domenica 12 ottobre 2008

Omelia del giorno 12 Ottobre 2008 di Monsignor Riboldi


foto da www.giovannicertoma.it


Omelia del giorno 12 Ottobre 2008

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Invitati al ‘banchetto di Dio’


Nella Parola di Dio appare il grande desiderio del Padre di averci con Sé: prima come ‘vignaioli’, nella Sua ‘vigna’ - e lo dovremmo essere nella vita della Sua Chiesa - e poi con l’immagine accattivante di oggi, ossia l’invito a partecipare al ‘Suo banchetto’, paragonando così la fede ad un vero incontro ‘conviviale’ divino.
Ma è facile accettare tale invito?
In apparenza sarebbe assurdo anche solo pensare di declinarlo - se non altro per il grande onore di essere stati scelti - ma nella realtà si rischia facilmente di preferire altro, che poco o nulla sa del banchetto celeste.
Nel discorso che il Santo Padre fece ai giovani, nella sua recente visita in Sardegna, tra l’altro disse: “Cosa dire del fatto che nell’attuale società consumistica il guadagno e il successo sono diventati i nuovi idoli di fronte ai quali tanti si prostrano? La conseguenza è che si è portati a dare valore solo a chi - come si suol dire - ‘ha fatto fortuna’ ed ha una sua ‘notorietà’, non certo a chi con la vita deve faticosamente combattere ogni giorno. Il possesso dei beni materiali e l’applauso della gente hanno sostituito quel lavoro su se stessi che serve a temprare lo spirito e a formare una personalità autentica. Si rischia di essere superficiali, di percorrere pericolose scorciatoie alla ricerca del successo, consegnando così la vita ad esperienze che suscitano soddisfazioni immediate, ma sono in se stesse precarie e fallaci.
Cari giovani, come il giovane Agostino con tutti i suoi problemi sulla sua strada difficile, ognuno di voi sente il richiamo simbolico di ogni creatura verso l’alto: ogni creatura bella rimanda alla bellezza del Creatore, che è concentrata nel volto di Gesù Cristo. Quando l’esperimenta, l’anima esclama: Tardi Ti ho amato, o Bellezza così antica e così nuova. Tardi Ti ho amato. E se è così, avrete scoperto realmente Dio nel volto di Cristo; non penserete più alla Chiesa come istituzione esterna a voi, ma come la vostra famiglia spirituale: come il banchetto, preparato dal Re, a cui siete invitati”.
Ogni volta che cerchiamo di immaginare in che cosa consista il Regno dei Cieli, rimaniamo a corto di parole. Il più delle volte forse lo releghiamo ad un insieme di meraviglie, quali solo si possono trovare presso Dio.
Forse a volte lo descriviamo ‘lontano’, perché lo riteniamo un ‘luogo’ fuori della nostra vita terrena: un aldilà, che ‘un giorno, forse, vedremo’ o ‘una mèta che implica tante fatiche’ e crediamo impossibile da raggiungere.
Alcuni poi lo considerano come una favola per bambini o per i poveri, cui sono negati i ‘paradisi della terra’ – come fosse giusto e ragionevole considerare ‘paradisi’ quelli che l’uomo si costruisce, che alla fine si dimostrano ‘ubriacature’ passeggere e, magari, anche dannose.
Ecco allora che Gesù prova a descriverci il Regno dei Cieli, nel suo stile immediato, annunciando le meraviglie di Dio, con il linguaggio dei semplici e degli umili.
Ancora una volta, come per la parabola della vigna, parla di un invito, che razionalmente non si dovrebbe poter rifiutare.
Eppure abbiamo la contrapposizione tra chi rifiuta, preferendo i propri interessi, e gli ultimi, coloro che non hanno nulla o ‘sentono’ di non aver nulla e, come i santi, ‘corrono’.
Ascoltiamo la Parola del Signore, che esprime la sua grande passione, di averci commensali al Suo banchetto.
“Gesù riprese a parlare ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e disse: Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono stati macellati e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi ai propri campi, chi ai propri affari: altri poi presero i suoi servi li insultarono e li uccisero.
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?. Ed egli ammutolì. Allora egli ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 22,1-14).
Da una parte è davvero impressionante la larghezza di cuore di Dio, che ci invita, direi con passione, nel convito del Suo Amore, le Sue nozze, e non riusciamo a spiegarci il rifiuto di chi è invitato, dando la preferenza ad ‘affari’ e ‘campi.
Dall’altra parte ai poveri, quelli che davvero non hanno paura a mostrare la loro povertà di spirito, ossia un cuore aperto a Dio e chiuso alla terra, non pare vero di poter partecipare al banchetto del Re. L’unica condizione che Dio pone è ‘avere l’abito nuziale’.
Certamente la parabola, allora, venne rivolta ai principi dei sacerdoti, ‘chiusi’ all’accoglienza del Messia, ma oggi i poveri ai crocicchi delle strade siamo noi, cui chiede solo ‘l’abito’ della fede e dell’amore: l’abito di nozze.
Ma sono tanti, troppi, quelli che anche oggi rifiutano l’invito.
È la storia della superbia, della sufficienza dell’uomo, che riesce solo a vedere l’angolino del proprio io, illuminato da luci al neon, incapace di spalancare gli occhi sulla vastità del sole, che è il Regno di Dio.
S. Paolo, scrivendo ai Filippesi, in qualche modo, insegna come essere i ‘poveri’ ai crocicchi delle strade: “Fratelli ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono stato iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in Colui che mi conforta” (Fil. 4, 10-20).
Leggendo la parabola dell’invito al banchetto, viene spontaneo considerare, oggi, l’invito alla ‘mensa del Signore’, in cui Gesù si fa Cibo: il sacramento dell’Eucarestia.
Quanti di noi - sono certo per una mancata preparazione - snobbano la S. Messa, né più, né meno, come fecero gli invitati alle nozze, preferendo impegni materiali.
Quanti ritengono ‘giusto’ vivere la domenica - giorno del Signore - come momento di svago e riposo, dopo una settimana di lavoro, voltando le spalle all’invito alla mensa di nozze, preparata dal Padre! Occorre chiederci: ‘Quale posto ha nella mia vita cristiana la partecipazione alla S. Messa? La concepisco come ‘un privilegio’, che mi è rivolto, da parte del Padre con tanto amore? La S. Comunione la vivo come una ‘necessità’, da cui trarre forza e vita interiore, per affrontare con Gesù le fatiche della vita?’.
Proviamo a volte tanta gioia nello stare insieme durante una bella gita: ed è già un dono.
Ma è paragonabile alla grande gioia di stare insieme, alla domenica, nella celebrazione del banchetto, che è il solo che può creare una vera unione dei cuori?
Dovremmo riscoprire l’Eucarestia e farla diventare il ‘centro della gioia della vita’, proprio come il banchetto del Padre.
Affermava Paolo VI: “Il dono cruento che Gesù nell’ultima cena stava per offrire all’umanità nel suo imminente sacrificio della croce, è riprodotto, moltiplicato, perpetuato nel dono identico, ma incruento del sacrificio eucaristico. Impossibile capire se non si pensa all’amore, che in quella sera del giovedì santo, inventò questa straordinaria forma di comunicarsi. È impossibile per noi accogliere come si conviene questa immediata presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, che celebriamo, se non entriamo in quella proiezione dell’amore che Egli a noi rivolge.
E S. Paolo esclama: Egli mi amò e diede se stesso per me. Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato. Tutto il cristianesimo è qui.
Il cristianesimo è comunione di vita divina, in Cristo, con la nostra. Se crediamo in questo mistero di fede, se entriamo nel cono di amore e di luce che esso lancia su di noi, come rimanere impassibili, inerti, distratti, indifferenti? L’amore vuole amore. È fuoco, come non sentirne il calore? Come non cercare in qualche modo di corrispondervi? Dobbiamo chiedere a noi stessi: cosa Gesù ci direbbe oggi? Quale raccomandazione ci farebbe? Lui che ci ha detto: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi? Quel ‘come’ ci dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio” (Giovedì santo 1968).
È davvero una grande contraddizione la nostra: siamo assetati di gioia, di libertà, di amore; tutto abbiamo a portata di amore e di fede nell’Eucarestia, ed invece ci rivolgiamo a ‘sorgenti di acque stagnanti’, che fanno stare solo male.
Davvero la parabola di oggi è di grande attualità.
Noi, che siamo gli invitati privilegiati dal Padre, rifiutiamo l’invito o ci sentiamo poveri, con il cuore libero da false speranze ed aperto all’invito?
Mia mamma era povera, tanto povera, ed umile. Per lei la partecipazione alla S. Messa quotidiana - anche se le costava tanta strada da fare - era l’appuntamento da non mancare, mai, anche in tarda età, quando, non potendo più camminare, chiedeva che le si portasse a casa la S. Comunione...
E come lei quanti cristiani, anche oggi, percorrono chilometri per giungere all’incontro con il missionario per la celebrazione dell’Eucarestia!
Sono i meravigliosi testimoni della fede e della carità.
Sono coloro che ti fanno riflettere e ti attirano al grande Mistero dell’Amore di Gesù, che si dona come Vita.
Non resta che accogliere l’invito di Dio.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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