giovedì 13 novembre 2008

Omelia del giorno 16 Novembre 2008 di Mons. Riboldi


Omelia del giorno 16 Novembre 2008

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Il rendiconto finale dei doni ricevuti


La Parola del Signore di oggi potrebbe benissimo essere una continuazione di quella della scorsa domenica: le vergini sagge e le vergini stolte in attesa dell’arrivo dello sposo per entrare con Lui al banchetto delle nozze.
La vita è - o dovrebbe essere - un cammino di saggezza, in cui si misura il come abbiamo vissuto, per presentarci fedeli o saggi al cospetto del Signore, che sicuramente verrà per tutti.
Non sappiamo quando, ma verrà.
Avverte S. Paolo oggi: “Fratelli, riguardo ai tempi e ai momenti, non avete bisogno che ve ne scriva: infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; voi infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo figli della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri” (I Tess 5, 1-6).
Vivere non è solo 'passare del tempo': sarebbe un modo sconveniente, insensato e dannoso per creature, cui Dio ha donato capacità, che rendono abili - oltre che a realizzare il sogno, che Dio ha posto in noi - a fare del bene agli altri.
Vivere non è neppure un fare disordinatamente tante cose, che non hanno senso, ma neppure con un contenuto accettabile. Non è detto che 'fare tanto' sia lo stesso che 'fare bene'.
Ho paura che tante cose di cui ci occupiamo, non abbiano alcun peso e valore se 'misurate' con il metro divino della verità e della giustizia, che ogni vita deve avere.
Le tante o poche cose che facciamo possono essere svilite dall'intenzione errata che poniamo in esse: per esempio come impiegare tutte le nostre capacità per realizzare un sogno di gloria o di ricchezza o di benessere o un 'trono' di prestigio, che ci faccia sentire 'qualcosa più degli altri'!
E direi che oggi - almeno per quanto si vede - tanta parte degli uomini brucia l'intera esistenza per procurarsi qualcosa che luccica, ma poi si rivelerà, e spesso sì rivela subito, per quello che è veramente: un pugno di polvere.
C'è poi chi usa dei talenti avuti da Dio per fare del male, che è in effetti usare i beni di Dio contro Dio e gli uomini.
Vivere è avere avuto in consegna 'una missione' e dei talenti da sfruttare per il bene nostro, degli uomini e per la Gloria di Chi ce ne ha fatto dono: Dio.
Potremmo chiamare la vita 'una vocazione ed una missione'.
Così Gesù descrive tutto ciò, oggi, nel Vangelo:
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Un uomo, partendo chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e parti. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche chi ne aveva ricevuto due, ne guadagnò altri due. Quello invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Tornò il padrone, e chiese conto dei talenti avuti. Il primo, che ne aveva ricevuto cinque mostrò come la somma l'aveva subito impiegata e quindi raddoppiata. E la risposta fu: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su. molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone. E lo stesso avvenne per il servo che aveva ricevuto solo due talenti. Stessa lode e stesso premio: Prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Venuto infine chi aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso, per paura andai a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco qui il tuo.
Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ad un banchiere così, ritornando, avrei ricevuto il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché, a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
E il servo fannullone gettatelo nelle tenebre. Là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,14-30).
Sottolineo la saggezza e la bontà del Padre, che, nel farci il dono della vita, ci ha dato 'i talenti' secondo il Suo Cuore: “Chiamò e consegnò a ciascuno secondo la sua capacità”.
Poche parole, Che sono però la 'dote' avuta per fare della vita una esperienza di amore e di gloria a Dio.
E su questo possiamo e dobbiamo interrogarci sempre, per verificare se meritiamo la sentenza: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia dei tuo padrone”.
Anzitutto vivere non è una scelta personale, ma una chiamata del Padre. E sappiamo che il Padre è Amore e, quindi, la vita è un bene consegnato a noi per allargare il Suo Regno di giustizia e di pace, di Amore.
Avere la coscienza di essere chiamati dal Padre deve - o dovrebbe - far sorgere una quotidiana domanda: Che cosa chiede a me? Quali talenti o capacità mi ha dato per fare fruttare la sua vigna? Da cui: Qual è il vero indirizzo da dare alla mia vita? Cosa debbo fare?.
Una cosa è certa: non possiamo ignorare di avere tutti doni o carismi, ossia capacità che sono il bello della nostra vita qui e formano la preziosa corona della carità, e sono di una varietà incredibile, che è l'arcobaleno dei doni del Padre.
Tante volte mi si chiede (e l'insistenza della domanda dice da sola quanto interessi la risposta) in che consista la serenità, che mi accompagna sempre.
In molta parte dipende dal fatto che 'sono' dove Dio ha stabilito e manifestato, nell'obbedienza o attraverso le circostanze, che fossi, e che cerco di fare ciò che a Lui è più gradito. Mi è stato affidato da Dio non solo il prossimo da servire, ma anche il come servirlo e amarlo. Lo stesso carisma dì vescovo mi è stato dato dalla Spirito nella Chiesa.
Non basta però avere la coscienza della propria chiamata, occorre anche saper scoprire i tanti talenti che Dio ci consegna. E- questi talenti - è bene ricordarselo - non sono dati per creare un trono alla superbia, ma per dare gloria al Padre. Neppure ammettono di essere gelosamente nascosti, per non correre rischi, e tanto meno ignorati, come se non ci fossero!
Debbono essere portati alla luce e messi in circolazione, impiegati, perché nel loro impiego, non si dimostra solo la nostra fedeltà, ma sono la via per manifestare il bene al nostro prossimo. Guardando attorno, anche nelle nostre comunità ecclesiali, a volte si ha l'impressione che troppi di noi assomiglino a casseforti, che custodiscono tesori, che servono a nessuno.
E’ terribile la responsabilità, che ci assumiamo davanti a Dio e davanti agli uomini, se 'non siamo ciò a cui siamo stati chiamati'.
Quanto bene si potrebbe vedere attorno a noi e in noi, solo se le nostre 'casseforti' si aprissero? C'è una via sicura per scoprire i talenti che Dio ci ha dato: la via della carità.
Messi di fronte ai fratelli, che chiedono di essere amati, in qualunque campo e in qualunque sincera forma, chi di noi non ha trovato 'il genio' - direbbe Giovanni Paolo II - di scoprire strade, capacità, che forse ignorava?
Nessuno mai mi aveva insegnato come ci si comporta davanti ad un terremoto - reale - che colpisce l'intera comunità. Ma la tragedia subito mi ha mostrato talenti, che erano una multiforme espressione di amore, che non sapevo di avere.
Quando Paolo VI mi chiese di essere vescovo di Acerra, provai grande confusione. Ma ora, rivisitando i miei 30 anni di vescovo, mi stupisco di quanti talenti Dio mi ha fatto dono, ma per compiere il bene, che era il senso della Sua chiamata.
Solo chi non conosce l'amore assomiglia al servo del Vangelo, che, per non andare incontro ad un giudizio severo di Dio, nasconde sotto terra il talento avuto.
Non ha capito nulla di Dio, il cui vero volto è quello di Padre, lo giudica 'un padrone severo', 'colui che castiga', ecco perché Gesù lo definisce 'servo malvagio e infingardo'.
C'è gente che si fa spaventare dalle grandi difficoltà del nostro tempo, dimenticando che Dio è nostro alleato, nostro amico, Colui che 'non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi' pertanto 'come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?' (Rom. 8, 32).
È proprio nei momenti difficili che il Padre, nel Figlio, con l'aiuto dello Spirito, ci sostiene e noi possiamo mettere alla prova la nostra bellezza e fedeltà.
Confrontiamoci con le sfide che tanti nostri fratelli seppero affrontare -con la certezza che la fede e l'amore possono donare.
Propongo una grande testimonianza di fiducia di Martin Luther King, pastore protestante, intitolata ‘Credo’, scritta nei momenti difficili della lotta contro la segregazione razziale dei Neri in America:
“Oggi, nella notte del mondo e nell'attesa della buona Novella,
io affermo con forza la mia fede nel futuro dell'umanità.
Rifiuto di credere che nell'attuale situazione gli uomini
non siano capaci di migliorare la terra.
Rifiuto di credere che l'essere umano sia un fuscello di paglia
trasportato dalla corrente, senza la possibilità
di influire minimamente sul corso degli eventi.
Credo che la verità e l'amore senza condizioni avranno l'ultima parola.
Credo fermamente che anche tra le bombe che scoppiano e i cannoni che sparano,
resti viva la speranza di un domani più sereno.
Oso credere che un giorno tutti gli uomini della terra
riceveranno tre pasti per nutrire il corpo,
istruzione e cultura per nutrire lo spirito,
uguaglianza e libertà per una convivenza più umana”.
E il Santo Padre così si rivolgeva ai giovani nella GMG a Sidney:
"Giovani, siate testimoni della storia più grande di tutti i tempi, quella di Dio. Il deserto spirituale avanza accanto alla prosperità materiale e gli uomini si dibattono in una disperata ricerca di senso; contro l'indifferenza, la stanchezza spirituale, il cieco conformismo e il cedimento dello spirito di questo tempo, voi, giovani, dovete diventare profeti di una nuova era e dare vita ad una nuova generazione di cristiani per l'edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento".
E allora, non diciamo mai, fratelli e sorelle, che siamo 'buoni a niente'. Tutti siamo chiamati ed abbiamo carismi capaci di costruire lo stupendo mosaico della civiltà dell’amore, non resta che impegnarci, sapendo di non essere soli nel cammino.

Antonio Riboldi – vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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