domenica 11 maggio 2008

Van Gogh - testo di L. Castellucci


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Una vita difficile, una natura fragile, tormentata. Un'instabilità interiore che porta alla commozione, al coinvolgimento, alla generosità ma che, talvolta, risveglia sentimenti disperati e violenti.
Cosa chiedeva Vincent Van Gogh alla vita? Voleva essere amato come un uomo normale, desiderava l'amore ma lo esigeva con la goffaggine di un bambino ormai adulto, con l'impaccio e l'aggressività di chi ha difficoltà di relazione. Solo l'affetto vero del fratello Theo e la protettiva ammirazione di pochi amici gli evitarono una fine ancora più precoce.
Vincent visse in un'agghiacciante solitudine dell'anima, da solo, a lottare con i colori, guidato unicamente da quel suo istinto animale e visionario che lo condannava a cercare la Verità attraverso la propria arte. E la pittura, che dette un preciso indirizzo alla sua vita confusa e inquieta, gli permise di trovare se stesso, di parlare al mondo attraverso opere fino ad allora mai immaginate, neppure dai rivoluzionari impressionisti. Ma la pittura fu anche il suo carnefice, tanto totalizzante e assoluto fu il rapporto con essa.
Quando il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spense ad Auvers-sur-Oise, in una modesta cameretta d'albergo, la sua vaste opera, comprendente oltre ottocento tele e un grande numero di disegni e studi, era del tutto trascurata. Solo il fratello Theo, giovane promotore di arte contemporanea, e alcuni critici e pittori amici ne avevano intuito l'immensa portata artistica, civile e morale.
Vincent con le sue pennellate inquiete, i suoi colori accesi, tipici dell'ultima produzione, i ritratti e gli autoritratti, autentiche operazioni di indagine psicologica, apre la strada alle inquietudini della pittura del nostro secolo. Le sue innovazioni formali ed espressive sono portate all'estremo, in una tensione mai allentata che costringe, comunque, provare emozioni.
Vang Gogh non è mai "piacevole"; anche quando ritrae i campi di grano e di papaveri, o quando ferma sulla tela un albero in fiore, non cerca mai di presentare l'aspetto facile, immediato: cerca l'essenza di tale soggetto; per questo non sarà mai un pittore piacevole, né un borghese, ma un artista intellettuale oppure istintivo e vero, pervaso da un senso tragico dell'esistenza ma anche da una grande speranza per il destino umano. "Vorrei dipingere uomini e donne con quel qualcosa di eterno, un tempo simboleggaito da un'aureola, e che noi cerchiamo di rendere con l'irraggiare, col vibrare del colore", avrà modo di scrivere. Una dichiarazione di intenti che mette a nudo la sua anima visionaria, la sua convinzione sul destino spirituale dell'uomo.

testo L. Castellucci - supllem. Oggi 1/2/93 -ed.Electa

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