domenica 4 maggio 2008

Omelia del giorno 4 Maggio 2008 - Mons. Riboldi

Omelia del giorno 4 Maggio 2008

Ascensione del Signore (Anno A)

Gesù ascende al Cielo


Che Gesù, il Maestro, la grande Speranza che aveva attirato tanta gente nel suo breve viaggio tra la gente, avesse definitivamente spazzato via l’angoscia o il senso di fallimento di chi aveva accettato di seguirLo, facendo di Lui la sola Via, Verità e Vita, perché era RISORTO e, quindi, meravigliosamente VIVO, aveva suscitato nei Suoi stupore e gioia grande.
Abbiamo letto, nella Domenica di Pasqua, come Gesù ‘andava e veniva’, nei modi più strepitosi, sempre sorprendendo i Suoi.
Come dimenticare la gioia di Maria Maddalena, che se Lo vide davanti, si sentì chiamata per nome, e di colpo fu spazzata via l’angoscia, che qualcuno l’avesse in qualche modo ‘rubato’?
O lo stupore dei due discepoli di Emmaus, in preda allo sconforto e fuggitivi, che, ad un tratto, si vedono vicino uno che sembra un pellegrino come loro e si interessa ai motivi della loro tristezza e, nel viaggio di fuga, come sconfitti nella speranza, diventa una compagnia che desiderano prolungare “perché si fa sera” e poi...l’immensa gioia nel riconoscerLo “nello spezzare il pane”?
O la meraviglia dei discepoli nascosti per paura, che se Lo vedono apparire in carne e ossa, salutandoli: “Pace a voi!”‘ e a Tommaso, che non ci voleva credere: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani” con quell’annuncio, che è per noi: “Perché, Tommaso, mi hai veduto, hai creduto; ma beati coloro che pur non avendo visto crederanno”?
Ed infine la sicura promessa: “Non vi lascerò orfani”.
Si rimane commossi di fronte a tanta bontà di Gesù, che li prepara alla grande missione, che avrebbero poi dovuto compiere nel mondo, dopo la Pentecoste: è una cura ‘materna’ quella di Gesù per i Suoi, per rafforzarli nella fede.
Conosce la loro - nostra - debolezza umana messa alla prova nella Sua passione, crocifissione, morte e sepoltura.
Vuole quasi svegliarli alla ragione della Sua presenza tra di noi: al significato vero e profondo di quanto aveva compiuto per noi.
Sembra la storia di tanti di noi, magari con tanta fede e gioia nel seguire Gesù, ma forse attendendo inconsciamente da Lui ‘solo’ quello che attendevano gli Apostoli, ossia un benessere ‘qui’.
Così si sfoga con me una cara persona che segue le nostre riflessioni: “Ci sono momenti in cui sembra che si sia fatto tanto buio nella mia vita e ho l’impressione che Dio si sia nascosto, non esista per nulla e tutto sia stato un gioco di fantasia. Sono momenti di grande vuoto di anima, come quando ci si trova di fronte ad un fallimento totale. È dura la sensazione dell’assenza di Dio. Grande la tentazione di non credere più in Lui”.
Tutti, credo, possono in certi periodi di crisi sperimentare questa ‘assenza’ di Dio, che poi ‘riappare’ di nuovo, superata la prova.
Gesù ha detto, prima di tornare al Cielo: “Non vi lascerò orfani”. Ed è così.
Oggi la Chiesa ci invita a fare festa per l’Ascensione di Gesù al Cielo.
Giovanni, testimone di questo divino evento, così racconta negli Atti degli Apostoli quel giorno: “Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella che avete udita da me: Giovanni fu battezzato in acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni. Così, venutisi a trovare insieme, gli domandarono: Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? Ma egli rispose: Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme, nella Giudea e in Samaria, fino agli estremi confini della terra. Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube Lo sottrasse alloro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Gesù, che è stato tra voi assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 1-11).
Ora i suoi discepoli sanno che Gesù è vivo - c’è! - non più sottomesso alla miseria della nostra natura umana; c’è, non distante da noi, ma accanto a noi, di più, in noi, non in forma provvisoria, ma per sempre, nella pienezza della Sua potenza, pronto a comunicare tale divina potenza a chi crede in Lui.
E, ancora di più, ora gli Apostoli sanno che le porte del Cielo sono aperte anche per loro: “Vado a prepararvi un posto”.
Quella è la dimora, la vera dimora verso cui dirigere i nostri passi, senza più cedere alle inevitabili prove o incertezze, che sono il bagaglio della nostra debolezza umana.
L’importante sarà - è - tenere fisso lo sguardo verso l’alto, per vedere tutto alla luce che da lassù viene, per vivere ogni momento della nostra quotidianità come se già si appartenesse all’Alto: già “cittadini del cielo” sentendo nel fondo dell’anima che il Cielo di Dio è già, in qualche modo, in noi, poiché Gesù ‘abita’ in noi!
Dice S. Paolo, scrivendo agli Efesini: “Possa Dio illuminare gli occhi della vostra anima per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che Egli manifestò in Cristo, quando Lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e potestà, potenza e dominazione, e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro” (Ef l,17-23).
La storia degli Apostoli è la nostra storia.
Se non altro perché da quel giorno, su ordine preciso di Gesù, l’hanno tramandata fino a noi come la sola Buona Novella da sperare e vivere.
Il difficile - ma è la somma sapienza cristiana - è adesso vivere con gli occhi continuamente fissi in Alto, senza avere la testa tra le nuvole, ma con piedi piantati a terra, luogo del nostro pellegrinaggio.
Nessuno, cioè, vuole nascondersi i rischi, le paure o i doveri, che ci prendono tutti, camminando su questa terra, soprattutto le velenose insidie, che ci vengono dalla nostra superbia, che ci acceca e impedisce di vedere la bellezza del Cielo aperto su di noi.
È necessario corazzarsi di una robusta fede, soprattutto non distogliere mai gli occhi dal Cielo che dà sempre una risposta alle nostre incertezze e debolezze. Dio non lascia solo nessuno.
Dovremmo abituarci a vivere quotidianamente come facevano i nostri primi fratelli nella fede: quando si radunavano per ascoltare la Parola o celebrare l’Eucarestia, lasciavano sempre un posto libero, il più bello: il posto riservato a Gesù.
Questo significa forse disinteressarsi della storia, che è il quotidiano, in cui dovremmo essere ‘sale e luce della terr’?
Risponde Paolo VI: “Colui che porta nel cuore la speranza cristiana, acquista particolari attitudini anche per occuparsi delle cose di questo mondo. Proteso a quelle del cielo, rispetta l’ordine che è proprio a quelle della terra, e appunto perché non riconosce in esse il suo ultimo fine, è più di ogni altro disposto a riconoscere al regno di questo mondo la competenza, la legge, l’autorità, il prestigio che gli spettano. Ma sfugge allo spirito totalitario che è proprio di chi non ha speranza oltre questo mondo. Viviamo perciò la speranza che Gesù, salendo al cielo, ha dischiuso nell’anima: essa è il miglior senso di questa vita presente; ci libererà dall’incombente ossessione del materialismo organizzato. Ci insegnerà a sopportare e a santificare i dolori del nostro viaggio terreno; ci infonderà premura e amore per beneficare i nostri fratelli; ci conserverà nella libertà di spirito che l’orizzonte puramente temporale tenta di soffocare; ci ammonirà finalmente a considerare questo nostro soggiorno terreno come una vigilia laboriosa e amorosa, sostenuta dalla preghiera che vince il sonno della materia e della morte, in attesa dell’incontro e del ritorno a Lui, che è la nostra vita” (15 maggio 1958).
Così il poeta Mario Luzi scriveva in “Nostalgia di Te”:
Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto.
Ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente amabile ed esecrabile.
È solo una stazione per il figlio Tuo, la terra,
ma mi addolora lasciarla e perfino questi uomini
le loro occupazioni, mi dà pena abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni,
ma neppure un istante mi sono allontanato da Te.
Ti ho portato perfino dove sembrava
che Tu non fossi o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte e tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante
accoglilo come un desiderio di amore e non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà, eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti, sarà stata una prova grande
ed essa si perde nella memoria dell’eternità” (Mario Luzi).

Antonio Riboldi – Vescovo –

dall'Omelia del 4 Maggio 2008 - mons. Riboldi

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