domenica 5 ottobre 2008

Omelia del giorno 5 ottobre 2008 di Mons. Riboldi


Omelia del giorno 5 ottobre 2008

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Gesù ci affida la Chiesa, Sua vigna


Quale meraviglia se conoscessimo e vivessimo il grande dono e la grande responsabilità, che Gesù ci ha affidato, ossia la Chiesa!
La Chiesa siamo tutti noi, diventati Suoi ‘familiari’ con il Battesimo.
Non solo, ma è la Sua grande famiglia in continua missione, perché tutti, senza eccezioni, possano appartenervi. Un incredibile dono, che chiede di essere donato.
Così oggi il Profeta canta la vigna del Signore: “Canterò per il mio diletto il mio cantico di amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse vino, ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici tra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascoli...Ebbene la vigna del Signore e gli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava la giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva la rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is. 5, 4-7).
Vi è in queste parole l’immensa gioia del cuore di Dio di fare di noi la Sua famiglia, la Sua Chiesa, in cui Lui ama ed è amato: casa della gioia, della santità, del cammino verso la grande casa del Cielo, ma anche amarezza, nel constatare come la Sua vigna sia diventata luogo di cattiverie e, quindi, di infelicità.
Quello che infonde tanta, ma tanta speranza, è la certezza che Dio continua ad amare la Sua vigna e l’affida a noi – Suoi vignaioli – chiedendoci di allargare i confini della vigna a tutto il mondo. Ed è così. Ottobre è il mese dedicato alla missione.
Se è vero che ognuno, nella Chiesa, nessuno escluso, è missionario, il pensiero, la preghiera, la comunione di cuori, l’aiuto anche materiale, va ai nostri ‘missionari’, sparsi in tutto il mondo, che condividono direttamente la povertà di tanti e, troppe volte, sono soggetti a vere persecuzioni. Basta pensare ai laici, ai sacerdoti e alla religiose uccisi in India, colpevoli solo di amare chi non è amato, la vera via per mostrare Dio che è Amore.
Durante le recenti Olimpiadi in Cina, qualche volta, troppo raramente, è stato possibile sentire testimoni della fede, costretti a vivere in clandestinità, consapevoli del pericolo di ‘pagare’ con anni di carcere il loro ‘mostrarsi’.
È una realtà che, almeno per chi ama la Chiesa del Padre, offuscava il trionfalismo sportivo e metteva in evidenza i gravi problemi, che riguardano la dignità dell’uomo, la libertà, anche di professare la propria fede.
Ho avuto modo di conoscere due martiri della fede. Il vescovo Card. U Thuang di Saigon, costretto a tanti anni di carcere duro, lontano dai suoi fedeli e dalla sua Chiesa. Incontrandolo, dopo gli anni di persecuzione, mi esprimeva la sua gioia di essere stato vescovo senza voce, ma con il cuore e la sua vita donata per la fede.
Mi voleva donare la sua croce pettorale, costruita con il filo spinato e un poco di metallo preso nella sua prigione.
“La mia comunione con la mia Chiesa? – diceva - Ogni sera, di nascosto, quando le guardie mi lasciavano solo, chino sulla branda, celebravo la S. Messa, con una goccia di vino - mi era concesso perché pensavano fosse una medicina - sul palmo della mano e un pezzetto di pane. In quel momento mi sentivo davvero vescovo della mia Chiesa, in missione... tanto che alla fine, alcune guardie chiesero di essere battezzate”.
E come dimenticare Padre Lele, comboniano, con cui ebbi modo di essere speranza tra i terremotati dell’Irpinia? Un meraviglioso giovane, sempre con un grande sorriso, che andava oltre le nostre tristezze quotidiane. Il suo più profondo desiderio era la missione. I superiori gli affidarono una comunità in Brasile. Si mise a fianco dei campesinos, che lottavano per il diritto alla terra e fu ucciso. Ora, mi pare, si stia pensando o già facendo il processo canonico in diocesi per la beatificazione.
E come non ricordare un mio confratello rosminiano che opera in Tanga?
Aveva costruito una bella missione in armi di fatica, accanto ai Masai.
Una mattina fu aggredito da predoni, che gli rubarono tutto e lo picchiarono selvaggiamente. Ma non fuggì. Fu il vescovo a volergli affidare un’altra missione, dove dovette ricominciare tutto da capo e ora sta lavorando. ‘Il mio grande desiderio – mi diceva quest’estate – è morire tra i miei fedeli ed essere sepolto in mezzo a loro, come uno di loro’.
Quanto è davvero grande il cuore di tanti cristiani per la vigna del Signore!
Un amore che ha le sue radici nel Cuore stesso di Dio. Quanto Dio ci ami e voglia essere amato, lo descrive, oggi, il Vangelo.
È la storia del Padre che, quando intende piantare la sua ‘tenda’ in mezzo a noi, Sua vigna, incontrando il rifiuto, risponde con il dono del Figlio. È la storia di Gesù crocifisso.
“Gesù disse ai principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo: ‘Ascoltate un’altra parabola.
C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma si comportarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio!
Ma quei vignaioli dissero tra sé: Costui è l’erede. Venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità. E presolo, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero.
Quando verrà il padrone che farà di quei vignaioli? Gli risposero: “Certamente farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo’. E Gesù disse loro: ‘Non avete mai letto nella Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo? Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri. Perciò Io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21, 33-44).
In poche battute Gesù traccia la storia della predilezione di Dio per il popolo eletto: una storia contrastata, come è narrata nella Bibbia, con tanti profeti uccisi. E da ultimo la venuta di Gesù, il Figlio, rifiutato e crocifisso. Da quel rifiuto è nata la Chiesa, affidata a noi ‘pagani’, che dovremmo sapere come ‘farla fruttificare’.
Duemila anni di storia ci mostrano i tanti interventi del Padre, i tanti martiri e i tanti rifiuti. Ma la vigna è saldamente nelle mani di Dio e, ogni giorno, possiamo assistere al meraviglioso lavoro, che la Grazia fa compiere a tanti vescovi , sacerdoti, laici, che davvero sono i preziosi vignaioli. Anche oggi, tra noi.
Noi, nella Chiesa, in questa mistica vigna, che ruolo giochiamo?
Quel grande vignaiolo nella Chiesa, che fu Paolo VI, così esprimeva ed esortava ad avere giusto orgoglio di essere vignaioli oggi.
“Grande ora è questa, che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica, come una dignità e una fortuna, come una nobiltà e una vocazione.
Grande ora è questa che sveglia la coscienza cristiana dall’assopimento indolente, in cui per moltissimi era caduca e la illumina di nuovi diritti e doveri.
Grande ora è questa che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca una vita moralmente molle e mediocre, caratterizzata solo da qualche precetto religioso, e non trasfigurata dalla volontà positiva ed eroica talvolta, umile e tenace sempre, di vivere la propria fede in pienezza di convinzioni e propositi.
Grande ora è questa che bandisce dal popolo cristiano il senso della timidezza e della paura, il demone della discordia e dell’individualismo, la viltà degli interessi temporali soverchianti quelli spirituali.
Grande ora è questa, che fa dei giovani, delle donne, degli uomini di pensiero e di affari, degli infermi anche, schiere di anime vive e ardenti per il messianesimo, non fantastico, non illusorio, del Regno di Dio.
Grande ora è questa, che il popolo cristiano fonde in un cuor solo e un’anima sola, in un restaurato senso gerarchico e comunitario,; convince il clero a pregare insieme ai fedeli, i fedeli a partecipare alla misteriosa ed inebriante liturgia della Chiesa”. (giugno 1957)
Impressiona questo grande amore alla Chiesa, che è in tanti, e, in quanto ‘vigna del Signore’, interpella tutti noi, chiamandoci a lavorarvi.
Possediamo un poco di amore alla Chiesa e come lo coltiviamo?
È certo che chi mi legge non lo calpesta.
Non ci resta che sentirci protagonisti di quello che Gesù ha detto: diventare ‘popolo che la fa fruttificare’.
Preghiamo oggi con la Chiesa:
Dio degli eserciti, volgiti,
guarda dal cielo e visita questa vigna.
Proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato,
il germoglio che ti sei coltivato.
Da Te più non ci allontaneremo,
ci farai vivere e invocheremo il Tuo Nome.
Rialzaci, Signore, Dio degli eserciti,
fa’ splendere il Tuo Volto e noi saremo salvi” (Salmo 79)

Antonio Riboldi – Vescovo
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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