domenica 6 luglio 2008

Biondo era e bello di Mario Tobino

Il Casentino fu per Dante un'oasi, un'aiula felice. La sua amata città è a pochi chilometri, gli arriva l'accento del puro volgare, le colline che intorno ondeggiano ricordano quelle che contornano Firenze e c'è l'Arno, ancora fanciullo, non intinto di veleno, al quale pare di poter confidare un saluto per la propria città, un messaggio per i propri concittadini. Dante è poco distante e pur tuttavia i Neri non possono né impiccarlo ne bruciare vivo,

Intanto i suoi versi battono per ogni dove le ali, così sono trascritti e mandati a memoria che la gran folla di loro si salverà attraverso le rovine del tempo, saranno tramandati fino a noi.

In questi anni del Casentino esplode il suo genio; il gioco del destino costringe la poesia a farsi più grande. Felicità per Dante completare, dirigere verso il porto le proprie opere, in versi e in prosa, in volgare e in latino.

Per la vita privata gli necessita pazienza, sopportazione. Lì nei castelli dei Guidi lui è una mescolanza di segretario, diplomatico, indovino, complilatore di lettere ufficiali, uomo dotto a disposizione. In certi giorni è quasi con la livrea del cortigiano, anche se intorno al suo nome aleggia la fama.

Ci sono fortunatemente i viaggi, gli incarichi, le visite a questo e quest'altro principe, missioni da svolgere. E' un'occasione per interrompere la monotonia del paesaggio, dar tregua al lavoro, riposarsi, conoscere altre vicende italiane, delle quali è sempre assetato; e di nuovo incontrare vecchi amici.





dal libro Biondo era e bello di Mario Tobino - ed. Oscar Mondadori

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