sabato 25 ottobre 2008

Omelia del giorno 26 Ottobre 2008 di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 26 Ottobre 2008

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

L’Amore è la grande Gioia di Dio e nostra


Ci sono piccoli brani della Sacra Scrittura - e uno di questi è nel Vangelo di Matteo di oggi - che basterebbero per capire chi siamo, ciò a cui siamo chiamati, ciò che svela la bellezza della vita. Scrive l’apostolo Matteo:
“I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro qual è il più grande comandamento della legge? Rispose Gesù: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile a questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,24-40).
Quanti libri si sono scritti per capire chi siamo e la ragione della nostra esistenza!
Una ricerca dettata - credo - dal bisogno di capire il senso di un bene qual è la vita e scoprire il tesoro che vi è in essa nascosto. Il più delle volte, però, si rimane in superficie, senza trovarne così la ragione. A volte, addirittura, si va contro la bellezza dell’esistenza.
Dio rivela che la sola bellezza, il solo tesoro, che contiene la felicità, è l’Amore.
“Ma c’è una ragione perché io viva questa maledetta vita? Non bastano le sciocchezze che ci offrono e che sono la più grande delusione. Non c’è nulla di peggio del ‘vuoto dentro’ - così, con la rabbia in corpo, mi diceva un giovane, che non riusciva a cogliere il ‘perché vivo?’.
Ma ce lo spiega la stessa creazione.
Nessuno - credo - possa dubitare che un Padre, che è Dio, ed è solo Amore, nel darci la vita, non abbia comunicato ciò che Lui è e quindi abbia dato a me, a tutti, la possibilità di ‘sentirsi’ Sua creatura, di più, Suo figlio, di cui si prende cura, come solo Lui sa fare.
Non c’è creatura al mondo che valga come l’uomo, che sia un ‘valore unico ed assoluto’ davanti al Cuore di Dio, e quindi nostro.
Siamo stati creati e viviamo perché siamo amati e dobbiamo, e possiamo, ogni giorno, scoprire l’Amore.
Ci sono momenti nella vita - credo valga per ciascuno - in cui abbiamo sperimentato, già qui, il ‘paradiso’, la vera grandezza e bellezza dell’uomo, ed è stato quando ci siamo sentiti amati da qualcuno. Un’esperienza di amore, quello vero, quello del cuore, non ho dubbi di poterla paragonare ad un ‘assaggio’ di Paradiso.
Così è, non solo per i santi, ma per quelli che sanno scoprire la ragione della vita e la interpretano con amore.
Paolo, l’apostolo conquistato da Gesù, sulla via di Damasco, l’innamorato di Dio, così scrive ai Filippesi: “Quello che poteva essere considerato per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose, e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia arrivato alla perfezione, solo mi sforzo di correre per conquistarLo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo di ancora esservi giunto, questo solo so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta, per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù” (Fil 3, 1-16).
In Paolo, come in tutti i veri discepoli di Gesù - lo possiamo leggere nella vita di tanti fratelli e sorelle, che hanno saputo con la Grazia farsi conquistare da Cristo - scopriamo, davvero, questa divina storia di uomini, che hanno vissuto l’amore di Dio.
L’Amore, quello vero, ripeto, è un ‘assaggio’ di Paradiso.
Ma farsi conquistare da Dio non è facile.
Lo evidenzia la nostra povera storia di uomini, che sempre cercano ‘altrove’, ‘fuori’ da Dio, in realtà che nulla hanno da dare, come fecero i nostri progenitori.
Nel vero Amore verso Dio e, quindi, verso i fratelli, non può esistere superficialità.
L’Amore conosce solo l’immensità e l’infinito.
Solo perché Dio è sulle nostre labbra, non significa amarLo. Lo amiamo quando diviene la nostra stessa vita, il cuore della nostra vita.
E non basta! Dio, come Padre, ha voluto che tutti gli uomini si amassero, perché ognuno è caro a Lui, prezioso, come solo un figlio può essere.
Da qui ‘Amerai il prossimo tuo, come te stesso’ e Gesù, nell’ultima Cena, dirà ai Suoi: ‘Amatevi sempre, come Io vi ho amati’.
Viviamo un tempo - ma è di tutti i tempi - in cui sembra che l’uomo abbia smarrito questo Amore. Lo raccontano i notiziari, giorno per giorno. Si parla di razzismo, di insofferenza del diverso, rischiando di portare una comunità civile verso la pericolosa china dell’indifferenza o dell’odio, verso l’inciviltà.
Scriveva Paolo VI: “Oggi la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio di ogni convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, degno di rispetto, stima, assistenza, amore, come a noi stessi. Ritorna a risuonare nel nostro spirito la parola stupenda del santo dottore africano: ‘...che i confini dell’amore si allarghino. Bisogna che cadano le barriere dell’egoismo e che l’affermazione di legittimi interessi particolari non siano mai offesa per gli altri, né mai negazione di ragionevole socialità. Bisogna che la democrazia a cui oggi si appella la convivenza umana, si apra ad una concezione universale, che trascenda i limiti e gli ostacoli ad una effettiva fratellanza’” (7. 12. 1967).
La domanda che viene spontanea è: Non è forse l’oscuramento dell’amore del Padre in noi, quello che, di conseguenza, oscura l’amore verso i fratelli?
In altre parole, il venir meno della fede, può essere la ragione della nascita dell’egoismo, questa terribile malattia, dalle mille metastasi, che, se invade qualcuno di noi, non solo mette al bando in lui l’umanità, ma lo condanna alla solitudine?
Torna alla mente il peccato d’origine: dopo aver rinnegato l’amore del Creatore, l’uomo cerca l’ oscurità.
La domanda di Dio: ‘Uomo, dove sei?’ risuona anche oggi e la risposta è la stessa: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo’.
Ma se l’Amore di Dio per noi trova spazio nella vita, immediatamente questa, come la luce del sole, si irradia, si china sui fratelli, a cominciare dai più deboli.
I santi, gli uomini di carità, proprio dall’amore a Dio, sapevano compiere quelle opere, che sono la bellezza eterna dell’uomo.
Chi non ricorda la testimonianza di Madre Teresa, che resuscitava i relitti dei marciapiedi di Calcutta?
Il segreto di tanta carità era la sua profonda e sincera familiarità con Dio...a cominciare dall’Eucarestia.
E così era per il Cottolengo, così è in tutti quei fratelli e sorelle, anche oggi, che ridonano un’anima alla nostra storia, spendendosi.
Chi di noi non vorrebbe possedere un cuore tanto grande da dimenticare se stesso, per ridare la gioia della vita a chi non ne ha?
‘C’è più gioia nel dare, che nel ricevere’ questa è la verità della vita.
Nella settimanale catechesi che il Santo Padre fa alla Chiesa, spiegando un brano di S. Paolo (siamo nell’anno dedicato all’Apostolo delle Genti) così parlava della carità, definita dal Santo ‘colletta’. “Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose; non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo dà questo gesto di condivisione, che raramente egli la chiama semplicemente ‘colletta’; per lui essa è piuttosto ‘servizio’, ‘benedizione’, ‘grazia’, anzi ‘liturgia’ (2 Cor 9). Sorprende in modo particolare quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro, un valore anche cultuale; da una parte essa è gesto liturgico o ‘servizio’, offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra parte è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme; l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa che, per sua natura, si oppone alla separazione tra culto e vita, tra fede e opere, tra preghiera e carità per i fratelli”.
Quello che spinge tanti ad essere generosi verso chi ha bisogno è la generosità verso Cristo, la fede che, nel bisognoso, chiunque esso sia, si scorge il Cristo, che è sempre in ciascuno di noi: ‘Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo l’avete fatto a Me’.
Occorre allora ‘sporcarsi le mani’ delle piaghe di chi soffre ed è povero.
Prego per me e per tutti i miei carissimi amici, di poter un giorno presentarci a Dio con le mani ‘sporche’ dei poveri, mai con le mani ‘pulite’ di chi, egoisticamente, non ha voluto ‘vedere’ ed è ‘passato oltre’.
Davvero amore di Dio e amore del prossimo sono la meravigliosa e sicura via da percorrere, l’unica che dà senso alla vita, la rende eterna e dona gioia perfetta.
Ne vale la pena. Che il Padre ci apra gli occhi e il cuore per conoscere e sperimentare quanto ci ama e così poter moltiplicare questo amore ricevuto verso gli altri.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
email: riboldi@tin.it

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