domenica 17 agosto 2008

Omelia del 17 Agosto 2008 di Monsignor Riboldi


Sant'Andrea dello Jonio - estate 2008

“Donna, davvero grande è la tua fede”

L’episodio della donna Cananea, che si rivolge a Gesù per ottenere la guarigione di sua figlia, ‘crudelmente tentata dal demonio’, offre l’occasione di riflettere insieme sul tema che rischia di degenerare la civiltà dell’amore che, per noi cristiani, è il cuore della fede.
Tiene banco nell’opinione pubblica, almeno la più sensibile alla dignità dell’uomo, il cosiddetto decreto ‘sulla sicurezza’. Parla di tolleranza zero nei confronti di chi viene tra noi legalmente, come i ‘rom’ o ‘nomadi’, o clandestinamente, come gli immigrati, soprattutto provenienti dalle coste africane, dopo un estenuante viaggio nel deserto, fuggendo dai loro Paesi, per sottrarsi alla violenza o, ‘più semplicemente’, alla fame. La dice lunga quella serie di sbarchi a Lampedusa, il più delle volte su barche, che tali non sono, messe a disposizione dai mercanti di uomini.
C’è da lodare la generosità della nostra Marina che, quando vede, soccorre e salva.
Ma giunti a riva, li attende il cosiddetto Centro di prima accoglienza, per poi, rimandarli all’inferno da cui provengono, perché ‘clandestini’.
Non ricordiamo che, in tante ondate, dall’inizio del ‘900, noi stessi abbiamo cercato dignità di vita ed accoglienza negli Stati Uniti e in tutta l’America del Sud, dove oggi vi è ‘la ricchezza di tante nazionalità’.
Visitai nel 1963 i nostri che emigravano in Germania, Svizzera, Francia. Molte volte vivevano in baracche malsane o in ambienti affittati, dove si ammassavano fino all’incredibile.
Quando ero con loro, il ‘titolo’ che ci accompagnava sempre era, guarda caso, lo stesso che oggi noi usiamo con i rom: ‘zingari’, pronunciato in senso dispregiativo, al punto che in una città, accompagnato da alcuni dei miei parrocchiani emigrati, come tali fummo respinti: ‘Vietato ai cani e agli italiani’, era scritto all’ingresso del locale pubblico.
Cosa dovremmo dire, piuttosto, di tanti che ‘usano i clandestini’, per un lavoro ‘in nero’, mal pagato e quindi con uno sfruttamento di poveri, che è un grave furto.
Che cosa è più grave? Chi condannare?
I clandestini che sottostanno a qualsiasi condizione, cercando a caro prezzo un pane per vivere o chi sfrutta il loro bisogno?
Nessuno vuole negare l’atteggiamento criminale di alcuni clandestini che, con i loro comportamenti, danneggiano i propri connazionali.
Ma quello che si deve evitare è ogni sentimento razzista, che cancella il cuore del Vangelo: .
‘Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi’, ricordando che la ‘zizzania’ è presente ovunque tra il seme buono e spetta al Padrone della messe discernere l’una dall’altro.
Il disagio che la Chiesa prova davanti a ‘questo rifiuto del fratello’ è bene espresso dai vari Centri di accoglienza delle Caritas e dal Pontificio Consiglio della pastorale dei Migranti.
“Si assiste - scrive - di giorno in giorno, nei confronti di immigrati e rom, al paventare provvedimenti restrittivi e discriminatori che, prima ancora di essere attuati, destano allarme e agitazione generale. Si continua ad annunciare lo smantellamento dei campi nomadi, senza indicare sotto quale tetto essi possano sopravvivere, si vogliono compromettere di fatto le vie di accesso a chi chiede asilo o protezione umanitaria, si annuncia il prelievo delle impronte digitali ai bambini rom. Tutto questo non significa smorzare le paure e dare tranquillità alla nostra gente, ma porre le premesse per riesumare una specie di xenofobia o peggio di discriminazione razziale, di cui anche in Italia si è fatta amara esperienza. Non comprendiamo poi perché le impronte digitali vengano prelevate soltanto ai minori di questa minuscola etnia rom, proprio quando in questi tempi si è spesso informati di bande minorili italiane, che scorazzano per le vie e parchi delle nostre città”.
Parole dure, se vogliamo, ma che cercano di riscoprire quell’animo generoso e gentile che era ed è di tanta nostra gente, a cominciare dalla più semplice.
Così descrive Matteo l’episodio della Cananèa:
“In quel tempo, Gesù, partito di là, si diresse verso le parti di Tiro e Sidone, Ed ecco una donna cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: ‘Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio’, Ma Gesù non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: ‘Esaudiscila, vedi come ci grida dietro. Ma egli rispose: ‘Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’.
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinnanzi al lui dicendo: ‘Signore, aiutami!’, Ed egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini’. ‘E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’. Allora Gesù le replicò: ‘Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri’. E da quell’istante sua figlia fu guarita”. (Mì. 15,21-28)
È davvero commovente questo episodio, che Matteo ha voluto - tra i tanti - ricordare e proporre a tutti noi, perché quella donna cananèa, ha avuto una fede che è una vera lezione per tutti, sempre.
Ammiriamo innanzitutto l’umiltà e fiducia con cui si rivolge al Maestro. Pietà di me Signore!
Non era una donna che apparteneva ai discepoli di Gesù. Questi provenivano dal ‘popolo ebreo’, il popolo eletto, che Dio aveva scelto per la nostra salvezza. Lei era una straniera - diremmo oggi un’ extracomunitaria! - Apparentemente, non aveva nulla da condividere con Gesù.
E Gesù - da pedagogo - evidenzia questa disparità, nel non dare ascolto alla sua preghiera, come se le sofferenze di chi non Gli apparteneva, non Lo interessassero.
Sembra davvero voglia evidenziare le nostre stesse discriminazioni.
Quante volte, di fronte alle tragedie di tanti, che cercano da noi ‘le briciole che cadono dalle nostre tavole’, pare che non solo non ci interessino, ma - Dio ci perdoni -li respingiamo.
Fa molto riflettere quel grido della donna Cananea e l’apparente indifferenza di Gesù, che pare ‘mettere tutti alla prova’!
Infatti, i discepoli si trovano ‘come costretti’ a scuotere l’indifferenza del Maestro: ‘Esaudiscila, non vedi come ci grida dietro?’ Più che un vero atto di amore, chiedono di ‘togliersela dai piedi’, ascoltandola, perché dava fastidio.
La Cananea non si lascia affatto fermare, ma delicatamente affronta Gesù, con parole di umiltà, fiducia, mettendosi nelle sue mani, al di là di ogni appartenenza.
E Gesù continua a mettere anche lei alla prova: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini’. Ma la risposta di lei pare sorprendere lo stesso Gesù: ‘E’ vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’.
A questo punto Gesù si commuove e ascolta ed esprime la sua meraviglia con un’affermazione, che vorremmo sentirci dire tutti: ‘Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri’. Un episodio che davvero diventa ‘una icona di accoglienza e fede totale’.
L’accoglienza di Gesù, che dimostra di voler superare ogni divisione tra gli uomini: tutti agli occhi del Padre sono figli, a qualunque etnia appartengano, qualunque sia la loro fede, la loro origine, la loro provenienza. Tutti vanno amati, ascoltati, accolti.
Penso a quei “barconi di disperati” che dall’Africa rischiando la vita vengono da noi e ci urlano il diritto alla vita. Fa male anche solo scorgere indifferenza o fastidio verso di loro.
E’ vero che la Chiesa accoglie il loro grido e lo porta ai responsabili e, soprattutto, opera al suo interno e sono tante le forme di amore verso chi ha bisogno, senza badare alla razza o nazionalità o religione. Quello che si fa all’uomo si fa a Dio, ma spesso non basta quello che facciamo!
La fiducia totale della donna cananea, che davvero è esempio di fede, per come si rivolge a Gesù, abbandonandosi nelle sue mani, con totale fiducia: Pietà di me, Signore! Signore aiutami!... e trovando il coraggio, per amore della figlia, di ribattere alle obiezioni del Maestro, senza arroganza, ma in assoluta sincerità: ‘Anche i cagnolini si cibano delle briciole...!’, attirando così lo stupore dello stesso Figlio di Dio: ‘Donna, grande davvero è la tua fede!
Meditiamo le parole che Paolo VI, uomo di profonda fede, ci consegna:
“Fede è propriamente una risposta al dialogo di Dio, alla Sua Parola, alla Sua Rivelazione. È il ‘sì’ che consente al pensiero divino di entrare nel nostro; è l’adesione dello spirito; della volontà, dell’intelletto ad una verifica per l’autorità trascendente di una testimonianza, a cui non è solo ragionevole aderire, ma intimamente logico per una strana e vitale forza persuasiva che rende fatto di fede estremamente personale e soddisfacente.
È la fede un atto che si fonda sul credito che noi diamo al Dio vivente; è l’atto di Abramo che credette a Dio e da ciò trasse salvezza: ‘Gli fu computato a giustizia’. È un atto insieme di fiducia, che pervade tutta la personalità del credente e impegna la sua maniera di vivere. È la sua migliore offerta a Dio, a Cristo Maestro, alla Chiesa custode e interprete del suo messaggio. È il passo con cui il fedele varca la soglia del Regno di Dio ed entra nel sentiero del suo eterno destino. Capite cosa è la fede? (19 aprile 1967)
Insomma è la semplicità della Cananea che si affida, senza tanti ragionamenti, spinta dall’amore, a Colui in cui sente di poter porre la sua fiducia.
Una fiducia ripagata che le meriterà per sempre quella splendida lode, che vorremmo sentire rivolta anche a noi: ‘Donna davvero grande è la tua fede!’
Con Madre Teresa è bello oggi rivolgersi a Gesù così:
“Gesù, tu sei la Vita che voglio vivere,
la Luce che voglio riflettere,
il Cammino che conduce al Padre,
l’Amore che voglio amare,
la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me.
Gesù, Tu sei Tutto per me,
senza di Te non posso fare nulla.
Tu sei il Pane di Vita, che la Chiesa mi dà.

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