domenica 21 settembre 2008

Messaggero di sant'Antonio - Luoghi di vita



Resta esemplare la sua obbedienza (Celestino V). Sia nell'atto di accettare che nel momento arduo di dare le dimissioni, il 13 dicembre 1294. Sempre per amore della Chiesa. Un uomo coernte e solido. Inesperto di diplomazia, ma chiaro nella coscienza. Pronto anche a subire, dopo le dimissioni, due anni di prigionia e di umiliazioni, relegato in un castello imprendibile.

Tra le querce di Faifoli, questa storia parla ancora. Ci dice che la santità si prepara nella scelta della povertà, in una radicalità di vita che attrae. Non c'è santità senza povertà. Una povertà che è cura delle cose, sobrietà di stile, bellezza di luoghi amati, relazioni gratuite, gioia di incontri veri. Che prepara la castità e crea l'obbedienza. E ci dice ancora che non basta essere santi per guidare gli altri: bisogna intrecciare la propria santità con quella altrui. E dagli altri farsi, onestamente, verificare. Qui sta la grandezza di san Pietro Celestino: la sua umiltà ha reso libera la stessa povertà. L'arte di farsi verificare resta dunque la chiave della saggezza e il fondamento dell'autentica santità. Perché la povertà è mezzo, non fine. Per essere liberi di amare. Per meglio guidare.

da Messaggero di sant'Antonio - Luoghi di vita di G. Carlo Bregantini Arcivescovo di Campobasso-Bojano

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