domenica 7 dicembre 2008

Omelia del giorno 7 Dicembre 2008 di Mons Riboldi


Omelia del giorno 7 Dicembre 2008

II Domenica di Avvento (Anno B)

Giovanni, la voce che grida nel deserto


Con quella materna tenerezza con cui la Chiesa ci invita a vivere ì grandi eventi di Dio tra noi - a cominciare dal Natale del Figlio, un Natale tanto vicino - oggi si fa eco della gioia che ci attende e ci viene donata, sempre che siamo disposti ad accoglierla.
Sappiamo tutti di vivere una vita difficile, che, per molti, è davvero 'avvento', ossia attesa del Cielo, o, forse, solo della morte, e ci piange il cuore. Vivere può essere solo camminare nel nulla, senza attendere nessuno e quindi come nati per gioco?
La Chiesa, come ad esprimere il conforto di chi davvero 'attende', oggi, per bocca del profeta Isaia, così ci invita:
"Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore, il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato. Sali su un monte alto, tu che annunzi liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunzi liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce e non temere: annuncia alle città di Giuda: Ecco, il Signore Dio viene con potenza. Ecco egli ha con sé il premio, la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri" (Is. 40, 1-11).
Con quanta dolcezza e insistenza il profeta si rivolge anche a noi, per invitarci in questo tempo a preparare la 'via del cuore' per accogliere Dio nel Natale!
Ma viviamo un tempo di grandi contraddizioni, che non aiutano a questo.
Credo vi siate posti anche voi domande sul mistero di iniquità e di nostalgia di Dio, di fronte al modo di pensare e di vivere del nostro tempo, anche nell'intimità delle nostre famiglie.
Da una parte si fa professione di onestà e giustizia, di amore, tanto da sembrare tutti appartenenti ad un `regno di perfetti', che non hanno bisogno di correzione, sicuri dì essere sulla buona via - di cui parla Isaia - per cui si è convinti di non avere bisogno di cambiamenti di rotta; ma dall'altra parte siamo come circondati ed immersi in atteggiamenti, modi di pensare e di vivere, diversi con quanto a parole professiamo. Al punto che a volte si irride - o noi stessi irridiamo - ciò che é onesto - come se l'onestà appartenesse ad una civiltà, che adotta regole diverse e contrarie!
Si fanno elogi alla fedeltà nell'amore, come un principio irrinunciabile, poi si accetta, come fosse una necessità, anzi come una “giusta realizzazione della propria felicità”, avere un'amante, considerata come segno di libertà e non come ingiustizia grave.
Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che sconfina nella miseria di tanti, una miseria che annienta diritto e dignità dell'uomo, ma poi si fa della conquista della ricchezza l’idolatria più diffusa, che non fa più neppure arrossire o indignare, pur sapendo che la cupidigia del denaro è la vera radice di tutte le povertà.
Non si sa più quale poesia comporre per inneggiare al grande dono della castità, che è come l'abito celeste del cuore, che si diffonde sul corpo, ma poi concretamente si innalzano altari a tutte le pornografie, che irridono ogni dignità e fanno delle persone 'solo dei corpi', delle 'merci'. Non ultima, non c'è nessuno che sconfessi il comandamento dell'amore al prossimo che per Gesù è la grande legge della vita - una legge simile, nella sua grandezza, alla stessa legge che fa amare Dio - ma nella realtà spesso siamo lontani dal 'farsi vicini' a chi conta sulla nostra solidarietà, come gli ultimi, senza contare quanti peccati si commettono contro i vicini, i parenti, gli amici, le mogli o fidanzate, i mariti, i figli: è cronaca di tutti i giorni.
Potremmo continuare questo elenco di 'doppiezze', che sono lo stile di vita di tanti che si dicono cristiani: un groviglio che porta lontano dal cercare la via del Signore, che il profeta indica. È anche vero che ci sono tanti - e credo ci siate anche voi - che con passione e fatica 'preparano la via al Signore e spianano nella steppa la strada per il nostro Dio'.
Quante volte accade, nella mia vita di pastore, di vedere i miracoli della Grazia, ossia dì gente appartenente a tutte le categorie, che gustata la gioia della Grazia, non solo apre occhi e cuore, ma, trovata la via che conduce a Dio, più che camminare la percorre con intensità e gioia.
“Credevo di trovare la felicità dove era il deserto dell'anima, ma ora, liberatomi da quelli che credevo abiti di splendore, ed erano miseri e pericolosi stracci, finalmente passo le giornate nella semplicità, come uno che, con il cuore libero da sciocchezze, respira l'incredibile aria della vita con Dio…”.
Cosi ci esorta l’apostolo Pietro:
"Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (II Pietro, 3, 8-11).
Non ci resta, carissimi, che vivere questo tempo dì Avvento, mettendo alle spalle una vita che non è attendere con gioia Dio che viene.
Non facciamoci illudere dalle tante vanità che in questo tempo il mercato propone, chiamandole ‘Natale’, quando è solo ‘consumismo’.
C'è davvero bisogno di una grande grazia, che ci converta, come esorta Giovanni Battista: "Inizio del Vangelo di Gesù, Figlio di Dio - scrive Marco. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco dinnanzi a te io mando il mio messaggero; egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.
Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava il battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti da Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: Viene dopo di me, colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi, per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo" (Mc. 1, 1-8).
Come vorremmo, spiritualmente, essere tra quella folla che correva incontro a Giovanni Battista, vero segno della beatitudine della povertà, che rendeva credibile ciò che diceva, per farsi da lui convertire e immergerci nel Giordano.
Lo sconforto, per non chiamarlo delusione, che si vive oggi, suscita la voglia di trovare chi doni serenità. Una serenità che non appartiene a quanto offre questa terra. Noi siamo figli di Dio e la serenità è solo nell'andare incontro a Lui o meglio attendere che Lui, con la tenerezza che Lo distingue, si faccia vicino a noi, sempre che noi rispondiamo al Suo accorato appello: "Vieni con me, dove io sono, in te stesso: ti darò la chiave dell'esistenza.
Là dove sono io,-là eternamente è il segreto della tua origine.
Invano ti dibatti, non ti difenderai eternamente contro la mia pace.
Lo senti o no che io sono qui, il commensale che aspettavi?
Il mio riposo è abbastanza per te? Che dice questo tuo povero cuore?
Se tu non fossi mio figlio, io non sarei qui oggi.
Quel Padre a cui il figlio prodigo getta le braccia attorno al collo.
Per non preferirmi, bisognava che tu non mi avessi conosciuto.
Come può morire colui che ho ammesso fino al mio essere?
Dove sono le tue mani che non siano le mie?
E i tuoi piedi che non siano confitti nella stessa croce?
Dov'è il tuo 'io' che non mi ascolti?
Noi siamo vicinissimi l'uno all'altro e ci diventa più difficile essere altrove.
Come fare per separarmi da te, senza che tu mi strappi il cuore?”
(da Dialogo di Dio con l'uomo di Paul Claudel).

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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