lunedì 29 dicembre 2008

Segreti e debolezze dei grandi geni di A. Overath - M. Koch - S. Overath



Il fratello minore gli aveva spedito di nuovo del denaro. Lo prese serrando la mascella. No, gli scrisse di rimando, non era affatto un 'indolente perdigiorno'; era un 'perdigiorno controvoglia, consumato da un forte desiderio interiore di essere attivo; non faccio niente perché mi è del tutto impossibile, perché sto come in una prigione'. In quello stato, a volte non sapeva che fare, però aveva come una sensazione istintiva: 'Sarò pur buono a fare qualcosa, anch'io ho una ragione d'esistere'. E ancora: 'So che potrei essere tutt'altra persona! Quanto potrei fare, a quanto potrei servire! Esiste qualcosa in me, ma che cosa?'. Aveva cercato, ma gli era tutto sfuggito di mano.

A sedici anni lo zio l'aveva sistemato in una bottega d'arte, prima all'Aia, poi nelle filiali di Londra e di Parigi; il ragazzo però, in seguito a un litigio con i datori di lavoro, aveva trovato posto come supplente in una scuola privata di Londra. Anche qui non era rimasto a lungo ed era diventato commesso in una libreria. Nel frattempo le sue inclinazioni religiose si erano rafforzate.
Già a ventitrè anni aveva tenuto un sermone domenicale in una chiesa metodista sul versetto 19 del Salmo 119: 'Io sono straniero sulla terra. Non nascondermi i tuoi comandamenti. La mia anima si consuma per il desiderio. All'epoca ignorava il significato profetico del passo.
Iniziò un corso di studi di teologia ad Amsterdam, am non riuscì a portarlo a termine; nell'ambiente accademico si era sentito un estraneo. Dopo avere passato il periodo di prova in una scuola evangelica, non aveva ottenuto l'ammissione definitiva: era troppo estremista nelle sue prediche, quasi un fondamentalista. Tuttavia non si tirò indietro e partì come missionario in una zona mineraria belga: difficilmente avrebbe potuto trovare una regione più impervia. Donò i propri vestiti, voleva essere più povero dei poveri, dormì sulla paglia. Non annunciò la parola di Dio; visse solo come Cristo, senza compromessi. In questo modo però divenne una minaccia per le autorità ecclesiastiche, che lo allontanarono. Allora i genitori gli proposero di impiegarsi come libraio, o magari come falegname; la sorella lo vedeva già come fornaio. Il giovane fratello invece gli consigliò di diventare litografo. In fondo, aveva sempre disegnato; non disponeva di talento eccezionale, ma avrebbe potuto comunque provare.
La luce era multiforme. Voleva che diventasse un sermone sulla tela: adesso aveva tutta la libertà di esprimersi. Correva l'anno 1880, il ragazzo aveva ventisette anni e ne avrebbe vissuti ancora dieci. Lavorò da autodidatta; imbastì contatti con i colleghi pittori, eppure riamse solo. Cominciò ad avere un successo appena percettibile proprio l'anno in cui morì. Nei suoi ultimi due mesi di vita realizzò un'ottantina di dipinti. Spirò tra le bracia del fratello che, pur disapprovando, l'aveva sovvenzionato economicamente fino alla fine.
Chi fu il pittore che scrisse novecento meravigliose lettere al fratello?


Si tratta di Vincent van Gogh, il pittore nato il 30.03.1853 e morto il 20.07.1890

da Segreti e debolezze dei grandi geni di A. Overath - M. Koch - S. Overath - ed. Armenia

Nessun commento:

Posta un commento