giovedì 12 giugno 2008

Omelia del giorno 15 Giugno 2008 di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 15 Giugno 2008

XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

La messe è molta, ma gli operai sono pochi


C’era un tempo in cui la nostra Chiesa, che è in Italia, abbondava di sacerdoti e religiosi, al punto che, a volte, non si riusciva a trovare posto nei seminari o nelle case religiose. Incredibile.
Ricorderò sempre quando, dodicenne, dando seguito ad un invito che il mio vescovo, dopo le cresime - ed io ero chierichetto - mi aveva rivolto, dopo attenta riflessione, aiutato in questo dai miei genitori e dal parroco, cercai chi mi accogliesse. Trovai difficoltà, perché la povertà di casa mia non mi permetteva di disporre del ‘necessario materasso’, che era la ‘dote’ da portare!
Finché incontrai chi era disposto ad accogliere me... anche senza ‘il materasso’! E così entrai tra i Padri Rosminiani.
Oggi, invece, è doloroso verificare che grandi seminari sono semivuoti e le case religiose devono chiudere per mancanza di vocazioni.
In mezzo secolo davvero molto è cambiato.
Profeticamente, scriveva Giovanni Paolo II, nella Enciclica ‘Novo millennio ineunte’, nell’anno del Giubileo: “Certamente un impegno generoso va posto - soprattutto con la preghiera insistente al Padrone della messe - per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e di quelle di speciale consacrazione. È questo un problema di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte del mondo. In certi Paesi di antica evangelizzazione (come l’Italia) esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto dal consumismo e dal secolarismo. È necessario ed urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle vocazioni che raggiunga le parrocchie, i centri educativi, le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata di Dio, specialmente quando questa sollecita la totale donazione di sé e delle proprie energie alla causa del Regno” (n. 46).
E che il nostro tempo dia poco spazio a ciò che Dio chiede a ciascuno, per rispondere al Suo disegno di amore, e che questo sia ‘drammatico’, è sotto gli occhi di tutti.
Ma, chi di noi ha conservato un angolo di serenità, che gli permette di ‘vedere’ ciò che davvero è bello e conta per questa vita e, soprattutto, per quella che si attende, non può non provare il sentimento di Gesù: la compassione, ma anche la necessità di aiutare ad uscire dal buio della vita. Leggiamo con attenzione e meraviglia quanto oggi ci propone l’evangelista Matteo.
Un brano in cui velocemente scorre quello che Gesù comprende delle folle che Lo seguivano, l’immediata chiamata degli Apostoli e l’incarico di ‘andare tra le pecore sperdute’.
Ascoltiamo, immaginandolo rivolto alle ‘folle di oggi’.
“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattia e infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, il pubblicano, Giacomo di Alfèo e Taddèo, Simone il Cananèo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici, Gesù li inviò dopo averli istruiti. Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. E strada facendo, predicate che il Regno è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, guarite i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 9,36-38//10, 1-8).
Cerchiamo di entrare nel Cuore di Gesù, che prova compassione e tristezza nel trovarsi di fronte ad una folla di gente ‘stanca e sfinita, perché è senza una guida’.
Se Gesù tornasse tra noi - ma Lui è tra noi - dando uno sguardo, sia pure superficiale all’umanità, ‘scoprirebbe’ che è fortemente turbata da come vanno le cose.
Difficile, oggi, sentire un discorso di speranza o ottimismo; più facile ascoltare storie di disagio, di drammi, di sofferenze, ‘quasi cercate’, come avessimo perso saggezza, amore, solidarietà, dignità. Suscitano stupore quei fratelli e sorelle che sembrano percorrere un’altra strada, dove c’è posto per la gioia, un grande senso di amore e solidarietà, che suscitano squarci di cielo.
Ce ne sono, anche se troppo pochi... e spero che chi mi legge sia tra questi!
Ma resta una verità: quanto è facile imbattersi in gente è stanca e sfinita!
Se c’è una cosa che il cosiddetto progresso o corsa al benessere ha provocato è di avere suscitato un incredibile senso di superiorità, di superbia che cancella l’amore di Dio, vero Pane della vita, creando abissi che fanno - devono fare - ‘compassione’!
E Gesù, per compassione - patire con - dà subito un rimedio per guarire.
“La messe è molta - dice - ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe”.
E inizia Lui a chiamare i Dodici. Li ‘chiama’ dalla semplicità della loro esistenza - quasi tutti erano pescatori.
Uomini semplici, umili, che si lasciano immediatamente affascinare dalla voce del Maestro e Lo seguono, senza chiedersi cosa sarà di loro.
E noi sappiamo che, dopo averli istruiti per tre anni, depositando in loro la Sua Parola di verità, li proverà nella notte della Sua morte, fino ad accettare che, spaventati, fuggano…ma non con il cuore! Li riprenderà con la Sua Resurrezione e, alla fine, nella Pentecoste, donerà loro il Suo Spirito e diverranno le ‘pietre angolari della Chiesa’, che siamo noi.
Ma Gesù, come a continuare questo Suo cammino di grazia tra gli uomini tutti, continua a chiamare.
È vero che tutti i cristiani hanno una vocazione propria, che poi è il tragitto della santità, di ciascuno e di tutti.
Ma alcuni Gesù li chiama, come gli Apostoli, a continuare direttamente la Sua opera di salvezza, rendendoli strumenti di Grazia, che è la Sua Presenza in loro.
Una grande vocazione per un’incredibile missione nel mondo.
Una vocazione forse poco capita dai cristiani stessi, ma incredibilmente bella e necessaria.
Una vocazione che non è mai imposta, ma è sempre basata sul ‘Se vuoi’, ossia nel rispetto della libertà di ciascuno, che può dire ‘no’, come purtroppo accade.
Parlando di ‘vocazioni e libertà’, Paolo VI affermava: “Quanto più il mondo tende a secolarizzarsi e a smarrire il senso del sacro e l’avvertenza dell’insopprimibile rapporto religioso tra Dio e l’uomo, tanto maggiore risulta la necessità di una presenza qualificata, specializzata, consacrata, in mezzo al mondo profano, di ‘dispensatori dei misteri di Dio’, come pure dobbiamo ciò affermare in vista dell’accresciuto impegno che la Chiesa va assumendo nel servizio dell’umanità, al quale impegno né la forza, né la rettitudine sarebbero, a lungo andare, assicurati, senza preti capaci di contemplazione non meno che di azione, e muniti della virtù santificatrice e dell’autorità pastorale proprie del sacerdozio ministeriale. Necessità. Occorrono dunque alla Chiesa nuovi e molti e buoni e santi ministri: occorrono vocazioni. Ma la necessità, derivante dal piano divino, viene a confrontarsi con la libertà sul piano umano. Per libertà intendiamo l’oblazione personale e volontaria alla causa di Cristo e della Sua Chiesa. La chiamata si commisura con la risposta. Non vi possono essere vocazioni se non libere. Quanto diciamo si applica tanto alle vocazioni di sacerdozio ministeriale, quanto alle vocazioni religiose, di cui la Chiesa ha tanto bisogno e vale per le vocazioni maschili, come per quelle femminili.
Oblazioni: questo è il vero problema. Il mondo della religione non ha più le suggestive attrattive di un tempo: in certi ambienti è un mondo screditato dall’ateismo ufficiale e di massa, dall’edonismo diventato ideale di vita; è un mondo reso quasi incomprensibile alla psicologia delle giovani generazioni. Eppure la Chiesa, stretta dalla sua caratteristica necessità, attende, chiama, chiede. Chiama la gioventù specialmente, perché la Chiesa sa che i giovani hanno l’udito buono ad intendere la sua voce. È la voce che invita alle cose difficili, eroiche, vere. È la voce umile e penetrante di Cristo, che dice, oggi come ieri: “Vieni!” (Omelia, 19 aprile 1968).
Non ci resta che farci prendere dalla ‘compassione di Gesù’ per il nostro tempo, davvero bisognoso di gente generosa, che si offra a rimettere in piedi la gioia di vivere...con Cristo!...e pregare con il nostro Papa, Benedetto XVI:
“Signore Gesù, che un giorno hai chiamato i primi discepoli per farne pescatori di uomini, continua a fare risuonare anche oggi il Tuo dolce invito: ‘Vieni, seguimi’. Dona ai giovani e alle giovani la grazia di rispondere prontamente alla tua voce! Sostieni nelle loro fatiche apostoliche i nostri vescovi, le persone consacrate, i sacerdoti.
Dona perseveranza ai nostri seminaristi e a tutti coloro che stanno realizzando un ideale di vita totalmente consacrato al tuo servizio.
Risveglia nelle nostre comunità l’impegno missionario. Manda nella tua messe operai e non permettere che l’umanità si perda per mancanza di pastori, di missionari, di persone votate al Vangelo.
Maria, Madre della Chiesa, Modello di ogni vocazione, aiutaci a rispondere un Sì al Signore che ci chiama a collaborare al disegno di salvezza. Amen.”

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
E-mail: riboldi@tin.i

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