domenica 28 settembre 2008

Omelia del giorno 28 Settembre 2008 di Monsignor Riboldi


foto da www.giovannicertoma.it


Omelia del giorno 28 Settembre 2008

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Chi può giudicare un fratello?


Capita a molti di sentire giudizi e commenti sulle persone, che ci sono vicine o ci passano accanto. È difficile, molto difficile, che qualcuno si salvi dai nostri giudizi?
A volte chiamiamo buoni, quelli che ostentano bontà, ma non conoscono questo grande dono, frutto di un’intensa disciplina interiore, che è la scala verso la santità. Si salvano i grandi testimoni della fede, che suscitano stupore, come quando si vede passare un santo.
Cosa si intenda poi per bontà o cattiveria, nel giudizio di molti, è difficile dirlo.
A volte anche noi che ‘apparteniamo’ alla Chiesa, ci sentiamo autorizzati a crederci ‘migliori’, c’è addirittura chi pensa che nei ‘lontani’ non ci sia bontà...come ad affermare - e speriamo scompaia questa presunzione, che offende non solo Dio che ama ciascuno di noi, ma noi stessi - ‘noi siamo i buoni e gli altri i cattivi’.
Come è difficile, carissimi, per ciascuno di noi, comprendere veramente chi siamo agli occhi del Padre!
A volte siamo tentati di sentirci così distanti dalla Sua santità, da temere di stare alla Sua Presenza, che invece è soprattutto Misericordia, anche se non apprezza i nostri giudizi sugli altri.
Altre volte ci chiediamo - anch’io nella mia lunga vocazione di servizio alla Chiesa, come parroco, come vescovo - cosa pensano di me quanti Dio mi affida. Non ho difficoltà, ogni volta incontro assemblee o comunità, ovunque, anche quando alla fine battono le mani, a rientrare immediatamente in me stesso e sotto voce chiedere a Dio: ‘Ma Tu che ne pensi? Mi batti le mani o c’è qualcosa che disapprovi?’. Perché è difficile compiere azioni alla perfezione, ossia senza sbavature, davanti a Dio.
Facile cercare il consenso, meno facile servire la Verità, soprattutto quando è scomoda.
Una volta che, in un’assemblea di giovani, parlai di solidarietà, condannando ogni discriminazione, suscitai un contrasto che fu una solenne, interminabile serie di fischi… che lasciò interdetti coloro che mi avevano invitato.
Seguì un grande silenzio, che costrinse tutti a chiedersi la ragione della disapprovazione. Alla fine dissi: ‘Vi ringrazio perché, per avervi proclamato la verità, mi avete sepolto sotto i fischi. A Gesù, la Verità, andò peggio: fu crocifisso!’.
Il profeta Ezechiele così ci parla oggi: “Dice il Signore: Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia, per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per la iniquità che ha commesso. E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia, che ha commessa, e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli vivrà e non morirà” (Ez 16, 25-28).
Capitava spesso, anche a Gesù, di trovarsi a parlare di fronte ad una folla che ripeteva i nostri stessi sbagli e giudizi. C’era allora chi si riteneva ‘giusto’, come gli scribi e i farisei.
Loro - in apparenza - osservavano la legge del Signore ‘spaccando il pelo’ e arrivavano persino a giudicare l’operato di Gesù, il Giusto per eccellenza, da loro considerato un peccatore, perché ‘non rispettava il sabato’ per guarire gli ammalati.
Assomigliavano molto al ‘primo figlio’ di cui parla oggi il Vangelo. Una pretesa da folli o ciechi. Non solo giudicavano spietatamente gli altri, ma addirittura passavano alla condanna a morte, di chi, secondo loro, aveva sbagliato, davvero non conoscendo Dio, che è Amore e Misericordia. Ricordiamo l’adultera, colta in fragrante e portata davanti a Gesù, per coglierlo in fallo. Doveva essere lapidata. La loro era una giustizia, che si fermava solo all’apparenza: apparenza esibita in modo sfacciato, tanto da meritare da Gesù il titolo di ‘sepolcri imbiancati’.
Erano convinti che al di fuori di loro non vi fossero giusti, ma solo samaritani, pubblicani, prostitute, gentili, tutta gente da disprezzare, condannare o allontanare.
Una mentalità rischiosa, che può avvelenare anche i nostri rapporti, con chi non crediamo essere come noi.
Scriveva Bertold Brecht, che, durante il nazismo, aveva visto come si possono cavalcare gli stereotipi, contando sul silenzio della gente: ‘Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e ne fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi erano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui contento perché erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Poi vennero a prendere me e nessuno venne a protestare’.
Per Gesù la giustizia è altra cosa: è un amore che parte dal Padre e si fa richiesta, attendendo una risposta che sia carica di amore e non solo di ‘apparenza’.
Racconta l’evangelista Matteo, nel Vangelo odierno: “Gesù disse ai principi, ai sacerdoti e agli anziani del popolo: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, Signore, ma non andò. Rivoltosi al secondo, disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia, ma poi, pentitosi, andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?. Dicono: L’ultimo. E Gesù disse loro: In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto. I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Mt 21, 28-32).
Risulta, dalle parole di Gesù, che non contano tanto le promesse o le dichiarazioni superficiali, che possiamo dire, ma con quanto amore si fa quello che ci chiede, anche se dopo qualche esitazione. Tante volte seguire Gesù è ‘duro’. Viene da dire no e fare resistenza.
Ma ciò che conta è il sì, seppure sofferto.
Ricordo un giorno - ero ancora parroco nel Belice - venni invitato a Catania per un Convegno di giovani. Con me, quella volta, la relatrice era Madre Teresa di Calcutta. La ricordo spuntare in silenzio da un lato, come a voler ‘non fare chiasso’, diversamente da noi.
Era impressionante la grande assemblea dei giovani che, letteralmente, ‘bevevano’ le parole di quella santa, che sembrava ‘distillare’ quanto diceva, tanto che ogni sua espressione aveva il senso delle realtà divine.
Terminata la conferenza, iniziarono le domande. Ci mettemmo d’accordo che alle mie domande avrebbe risposto lei e a quelle rivolte a lei avrei risposto io.
Ma ci fu una domanda che mi mise in imbarazzo; era troppo personale e non poteva rispondere in sua vece. La domanda era: ‘Madre Teresa, conoscendo i tanti sacrifici che Dio le ha chiesto, se rinascesse, direbbe ancora di sì a Dio?’.
Madre Teresa si raccolse in un profondo silenzio di qualche minuto. Poi sorprendendo tutti rispose: ‘Sapendo quanto costa dire sì e temendo di non farcela, sarei tentata di dire no’. Facile immaginare lo smarrimento dell’assemblea. Fu un momento di ‘pesante’ silenzio. Poi riprese: ‘Ma sapendo quanto mi vuole bene e quanto Gliene voglio, credo proprio che tornerei a dirGli sì’.
Scoppiò un grido, come la liberazione da un incubo.
E mi sono chiesto tante volte: ‘Io sarei capace di dare la stessa risposta?’.
E se la giustizia, fedeltà all’amore, è questo, come si fa, con leggerezza, a distinguere e stabilire tra noi chi è fariseo e chi pubblicano?
Chi può conoscere il cuore dell’uomo?
L’unica cosa che possiamo compiere è scrutare alla luce dello Spirito chi, noi, veramente siamo. Sarà capitato a tanti di aver incontrato persone semplici, che non la pensano come noi e che forse giudichiamo male.
Che ne sappiamo del posto che occupano - loro come noi - nel Cuore di Dio?
Dopo il terremoto del Belice, che aveva letteralmente distrutto tutto, lasciandoci sul lastrico e, in un primo tempo, alloggiati in poverissime tende, ebbi modo di toccare con mano come Dio ama gli uomini.
Vi era in paese un uomo, che si occupava di edilizia e che sempre aveva esibito pubblicamente il suo ateismo, come un vanto. Il terremoto aveva fatto crollare le nostre misere certezze terrene.
Una sera, rientrando a tarda ora, nella mia tenda, vidi quell’uomo aggirarsi proprio dove alloggiavo. Gli chiesi se aveva bisogno di qualcosa.
Mi rispose un NO secco. ‘Non intendo svendermi alla Chiesa’. ‘Nessuno ti chiede di svenderti, ti ho solo chiesto se posso aiutarti’ risposi. Ancora più decisamente mi rispose di no e se ne andò. Dopo alcune sere accadde la stessa scena, ma capivo che mi cercava, ma anche temeva di trovarsi di fronte ad un invito a rinnegare il suo ateismo.
Finalmente un giorno si decise, con molta cautela, ad entrare nella mia tenda.
Aveva bisogno di una somma per rimettere a posto una piccola casa in campagna, che così avrebbe potuto essere abitata. ‘Io chiedo perché sono malato di cuore e la tenda non mi dà protezione, però se mi aiuta non mi chieda cose di chiesa, come andare a Messa o altro’. ‘Aiutare un altro - gli risposi - non è comprare la sua coscienza’.
Tornò un’altra volta, per avere il necessario per finire la casa.
Vedersi stimato, amato, accettato per quello che era, lo costrinse a mettere in discussione ciò che pensava. Lentamente divenne un cristiano senza vergogna, rimproverando chiunque si fosse permesso di criticare o parlar male della Chiesa.
Assomiglia tanto questo fratello al secondo figlio del Vangelo.
E chissà quanti di noi potrebbero esserlo.
Con S. Paolo affermo: “Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti e con la stessa carità” (Fil 2, 1-3).

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/
email: riboldi@tin.it

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