lunedì 26 gennaio 2009

L'archeologo di Arthur Phillips


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L'Egitto al tempo dell'ascesa di Atum-hadu: Atum-hadu salì al potere in un periodo critico. Il regno stava dissolvendosi, aveva gran bisogno di sangue fresco e capacità di comando. Re longevi avevano lasciato eredi distanti, deboli nipoti inetti nel matrimonio come nel regnare. La ricchezza regale si era esuarita, troppo spesso si era ipotecato il futuro per sostenere le spese di necessità e sollazzi presenti. Nemici dall'esterno e aspiranti al trono dell'interno stavano sgretolando le fondamente della dinastia. E in questo periodo tormentato un capo apparve, un ultimo eroe. Ma cosa sappiamo di lui con certezza?
Dai versi più autobiografici dei suoi Ammonimenti, sappiamo che fu l'ultimo re, e che presentiva come la sua morte sarebbe stata anche la morte dell'Egitto. Sappiamo che si fidava solo di un particolare consigliere, che chiamava Maestro di Abbondanza. Sappiamo che il suo appetito per l'amore era insaziabile quanto quello per la violenza. Sappiamo poco altro, con certezza.
Eppure, stando qui dove egli stava, davanti al suo Nilo, immaginando la fine imminente del suo regno man mano che gli invasori Hyksos si avvicinavano alla capitale, Tebe, non è difficile capire che cosa provasse quest'uomo mortale che faceva progetti di immortalità, questo re di un regno destinato a scomparire, erede di nulla, rappresentante di un presente senza valore al quale i suoi antenati avevano guardato solo come a un futuro ipotecabile all'infinito. Ma il futuro non era infinito; un certo giorno, a una data ora, il futuro si dissolve nel calore del deserto, e Atum-hadu rimase solo mentre dal nulla spuntavano una, due, quattro, dieci, cinquanta, cento, mille, diecimila punte di lancia, a pungere l'aria tremolante sopra il vicino promontorio.

dal libro L'archeologo di Arthur Phillips - ed.per il Corr.della Sera

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