sabato 20 settembre 2008

Omelia del giorno 21 settembre 2008 di Monsignor Riboldi

Omelia del giorno 21 settembre 2008

Tutti chiamati ad operare nella Chiesa e nel mondo


Impressiona o scandalizza - forse è più giusto - la disuguaglianza che vi è in tutti i campi nel vivere lo stato sociale.
Vi è chi si afferma in modo da togliere spazio ad altri, magari poi ricorrendo a forme di assistenza, che mettono fuori gioco le grandi capacità, che Dio ha dato a ciascuno e quindi mortificando quello che potrebbe essere e diventare.
Ogni uomo o donna è prima di tutto una ‘creatura di Dio’, donata ai genitori, che così gli fanno conoscere la bellezza della vita.
E sappiamo, o dovremmo sapere, che, quando Dio ha creato me o voi, ci ha fatto dono di tante capacità o carismi, che sono le vie per manifestare la Sua gloria e, nello stesso tempo, edificare la società in cui viviamo.
I genitori di Giovanni Paolo II potevano mai immaginare che il loro figlio, educato cristianamente nella difficile Polonia del suo tempo, un giorno sarebbe stato chiamato da Dio a lavorare nella Sua vigna, che è la Chiesa, da Pontefice?
Potevano mai i miei genitori sapere che un giorno Dio mi avrebbe scelto e chiamato per essere totalmente Suo ed ‘usarmi come servo obbediente ed inutile a lavorare nella Sua chiesa’? A volte mamma, che aveva idee chiare sul dono prezioso della vita agli occhi di Dio, si chiedeva: ‘Cosa sarai da grande? Che cosa vuole da te?’. Per cui, quando Dio irruppe nella mia adolescenza con la vocazione, fece di tutto per coltivarla e seguirla, con quella fede che, una volta, era il vero pane della vita.
E quando Paolo VI mi chiamò a essere vescovo, correndo dalla Sicilia a trovarla - era già anziana - si mise a piangere per la gioia e la trepidazione, dicendomi: ‘Ma sarai degno? Saprai essere un apostolo senza tentennamenti e paure, servo fedele di Gesù?’. Il giorno dell’ordinazione episcopale, in Sicilia, non potè essere presente, perché l’emozione le causò la febbre.
Non è possibile che il padrone di casa’ non ‘chiami, a suo tempo, nella sua vigna’, che è la Chiesa, il mondo. Dio non crea mai e poi mai uomini e donne ‘inutili’, condannate a vivere sul marciapiede della storia.
C’è per tutti una ‘via’, un ‘lavoro nella vigna’. Tutti chiama a suo tempo.
Nessuno deve restare ‘disoccupato’. Non importa poi quale sia il lavoro che ci affida e per cui ci ha dato i cosiddetti carismi: l’importante è ‘esserci’ nella vigna.
Ma è facile rinunciare alle proprie responsabilità, delegandole ad altri.
Succede in famiglia, dove i genitori, che nel Battesimo dei figli hanno promesso di essere responsabili della loro educazione, dimentichino questo impegno, delegandolo non si sa a chi o cosa, permettendo così che i figli diventino vittime dei tanti cattivi maestri che la società offre, creando quelle devianze di cui i mass media ogni giorno ci parlano.
Ed è tanto triste assistere a fatti raccapriccianti, i cui protagonisti sono adolescenti o giovani, che ci fanno esclamare: ‘Ma chi li ha traditi?’.
Si rinuncia nelle scuole dove si bada di più alla materia da insegnare, che ha un capire e coltivare le grandi capacità interiori, che sono i doni di Dio.
Facile delegare il progresso della società alla sola politica, abdicando al nostro ruolo di voce dei nostri diritti e doveri.
La mia preoccupazione da vescovo non era quella di dare ordini e fare programmi ‘da solo’, considerando i sacerdoti e i fedeli come semplici esecutori e non protagonisti, ma mi ero posto come regola di vivere ‘il carisma della sintesi’ non di essere ‘la sintesi dei carismi’.
Consisteva in una conoscenza profonda dei miei sacerdoti, aiutandoli a scoprire le loro grandi energie e capacità e, quindi, renderli protagonisti dell’intera pastorale, in unione con il vescovo.
Ed è stato bello vedere come la Chiesa diventasse una comunione di tanti carismi che, insieme, creavano una pastorale per rendere l’intera comunità corresponsabile.
Come Gesù ci ha insegnato: ‘Non vi chiamo più servi, ma amici’.
Ed è su questo principio che la Chiesa divenne una grande famiglia dove tutti, sacerdoti e laici, mettevano al servizio le loro capacità.
Una vera sinfonia di comunione, che rese stupenda la nostra Chiesa.
Il Vangelo ci descrive bene, oggi, questo essere chiamati, a suo tempo, nella vigna del Signore. Scrive l’evangelista Matteo:
“Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: ‘Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna: quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate nella mia vigna anche voi.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. (Mt. 20, 1-16)
In altre parole, per tutti, anche sotto diverse forme, come tanti sono i carismi dello Spirito, siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore e, se vogliamo estendere il discorso, nella vita della società.
A nessuno è concesso di essere ozioso. Soprattutto se ci riferiamo alla vita con Dio.
Dio invita a tutte le ore, ad uno ad uno.
Quante storie si potrebbero raccontare di questo irrompere di Dio che chiama nella sua vigna! Proviamo pensare alla chiamata di S. Francesco di Assisi, di S. Ignazio di Loyola, di tutti i santi e, se ci riflettiamo, nella vita di ciascuno di noi.
C’è un momento in cui Dio ci ha sorpresi ‘oziosi’ e ci ha invitati, continua ad invitarci o ci inviterà. Questo incontro con Dio – servirLo nella Sua vigna, e quindi conoscerlo, amarlo e seguirlo – è il senso e la sola verità della vita.
Cosa potrebbe significare vivere ‘oziosi’, sprecando il bello della vita, come se Dio non ci invitasse? Non riesco proprio a immaginarlo. O forse riesco a intravederlo, osservando tanti che dicono di ‘vivere bene’, ma senza Dio.
Diciamocelo con sincerità, è come avere gli occhi, ma non vedere la luce, avere un cuore e non saper amare, è mancare di sorriso e di pace, è essere privati dell’infinito.
Rimane l’interrogativo: è facile incontrarsi con Dio? Sentirsi chiamati?
Ne sentiamo a volte tanto il bisogno, ma non abbiamo la semplicità del bambino che sa spalancare gli occhi senza malizia, aperto a tutto e tutti.
Ricordo l’esclamazione, al limite del pianto, di un grande pensatore italiano che, un giorno, in cui eravamo insieme, stringendomi forte tra le braccia, per significare la forza delle sue parole, mi disse: ‘Non invidio alcunché a nessuno in questo mondo. Invidio solo chi ha fede: una fede che sembra a volte un vedere già spalancate le braccia del Padre’.
Ed è quanto dice Paolo nella lettera ai Filippesi:
“Fratelli, Cristo sarà glorifico nel mio corpo, sia che io viva, sia che io muoia. Per me infatti vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so che cosa debbo scegliere. Sono messo alle strette, infatti, tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio, dall’altra parte, è necessario per voi che io rimanga nella carne.
Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere di aiuto a voi tutti per il progresso e la gioia della vostra fede, perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi. Soltanto però comportatevi da cittadini degni del Vangelo”. (Fil. 1, 20-27) Meditando il S. Rosario, nel primo mistero, così pregavo:
Maria SS.ma, mia diletta Mamma, cerco di imparare qualcosa da Te se Tu mi aiuterai. Quando noi nasciamo è come se accogliessimo la forma che mamma ci dà.
A volte portiamo nel comportamento, nello sguardo, nella fisionomia qualcosa tanto di papà che di mamma, così da sentirci dire: ‘Sei tutto tuo papà oppure tua mamma’.
Sto mettendomi nelle tue mani, perché tu mi plasmi ‘dentro’, in modo che tutti possano dire: ‘Come assomigli alla Mamma celeste!’.
Quello che mi insegni oggi è il tuo dire ‘sì’ a Dio:
‘Ecco la serva del Signore, si compia in me la Sua parola’.
È il più alto grado di amore che si possa vivere.
È come dire a Dio: ‘Serviti del dono che mi hai fatto della vita, per il progetto di amore, che hai nel Cuore, per tutti. Io sarò come un mattone del Tuo tempio, che le Tue mani metteranno insieme a tanti altri, mattone su mattone, perché da lì poi risplenda la Tua gloria e salvezza, e tutti gli uomini vi trovino riparo.
Tu, Maria, conosci bene come noi uomini siamo capaci a volte di desiderare cose umanamente grandi, forse anche la nostra santità, la pace nel mondo o nelle nostre famiglie.
Parliamo spesso di giustizia, di solidarietà, di libertà, ma nella realtà, tante volte, come i nostri progenitori , ci siamo fermati al ‘no’ a Dio, che chiede di farsi amare,. Ci è difficile dire quello che tu hai detto: ‘Ecco la Tua serva’.
Non è che non ci fidiamo di Dio, ma siamo abbagliati dal nostro egoismo.
Vogliamo realizzarci a nostro modo, secondo un nostro capriccio. E così ci troviamo a guardare, a vivere, forse, cose orribili, più che bellezze ‘piene di grazia’.
Aiutami oggi, o Maria, a capire quello che veramente sono e ai tanti miei modi sbagliati di crescere nella vita.
Aiutami ad essere tanto umile, tanto vero, tanto fiducioso da dire a Dio:
‘Fa’ di me secondo la Tua volontà’.

Antonio Riboldi – Vescovo
Internet: www.vescovoriboldi.it
email: riboldi@tin.it

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