lunedì 26 maggio 2008

Un ponte sull'eternità di Richard Bach


http://www.renatoc.it/Lettura/RichardBach/ponte.jpg

La sensazione era la stessa che giacere disteso su un tavolaccio, a bordo di un aeroplano a tremila metri d'altitudine, e poi venir sbattuto fuori dalla porta a calci. Per un attimo l'aereo lo vedevi a grandezza naturale, a pochi centimetri dalle tue dita...Stavi precipitando, ma potevi afferrarti però e tornare a bordo, se ne avevi un bisogno disperato.
Un istante dopo era già troppo tardi, la cosa più vicina da afferrare si trovava venti metri più in alto di te, e volava via a più di trenta metri al secondo. Tu cadevi da solo, giù, a candela. Dritto giù, molto veloce.
Oh mamma mia - pensai. - Son sicuro di voler fare questo?
Quando vivi per l'attimo fuggente, tuffarsi dall'aereo dà gusto da matti. E' quando il domani comincia a starti a cuore, che lo spasso si offusca.
Cadevo giù in un vortice selvaggio - col paracadute ancora chiuso - e guardavo la terra, quant'era immensa, quanto piatta e dura, e mi sentivo, io, tremendamente piccolo. Nessuna carlinga, niente cui tenersi saldo.
Niente paura, Richard, dissi fra me. Sul petto, ecco, qui, hai questa maniglia: basta che la tiri, quando ti pare, e vien fuori il paracadute. C'è un altro paracadute di riserva, nel caso che quello principale non si apra. Puoi tirare anche adesso, se vuoi, per sentirti più tranquillo, però ti perdi il piacere della caduta libera.
Diedi un'occhiata all'altimetro al polso. Duemilasettecento metri, Duemilacinquecento...
Laggiù, laggiù sulla terra, c'era un obiettivo di ghiaia bianca, sul quale miravo a trovarmi fra non molti secondi. Ma guarda, quant'aria vuota fra adesso e allora! Oh, mamma mia...

dal libro Un ponte sull'eternità di R. Bach ed. Rizzoli

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