l'Immacolata Concezione, Maria le fece conoscere innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse questa la porta di accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero.
Nel sorriso della più eminente fra tutte le creature, a noi rivolto, si riflette la nostra dignità di figli di Dio, una dignità che non abbandona mai chi è malato. Quel sorriso, vero riflesso della tenerezza di Dio, è la sorgente di una speranza invincibile.
Lo sappiamo, purtroppo: la sofferenza prolungata giunge a volte a fare disperare del senso e del valore della vita. Quando la parola non sa più trovare espressioni adeguate, si afferma il bisogno di una presenza amorevole; cerchiamo allora la vicinanza di coloro che sono intimi per legame nella fede.
Vorrei dire, umilmente, a coloro che soffrono e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: volgetevi a Maria!
Nel sorriso della Vergine si trova misteriosamente nascosta la forza per proseguire il combattimento contro la malattia, in favore della vita.
Presso di lei si trova ugualmente la grazia di accettare senza paura né amarezza il congedo da questo mondo, nell'ora voluta da Dio.
Cercare il sorriso della Vergine Maria, non è pio infantilismo. In quella manifestazione molto semplice di tenerezza, che è il sorriso, percepiamo che la nostra ricchezza è l'amore che Dio ha per noi e che passa attraverso il cuore di colei che è diventata nostra Madre.
Cercare questo sorriso significa innanzitutto cogliere la gratuità dell'amore”.
E rivolto ai volontari, ai barellieri, a tutti:
“Maria vi affida il suo sorriso affinché voi stessi, nella fedeltà al Figlio suo, siate fonte di sorriso. Possiate portare il sorriso a tutti!”.
E unendosi ai malati e ai pellegrini, così pregò e quella preghiera vogliamo farla nostra, oggi: “Maria, poiché tu sei il sorriso di Dio,
il riflesso della luce di Cristo, la dimora dello Spirito Santo,
perché tu hai scelto Bernadette nella sua miseria,
tu che sei la Stella del mattino, la Porta del cielo e la prima Creatura risorta,
Nostra Signora di Lourdes, ascoltaci!”.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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