domenica 22 febbraio 2009

Omelia del giorno 22 Febbraio 2009


foto Giampaolo

Omelia del giorno 22 Febbraio 2009

VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

La più grande guarigione, quella del cuore


Siamo abituati - e giustamente - ad avere grande cura della nostra salute, perché da lei dipende il nostro benessere e, quindi, la possibilità di una vita tranquilla.
Ormai ci siamo attrezzati di tutti i farmaci disponibili, per fermare i primi sintomi di malessere e, a volte, sembra quasi che la salute del corpo - certamente un grande bene - sia il segreto della 'salute' del nostro io più profondo.
Ma è facile incontrare persone che sono in ottima salute fisica, eppure sono tristi o, peggio ancora, appartengono alla categoria di coloro di cui non ci si può fidare.
Quanti fratelli e sorelle ho incontrato, nella mia vita di pastore, a cominciare da quelli nelle carceri, fino a quelli che si incontrano quotidianamente, anche estremamente belli esteticamente, ma, `dentro', senza un briciolo di 'salute'.
Per molti di questi le affermazioni di coloro che sono in 'salute' non possono che apparire senza senso: `Mi sento bene 'dentro', sono in pace con Dio, con me stesso e con tutti. Faccio il mio dovere quotidiano con amore, come risposta alla volontà del Padre e, quindi, sono felice - per quanto è possibile su questa terra - tanto felice. La mia vita è amare ed essere amato'.
O, come di fronte ad una persona, che mi venne incontro abbracciandomi e sorprendendomi mi disse: 'Sono tanto felice 'dentro' e sento il bisogno di parteciparlo a chi incontro!'.
Gente davvero 'in salute', diciamo invece noi, rattristati da incontri con uomini, donne, giovani in apparenza 'sani', ma con negli occhi una sfida o una indifferenza verso tutti, che fa paura, e li rende come di ghiaccio, o come avvinti da un 'malessere' che dà fastidio e non si può togliere con i medicinali, perché 'è dentro' e sai che sei impotente e nessuno, se non Dio, può toglierlo: è un Suo Dono.
Il Vangelo di Marco, oggi, ci narra tutto ciò: "Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta ed Egli annunziava la Sua parola.
Si recarono da Lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo davanti, a causa della folla, scoperchiarono il tetto, nel punto dove egli si trovava, e fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati!
Seduti là erano alcuni scribi, che pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? Ma Gesù, avendo subito conosciuto il loro pensiero disse loro: Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo .lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua.
Questi si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (Mc 2, 1-12)
È davvero sconcertante questo racconto.
Anzitutto i parenti (credo) non si fermarono al fatto che tutto intorno alla casa vi fosse una calca che impediva di portare davanti a Gesù il malato, ma lo calarono dal tetto, dopo averlo 'sfondato': quando si è sicuri che il Messia può compiere il miracolo, non ci si ferma davanti a nessun ostacolo. Cosi come, a volte, tanti di noi, di fronte ad una grave malattia di un nostro caro, non si fermano e fanno il giro di tutte le cliniche e specialisti, non badando a spese, nella speranza di trovare una cura ed ottenere la guarigione.
Ma Gesù, davanti al paralitico, svela una 'malattia', che non è quella fisica - seppur grave, perché non lascia camminare - ma va oltre: guarisce dalla 'malattia', che è il peccato e che è la 'paralisi' più pericolosa, che non consente di vivere bene l'esistenza, perché la persona è frenata dal vizio e dal male.
Purtroppo molti neppure considerano questa terribile 'paralisi' e, pur avendo a portata di mano il Sacramento della Penitenza, o confessione, si disinteressano di 'camminare nella vera vita', ossia di guarire, riconciliandosi con Dio e i fratelli.
Forse tanti non riescono a calcolare la gravità di certi peccati, come la lussuria, la superbia, la violenza, il muro contro muro nelle famiglia o nella società e, anzi, hanno come l'impressione di `camminare speditamente'.
Si arriva al punto di vivere nel peccato come se niente fosse, non si ha neppure più il sintomo del male, che viene dal rimorso o da quel malessere, che ci accompagna quando non si è in grazia di Dio.
Non c'è nulla di più grave della 'paralisi' del peccato, che non ti fa più avere coscienza del male! Davanti, per esempio, alle tante vendette della malavita - o comunque la si chiami - tante volte mi chiedo: 'Non sentono il rimorso? Hanno mai conosciuto la gioia di chi è in grazia di Dio? O cercano di coprire il rimorso con la violenza gratuita ed arrogante? Come fanno a non sentire il peso di una vita insopportabile, invivibile, irrespirabile, non solo umanamente, ma soprattutto lontana dalla gioia di chi vive bene, ossia con l'anima in pace?'.
Mi piacerebbe chiedere ad ognuno di noi: Che cosa è più bello, importante, per una vita vissuta nella pienezza della gioia: guarire da qualche male o guarire dalla 'paralisi' della coscienza? È più `appagante' la pienezza di vita di coloro che sono in grazia di Dio o l'amarezza - spesso mascherata di cinismo e non confessata nemmeno a se stessi - che alla fine toglie anche la voglia di vivere?
Ma è davvero difficile conoscere la gioia della vita interiore, quando la coscienza è 'paralizzata' dal `cancro' del peccato.
Diceva il grande Paolo VI: "Si parla tanto di coscienza come somma ed unica norma della propria condotta, ma se la coscienza ha perduto la sua luce morale, cioè la sensibilità del vero bene e del vero male, sensibilità che non può essere avulsa dal polo dell'assoluto, dal riferimento religioso, dove ci può condurre? A quali esperienze ci può abusivamente autorizzare? Basterà il codice penale a rendere buoni, onesti, giusti, gli uomini? Le basterà una correttezza legale?
'lo sono un galantuomo, non faccio del male a nessuno, la mia fedina penale è pulita', basterà ad assicurare all'uomo il suo vero destino? E che diremo di quanti hanno soffocato la propria coscienza morale in omaggio ad una irrazionale libertà, una libertà passionale o venale o crudele o comunque una licenza ribelle alla legge divina? Una libertà, una licenza peccatrice?
Dio ci scampi da tale abuso della coscienza. Un giorno, quel giorno fatale del nostro diretto incontro con Dio, non potremo sentirci rispondere: Non ti conosco!
La nostra storia si fa drammatica. Chi ha la sapienza e il coraggio di guardarla con la coscienza morale, che apre gli occhi sul passato, si sentirà invaso da uno stato di tristezza, di paura, di tormento, il rimorso. È un momento critico ed intenso, al bivio di due strade decisive rivolte a direzioni contrarie: la disperazione (che Dio non voglia) o l'umile abbandono nell'ancora aperta misericordia di Dio" (12 febbraio 1975)-
Il peccato ci riporta alle nostre origini.
Dio cercò e cerca l'uomo, che aveva scelto e continua a scegliere se stesso, e, con voce paterna, certamente addolorata per il rifiuto del Suo Amore, lo interpella: 'Uomo dove sei?' e la risposta è stata e continua ad essere: 'Mi sono nascosto perché sono nudo!'.
Ma non ci si può nascondere per sempre.
Dio è il Padre della parabola del figlio prodigo, che sa attendere tutti noi che, a volte, scegliamo di lasciare la sua casa, per fare della vita un'avventura da balordi.
Attende che noi 'rientriamo in noi stessi e diciamo: Tornerò da mio Padre!'.
Il Padre non attende per punire, ma mostra la sua immensa gioia di averci ritrovati come figli, commosso ci corre incontro e ci getta le braccia al collo, dicendo: 'Facciamo festa!'. È, se vogliamo, la storia di noi vescovi e sacerdoti che, come il Padre, attendiamo sempre i figli che si perdono, che rientrino in se stessi e tornino a casa, per poter fare festa con loro, la Festa della Riconciliazione.
Ricorderò sempre quell'uomo che, a Lourdes, di sera, seduto sulle rive del Gave, aveva l'aria disperata e, volendola fare finita con una vita che davanti alla Mamma Celeste era ormai insopportabile, per il male commesso, vedendomi vicino mi disse: 'Come è difficile vivere così, senza una traccia di bene nella vita e con la voglia di farla finita per sempre!'. Ci si guardò negli occhi e lo invitai a fissare lo sguardo su Maria.
`Ti pare che la Mamma non sarebbe più felice se tu guarissi dal tuo male interiore?'.
`Come?'. 'Con il sacramento della Riconciliazione, dove noi ci liberiamo da tutto il male e veniamo rivestiti della gioia di vivere'. Si confessò e poi non finiva di piangere per la gioia.
`Che grazia - diceva - sono tornato a vivere, come un bambino!'.
A confermare la gioia di ogni 'ritorno', come a darci una mano per avere fiducia nella misericordia del Padre, così oggi parla il profeta Isaia:
"Così dice il Signore: 'Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa.
Io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a Me non ricordo più i tuoi peccati" (Is. 43, 18-21).
Preghiamo:
“Signore, conoscermi, conoscerTi, non desiderare altri che Te.
Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,
abbassarmi per farTi grande, non avere nella mente che Te...
morire a me stesso per vivere di Te.
Tutto ricevere da Te.
Temere per me e temerTi per essere tra i Tuoi eletti.
Diffidare di me stesso e confidare solo in Te.
Guardami e Ti amerò, chiamami perché Ti veda
E così goda di Te eternamente” (S. Agostino).

Antonio Riboldi - Vescovo -
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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