giovedì 11 settembre 2008

Omelia del giorno 14 Settembre 2008 di Monsignor Riboldi

Omelia del giorno 14 Settembre 2008

Esaltazione della Santa Croce


Amore e dolore nel segno della croce


È davvero un grande mistero dell'amore di Dio per noi quello che contempliamo nella Croce su cui il Figlio unigenito donò tutto se stesso, per farci partecipi del Suo Amore e della Sua Gloria. La Chiesa, oggi, così canta:
“Ecco il vessillo della croce, mistero di morte e di gloria,
l’Artefice di tutto il creato è appeso ad un patibolo.
Un colpo di lancia trafigge il cuore del Figlio di Dio,
sgorga sangue e acqua,
un torrente che lava i peccati del mondo.
O albero fecondo e glorioso, ornato di un manto regale,
talamo, trono e altare al corpo di Cristo Signore.
O croce beata che apristi le braccia a Gesù Redentore,
bilancia del grande riscatto, che tolse la preda all’inferno.
O croce unica speranza, sorgente di vita immortale,
accresci ai fedeli la grazia, ottieni alle genti la pace. Amen.”
Così Paolo VI presentava la grande festa della Esaltazione della Croce: “Oggi, 14 settembre, la Chiesa celebra una festa di origine antichissima, la festa della esaltazione della S. Croce. Gli storici dicono che essa ebbe origine a Gerusalemme, dove esistevano due basiliche costruite al tempo e per opera di Costantino. La ricorrenza della loro dedicazione era ogni anno celebrata con grande solennità; vi convenivano da ogni parte vescovi, ecclesiastici, monaci e fedeli, molti dei quali pellegrini. In tale occasione si facevano venerare le reliquie della croce del Signore: cerimonia questa che prevalse su quella commemorativa della dedicazione e diede il titolo alla festa, che dura tuttora... E’ il mistero del culto della croce quale strumento della passione di Cristo e nello stesso tempo mistero della passione di Cristo, simbolo della redenzione e segno d’estremo obbrobrio per Gesù, ma segno soprattutto dell’unica salvezza per noi e per il mondo...
La croce non è del tutto scomparsa nei profili dei nostri paesaggi rurali. Riposa anche sulle tombe dei nostri morti. Non è scomparsa nelle aule della vita civile. Non è scomparsa dalle pareti di casa nostra (o almeno spero che le mode moderne non l’abbiano sfrattata di casa, per fare posto ad altro che è la vanità dell’uomo). Cristo è la pendente, morente, con il suo tacito linguaggio di sofferenza redentrice, di speranza che non muore, di amore che vince e che vive. Questo è davvero bello. Ancora, almeno con questo segno siamo cristiani. Ma poi, nelle nostre coscienze personali grandeggia ancora questo tragico e insieme luminoso albero della croce?
Non sarebbe forse diventato Cristo crocifisso, anche per noi, ‘scandalo e stoltezza’, come lo era per i Giudei e per i Greci nella predicazione di S. Paolo.
Noi tutti ricordiamo certamente che, se davvero siamo cristiani, dobbiamo partecipare alla passione del Signore e dobbiamo portare dietro i passi di Gesù, ogni giorno, la nostra croce. Cristo crocifisso è esempio e guida” (14 settembre 1971).
Tutti noi, che viviamo, senza eccezioni, abbiamo una croce personale.
Ciascuno ha la sua. Inutile confrontarsi. Ogni croce è fatta su misura per le spalle di ciascuno. Rappresenta la nostra storia di dolore. E ogni croce ha il suo significato, solo se, come quella di Gesù, è portata con amore. Diversamente diventa disperazione. E tutti sappiamo quali pericoli genera la disperazione.
Ogni croce che portiamo, anche se non lo comprendiamo, è una storia e può diventare una meravigliosa storia di amore: quell’amore che non si racconta come una favola, che non evade i problemi, ma si celebra con la ferialità della vita, che sempre contiene gioie e sofferenze. Tutti abbiamo potuto conoscere amici, persone che, non trovando la via dell’amore, soffrono fino all’inverosimile.
Porto sempre con me l’immagine di un quadro dell’Addolorata, presente nella cappella del mio noviziato al Calvario di Domodossola. Attorno a quella Madonna, che è l’icona della sofferenza, come sotto la croce, era scritto: “all’amore e al dolore”.
Amore e dolore come le due braccia della croce.
Ma bisogna avere tanta fede e saper vivere partecipando alla passione del Signore, che porta alla resurrezione.
È nei momenti della sofferenza che si misura la nostra fede in Gesù e il nostro amore per Lui.
Dice l’apostolo Giovanni nel Vangelo di oggi: “Gesù disse a Nicodemo: Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv. 3, 13-17).
Sembra quasi incredibile che Dio ci ami così tanto!
I cristiani che riescono nella vita pratica a penetrare in questo mistero ineffabile di amore, scoprono nella sofferenza un modo di ricambiare tanto amore.
Dobbiamo riacquistare il vero senso dell’amore che vive anche di sofferenza, di dolore. Scriveva sempre Paolo VI, parlando della Croce che attira a sé: “Siamo tutti in modo e in grado diverso, sofferenti: forse non sentiamo l’invito, che a sé ci chiama, dell’Uomo che conosce il soffrire. Il dolore che nel mondo naturale è come un isolante, per Gesù è un punto di incontro, è una comunione. Ci pensate fratelli? voi ammalati, voi disgraziati, voi moribondi? Ci pensate voi uomini aggravati dalla fatica e dal lavoro? Voi, oppressi e solitari dalle prove e dalle responsabilità della vita? Tutti vi possono mancare, Gesù in croce, no. Egli è con voi. Egli è in noi. Di più, Egli è per noi. É il grande mistero della croce: Gesù soffre per noi!
Espia per noi. Condivide il male fisico dell’uomo, per guarirlo dal male morale.
Uomini senza speranza! Uomini che vi illudete di riacquistare la pace della coscienza, soffocando in essa i vostri rimorsi (tutti noi peccatori ne abbiamo, se siamo veri uomini), perché voltate le spalle alla croce? Abbiamo il coraggio di rivolgerci verso di essa e di riconoscerci in essa colpevoli: abbiamo fiducia di sostenere la visione della sua figura misteriosa; essa ci parla di misericordia, ci parla di amore, di resurrezione” (giugno 1956).
Facciamo festa e di cuore, ripensando a quanto ci ama Dio, attraverso il dolore del Figlio, che così S. Paolo descrive: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra: e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil. 2, 6-11).
E prego:
Oggi, o Signore, vorrei stare con tua Madre, che hai voluto fosse anche nostra madre, affidandola a Giovanni, e quindi affidandomi a Lei, vorrei stare, ripeto, sotto la tua croce, per capire il tuo dolore, per fare del dolore un dono, il dono più grande dell’amore, come è stata la tua vita, alla fine donata per noi sulla croce.
Oh sì, caro Gesù, sei ancora in croce oggi.
Sei sulla croce di tanti, troppi affamati, che alzano le loro braccia verso di noi, immobili crocifissi, immolati dal nostro egoismo.
Sei sulla croce di tanti, troppi tossicodipendenti e carcerati, di conseguenza, di tutti i loro cari, tante volte crocifissi dalle nostre mille contraddizioni, ed ora maledetti come fosti Tu.
Sei sulla croce di tanti ammalati, che implorano salute o almeno conforto; di tanti anziani che sono soli, crocifissi dal loro essere sulla soglia della morte, colpevoli di avere dato tutto, come Te.
Tua Madre, Maria, ha saputo raccogliere e condividere il tuo amore e il tuo dolore sotto la croce. Farsi crocifiggere come Te, senza ribellarsi come Te.
Un silenzio il Tuo che è amare l’altro fino a dare la vita.
Fammi partecipare, o Maria, in qualche modo, a tutte le croci del mondo, come mi appartenessero. Fammi capire che avrò la vera pace, quando avrò perso la mia, perché chi non l’ha la conosca. Fammi capace di dare la vita, giorno per giorno, o almeno viverla per i miei fratelli, sicuro che questo dare la vita è la sola via per averla , ed in abbondanza, davanti al Padre.
E quando mi trovo in difficoltà, chiamato a soffrire, chiamami a stare con te sotto la croce, per avere parte alla tua forza di amare.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it

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