sabato 23 agosto 2008

24 Agosto 2008 Omelia di Monsignor Riboldi

24 agosto 2008

“Voi chi dite che Io sia?”

Sappiamo tutti come il termine ‘cristiano’ il più delle volte sia semplicemente ‘un aggettivo’ e non un ‘modo di essere’, che testimonia e interpreta il dono della vita, ossia, come afferma Paolo: ‘Per me vivere è Cristo’.
Eppure ci troviamo di fronte ad un presente che conosce tanti che vivono sul serio Cristo, ne sono testimoni viventi e ritengono che Lui sia la sola Persona, il solo Bene da coltivare e a cui donarsi, in altre parole Gesù è ‘la Via, la Verità e la Vita’, e sono di Cristo fino a ritenere un dono il testimoniare il loro amore dando la vita, con il martirio.
Penso tante volte a fratelli nella fede, in Paesi dove è assolutamente proibita ogni forma di religione, come la Cina, e dove professare apertamente la fede significa carcere duro.
Vescovi, sacerdoti e tanti semplici cristiani hanno sperimentato l’asprezza del carcere duro per tanti anni, ma non si sono mai arresi.
Mi è sempre davanti l’esempio del vescovo del Vietnam del Nord, che visse nell’isolamento totale per sedici anni, sempre sotto stretta sorveglianza e che ‘rubava’ un momento della sera, quando non era osservato, per celebrare la S. Messa da solo, con un goccio di vino sulla mano e un pezzettino di pane.
Viaggiai con lui in aereo e mi sorprendeva il suo ineffabile sorriso, come se quel martirio fosse stato un dono. Mi voleva donare la croce pettorale, di lamiera e legno, e la ‘catenina’, di filo spinato, costruita nel periodo della prigionia. Mai vista così tanta gioia in un cristiano!
E come lui, quanti vivono la ‘passione di Cristo’ oggi, in tutto il mondo - dimenticati dai massmedia, perché ‘non fanno notizia’, ma ‘seme di nuovi cristiani’ nel piano di Dio -
Chiedere loro: ‘Chi dite che sia il Figlio dell’uomo?’ Li sorprenderebbe, perché, con evidente stupore, direbbero sicuri: ‘Tutto, la nostra vita’.
Ricordo mia mamma, innamorata di Gesù, che, quando con papà affermava: ‘Gesù è davvero tutto per me’, lui scherzando rispondeva: ‘allora per me è rimasto nulla!?’.
Così come tanti, nei conventi, nella vita comune, vivono davvero un’esistenza in cui Cristo è il tutto. Sono ‘la luce del mondo, il sale della terra’ e quello spazio tra noi, in cui Dio si mostra vivo, come fu al tempo di Gesù.
Forse, per tanti, questo modo discreto che prende le distanze dai tanti ‘rumori del mondo’ - capace solo di promettere illusioni, che spesso si rivelano amare - questo stile tipico dell’amore, che si dà senza rumore, non fa presa.
Ed è come il ripetersi dell’inganno del serpente ai nostri progenitori: una proposta di superbia senza Dio, per ‘farsi dio’.
Purtroppo è questa superficialità, che sconfina nell’indifferenza religiosa e nell’ateismo pratico, in cui Gesù conta poco o nulla, quella che regna su troppi.
Gesù così rimane ‘la grande scelta’, di sempre: con Lui o senza di Lui.
Ma se è meravigliosamente bello, divino, farsi conquistare da Gesù, è terribilmente triste vivere senza di Lui: un’assenza, quella di Gesù, che a volte porta ad odiare la stessa vita.
Così Gesù, oggi, interpella i ‘suoi’ sulla Sua identità. Scelti da Lui, si erano lasciati sedurre, forse sperando, umanamente, che li avrebbe liberati dalla povertà della vita. Chissà quanti sogni avevano nutrito gli apostoli. Sogni di mondo non di Cielo.
Narra il Vangelo:
“Essendo Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo chiese ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che sia il Figlio dell‘uomo’?. Risposero: ‘Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti‘.
Disse loro: ‘Voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente’. E Gesù: ‘Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue, te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io dico a te: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli‘.
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”. (Mt. 16, 13-20)

La domanda, posta da Gesù stesso: ‘Voi chi dite che io sia?’ è rivolta ancora agli uomini di oggi, a noi personalmente. Io, cosa penso di Cristo? Egli ci appare tuttora come un mistero.
Forse lo conosciamo perché Egli vive con noi, in una società, in cui ancora traspaiono i Suoi principi. Lo conosciamo, forse, per l’educazione religiosa ricevuta.
Ma la domanda resta e le nostre labbra, sovente, sono senza risposta, o perlomeno senza una risposta piena, come quella dei santi. Una risposta che sentiamo troppo impegnativa, grave, perché implica tutto il nostro destino umano e spirituale.
È una risposta troppo profonda ed ineffabile: conoscerLo e definirLo vorrebbe dire VlVERLO.
La sua figura rimane così vaga e sbiadita, e, come i discepoli colti nella tempesta sul lago, vedendoLo venire, camminando sulle acque, grideremmo: ‘E’ un fantasma!’.
Così la nostra conoscenza di Cristo è rudimentale, frammentaria, incerta o forse fredda, se non ostile.
Lo conosciamo senza amarLo, Lo supponiamo senza conoscerlo, trascurandoLo e dimenticandoLo.
Diciamo questo perché, nell’ aria che respiriamo, possiamo avvertire il paradosso che si incontra là dove la Chiesa, a qualsiasi livello della sua autenticità, non esita ad affermare, ieri e oggi, che per lei ‘Dio non è morto’, continuando impavida e felice a testimoniare e proclamare con Pietro che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente’.
Mi piace offrire una meravigliosa riflessione di Paolo VI, vero innamorato di Gesù: “Oggi l’ansia di Cristo pervade il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. La storia contemporanea ci mostra, nelle sue salienti manifestazioni, i segni di un messianismo profano. Il mondo, dopo avere dimenticato e negato Cristo, Lo cerca. Ma non vuole cercarLo quale è e dove è. Lo cerca fra gli uomini mortali; non si cura di adorare il Dio che si è fatto uomo e non teme di prostrarsi servilmente davanti all’uomo che si fa dio. Il desiderio di trovare un uomo sommo, un prototipo della umanità, un eroe di complete virtù, un maestro di somma sapienza, un profeta di nuovi destini, un liberatore da ogni schiavitù e da ogni miseria, assilla tutte le generazioni inquiete, che forti di qualche sconsacrato frammento di verità tolte al Vangelo, agitano inumane politiche e preparano grandi catastrofi.
Dall’inquietudine degli spiriti laici e ribelli, prorompe fatale una confessione al Cristo assente: di Te avremmo bisogno. Di Te abbiamo bisogno, dicono altre voci isolate e disparate; sono molte, oggi, e fanno coro. È una strana sinfonia di nostalgici, che sospirano a Cristo perduto; di pensosi, che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi, che da Lui imparano il vero eroismo; di sofferenti, che sentono la simpatia per l’Uomo dei dolori; di delusi, che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti, che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di volenterosi, che sperano di incontrarLo sulle vie diritte del bene; di artisti, che cercano superiori rapporti espressivi con l’intima verità delle cose; di convertiti, infine, che confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averLo trovato.
Si guarda a Cristo come al divino operaio, che ha condiviso le fatiche e le ha nobilitate e santificate; al profeta dei poveri, degli affamati di giustizia; come al Maestro vindice della dignità umana, Giudice di ogni ipocrisia personale e sociale, Banditore della solidarietà e carità.
E Cristo ascolta noi che stiamo pregando e ci segue.
O Cristo, Tu ci sei necessario per venire in comunione con il Padre, per diventare, con Te, che sei unico Figlio, Suoi figli adottivi.
Tu ci sei necessario, o solo Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e destino e la via per conseguirlo.
Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità.
Tu ci sei necessario, o Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni della vera fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.
Tu ci sei necessario, o Cristo, Signore, Dio-con-noi, per imparare l’amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità, lungo il cammino faticoso della vita, fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli”. (discorso Quaresima 1955)
Quanto amore aveva Paolo VI per Gesù!
Vorremmo essere capaci di accostarci a Lui con la stessa umiltà e serenità. Dà ragione a quello che Paolo, scrivendo ai Romani, affermava:
“O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
Quanto sono imperscrutabili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi Gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui, sono tutte le cose”. (Rom. Il, 33-36)
Voglio terminare questi ‘pensieri di affetto a Gesù’ con le parole di Mons. Bello:
‘Lui è il Signore, è Gesù di Nazareth: è questo nostro indistruttibile amore attorno al quale vogliamo legare la vita, al quale non ci vogliamo aggrappare, ma donare.
Purtroppo, miei cari amici, devo dirvelo questo: io conosco molti cristiani, e tra questi ci sono anch’io, che si aggrappano al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché Lo amano. E questo non è un abbraccio di tenerezza, è un prodotto della paura.
Noi al Signore ci dobbiamo abbandonare: a Lui, fontana antica che ha acqua, l’unica capace di dissetarci. Chi ha sete va e beve; chi è stanco, va a lavarsi la fronte.
Ecco, così è Gesù Cristo: Lui per ognuno ha una parola particolare.
Ha una parola di tenerezza, di incoraggiamento. Noi dobbiamo riscoprirla soltanto.

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