domenica 14 dicembre 2008

Omelia del giorno 14 Dicembre 2008 di Mons Riboldi



Omelia del giorno 14 Dicembre 2008
III Domenica di Avvento (Anno B)

Venne un uomo mandato da Dio

La si sente nell'aria l'attesa del Santo Natale. Per chi ha una salda fede è l'attesa che cambi qualcosa, come solo Dio può fare, servendosi di noi in questo mondo.
Per chi Natale è solo un'occasione di doni, è la fragile gioia di fare contenti per un momento coloro che amiamo, per chi è solo consumo, diventa un frenetico scambio di auguri, in tutti i modi. Come se tutti volessero farci ricordare che 'ci siamo', almeno per un giorno!
Ma per noi la gioia viene da altra sorgente, che è vera Gioia: la venuta tra dì noi di Dio, nato a Betlemme. Dio fra noi, come uno di noi.
Immensità di amore: vera follia di Dio che, nella sua infinita grandezza, ci ama così tanto - noi, cosa da niente, troppe volte - perché ai suoi occhi di Padre chiunque di noi è di immenso pregio, siamo figli da Lui creati!
E un Padre non può fare a meno di 'riavere' accanto a sè, se vogliono, i figli che ama.
Canta il profeta Isaia: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Perché come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suon semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (Is 61, 10-11).
“Ma è ancora necessario un Salvatore - affermava Benedetto XVI, nel Natale del 2006 - per l'uomo del terzo millennio? Per l'uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l'Universo? Ha bisogno di un Salvatore l'uomo che ha inventato la comunicazione interattiva che naviga nell'oceano virtuale di Internet e, grazie alle più moderne ed avanzate tecnologie massmediali, ha ormai reso la terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi, quest'uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Si muore ancora di fame e di sete, di malattia e di povertà, in questo tempo di abbondanza e consumismo sfrenato. C'è ancora chi è schiavo, sfruttato e offeso nella sua dignità; chi è vittima dell'odio razziale e religioso. C'è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall'uso delle armi, dal terrorismo e da ogni genere di violenza, in un'epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi, privo di speranza, è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell'uomo? Che fare per chi è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile e si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell'alcool e della droga? Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?

Come non sentire che proprio dal profondo di questa umanità gaudente e disperata si leva una invocazione straziante di aiuto? t proprio il Natale di Gesù, Figlio di Dio, che fa entrare nel mondo `la luce vera, che illumina ogni uomo'. A Natale, proprio in questo che si definisce 'oggi', Cristo viene tra la sua gente e a chi Lo accoglie dà il potere di diventare figli di Dio, di condividere la gioia dell'Amore. Gesù, il Salvatore, sa che noi abbiamo bisogno di Lui. Ed è proprio nell'intimo dell'uomo, che la Bibbia chiama 'cuore', che egli ha bisogno di essere salvato”.

E la Chiesa, oggi, come a confermare la riscoperta della Gioia annunciata dal profeta Isaia, con la Lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi, annuncia: “Fratelli, siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa, infatti, è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vegliate su ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile con la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Lui che vi chiama: Egli farà tutto questo” (Tess 5, 16-24).
E poi ci invita a cedere il posto alla grande discesa di Dio tra di noi, presentandoci chi apre la via a chi desidera ricevere Dio. E chi non Lo può almeno desiderare?
É la sola gioia di cui abbiamo sete, anche se forse non lo sappiamo.
Dice Giovanni, l'apostolo: “Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la Luce, ma doveva dare testimonianza alla Luce” (Gv 1, 6-8).
Leggendo questo testo mi viene alla mente uno dei momenti più intensi di commozione di tutta la Chiesa e del mondo, credo.
Era la vigilia della morte di Giovanni XXIII, 'il Papa buono', come tutti lo definivano, senza distinzione di classe o di religione.
Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua bontà, che sembravano non conoscere confini o barriere, erano riusciti a penetrare ovunque e chiunque, come la luce del sole, che non si fa fermare da ostacoli e tutto illumina.
Tutti eravamo abituati a sentircelo così vicino, come fosse uno di famiglia, uno che capiva, uno che aveva negli occhi, nelle parole, nei gesti, i grandi orizzonti dell'amore, che superano le grettezze di cuore, che sono sempre vicoli stretti e a volte chiusi.
La sera dell'11 ottobre, all'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando parlando a braccio dalla finestra, che dava sulla Piazza di S. Pietro, aveva mandato una carezza ai bambini e ai malati – ‘la carezza del Papa’ - si era avuta la sensazione che tutto il mondo fosse accarezzato da Dio stesso, tanta era la inaspettata gioia che quelle parole avevano dato.
Allora, come la sera della sua morte, piansi: un pianto che poteva stare bene anche in Paradiso, e mi dissi: ‘Se un uomo è capace di tanto amore, cosa mai sarà il sorriso, la bontà e la carezza di Dio’. Il Paradiso, in entrambe le sere, mi sembrò più vicino.
Giovanni XXIII aveva il dono, tramite la sua bontà, di farci nascere il desiderio di essere migliori, la nostalgia del Cielo. ‘Ma chi era mai costui?' veniva da chiederci, come si interrogarono quanti accostavano Giovanni Battista. La risposta ce la demmo con dolore quella sera, in cui tutta la Chiesa, e non solo, pregava perché il Signore lo conservasse ancora tra noi. Ne avevamo bisogno: avevamo bisogno del sorriso, come forse ancora di più oggi. potevamo fare a meno di tante altre persone, che si credevano potenti, ma che con la loro boria pericolosa costituiscono solo un timore per il mondo.
Davanti a Giovanni XXIII di colpo tutto perdeva importanza, dalla ricchezza allo stupido orgoglio. Prepotentemente lui ci comunicava che la ricchezza più bella e insostituibile è l’amore, quello donatoci da Dio: Dio stesso.
Volendolo ancora vicino, come non dovesse conoscere la morte, ma consapevoli che ormai Dio lo voleva vicino a Sé, come il buon servo fedele, che aveva testimoniato la Luce, in coro ci siamo detti: `Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone della Luce'.
Per lui assumeva la veste della verità, quanto affermava il profeta Isaia:
“Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore” (Is 61,1-2).
Una domanda che si pongono tanti, oggi, da ogni parte: perché la gente pare non senta più la necessità del sorriso di Dio? L'uomo può veramente vivere senza sentirsi amato?
Viene Natale e si ha quasi paura di risvegliare la gioia, perché Gesù sarà presto tra di noi, come Uno di noi. Uno che sarà tanto di casa da suscitare speranza, come sapeva fare il sorriso di Papa Giovanni XXIII.
Ma non temiamo di seguire un rituale, del resto anche poco opportuno in questo tempo di crisi, facendo lunghe file davanti ai negozi, rincorrendo la fantasia di chi vuole venderci qualcosa 'perché è Natale'!
Forse non ci passa neppure per la testa che c'è davvero tanta gente che letteralmente muore di fame ed è un dito di accusa puntato contro questa nostra corsa al regalo o al pranzo natalizio.
È come se di colpo spegnessimo le stelle del cielo, che sono come una finestra sul Paradiso, per costruirci un cielo di stelle di carta, che incorniciano le nostre vie, ma appartengono ad un 'cielo basso', che nulla può darci di vera gioia.
Abbiamo bisogno di vederci vicino testimoni di luce: gente che, illuminata dalla carità, quasi ci ripeta con il Battista: “Io ti battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che non conoscete, Uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”.
Con Mons. Tonino Bello offro questa preghiera:
“Ti chiedo, Signore, di far provare a questa gente ebbrezza di vivere insieme.
Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda.
Falle sentire che per crescere insieme, non basta tirar fuori dall'armadio
i ricordi del passato, ricordi splendidi e festosi,
ma occorre spalancare la finestra sul futuro, osando insieme, sacrificandosi insieme.
Da soli non si cammina più.
Fa' che il suo Natale sia una danza di giovinezza, concerti di campane,
una liberazione di speranze prigioniere,
il disseppellimento di attese comuni a volte interrate nelle caverne dell'anima”.
A tutti auguro oggi di farsi testimoni di luce e di gioia, testimoni di carità, in modo da diventare credibili annunciatori della gioia del Natale.
Lo possiamo, lo dobbiamo fare, perché oggi, senza averne piena coscienza tanti attendono il Natale, ossia Dio che si fa vicino, Uno come noi, Uno con noi.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
email: riboldi@tin.it

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