sabato 24 maggio 2008

Omelia del giorno 25 Maggio 2008 di Mons. Riboldi


Firenze....

Omelia del giorno 25 Maggio 2008

Corpus Domini (Anno A)

Che grande dono l’Eucarestia!


“Prendete e mangiate questo è il mio corpo”: ogni volta che devo anche solo parlare di questo incredibile dono di Gesù mi sento davvero confuso, incapace di esprimere con parole ciò che è affidato alla fede e si gusta nel riceverlo nell’Eucarestia.
Il Padre, quando ama - e ama sempre con totale fedeltà - toglie ogni confine all’ amore e lo veste di infinito, come del resto è nella natura del vero Amore, che è Dio stesso e di cui ci fa partecipi creandoci.
Il Padre, per dirci quanto ci vuole bene, ci ha fatto dono del Figlio, Gesù.
E Gesù volle essere con noi, uno di noi, per trentatre anni. Ogni istante era il grande gesto del Padre che ci ama. Ma il Suo Amore non poteva che essere dono: dono della Sua Presenza, dono della Sua Parola, dono della Sua Vita. Fino in fondo, sulla croce.
Ha davvero dato tutto e ha voluto che questo dono arrivasse a ciascuno di noi concretamente.
Lo fa - Lui, il Risorto, il Vivente -, non solo con la Sua Presenza reale vicino a ciascuno di noi, anche quando gli sbattiamo la porta in faccia, ma soprattutto con il dono della Sua Vita, il Suo Corpo e Sangue.
E così c’è chi ‘vive’ di Gesù ogni giorno con il ricevere la S. Comunione, chi vive gustando la Sua Presenza, contemplandolo nell’adorazione, chi fa della Sua Presenza un sorriso da paradiso amando tutti. Davvero sono queste anime che hanno il potere di trasmetterci ‘il sorriso di Dio’, qui, anche nelle più grandi sofferenze.
C’era un tempo in cui l’Eucarestia era celebrata nelle parrocchie con una solennità particolare, che diveniva festa di tutto il paese, ornato per la processione. Con quale emozione ricordo quei momenti vissuti da piccolo!
E mi viene da chiedermi la ragione della noncuranza di troppi, oggi, che si dicono cristiani, ma evitano la Messa e la Comunione, come fosse un peso ed una noia, o addirittura un tempo perso!
Perché si è giunti a questo?
Il grande Giovanni Paolo II, davvero esperto di Eucaristia, volle farci dono del suo magistero con una Enciclica, scritta nel 2003, intitolata ‘Chiesa ed Eucarestia’.
Ogni volta la leggo ho presente il suo estasiarsi nella celebrazione della S. Messa, avendo avuto più volte la grazia di concelebrare con Lui.
Così scrive: “Quando penso all’Eucarestia, guardando alla mia vita di sacerdote, di vescovo, di Successore di Pietro, mi viene spontaneo ricordare i tanti momenti, i tanti luoghi in cui mi è stato concesso di celebrare. Ricordo la Chiesa parrocchiale di Neiegowic, dove svolsi il mio primo incarico pastorale, la collegiata di san Floriano a Cracovia, la cattedrale di Wawel, la basilica di S. Pietro e le tante basiliche e chiese di Roma e del mondo intero. Ho potuto celebrare la santa Messa in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde di laghi, sulle rive del mare: l’ho celebrata su “altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città. Questo scenario così variegato delle mie celebrazioni eucaristiche me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico. Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucarestia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Davvero questo è il mistero della fede che si realizza nell’Eucarestia: il mondo uscito dalle mani di Dio creatore del mondo, torna a Lui redento da Cristo” (n. 8).
Chi comprende ed entra in questo grande atto di amore di Dio, che è l’Eucarestia, comprende come questa diventi la gioia della vita. E non ne può fare a meno.
Ho un ricordo. I giorni successivi al terremoto a Santa Ninfa, quando le necessità della gente non lasciavano spazio, mi trovavo un pomeriggio in un locale a comporre i corpi dei morti del terremoto. Un atto di carità che richiedeva un grande equilibrio, che solo lo Spirito sa infondere. Mentre stavo compiendo questo atto di pietà, venne un ‘delegato’ ‘di Paolo VI a portare la piena solidarietà del Santo Padre. Vedendomi sporco e trafelato mi chiese: “Che posso fare? Cosa le manca ora?”. Senza esitazioni gli risposi: “Mi manca una sola cosa, per me importante: la Santa Mess”a. Ora la carità mi impegna tutto. Ma fa Messa è quanto più mi manca, come l’aria che qui non si respira”.
Il giorno dopo, non resistendo, la celebrai in mezzo ad un prato, circondato dai fedeli che, con il terremoto, avevano perso tutto.
E fu la Messa più vera, da cui tutti i presenti raccolsero l’amore alla vita da ricostruire.
Così Gesù presenta il dono dell’Eucarestia.
A quanti, dopo la moltiplicazione dei pani, lo avevano ‘inseguito’, aspettandosi chissà cosa, dice: “Voi mi cercate, ma non per i segni miracolosi! Ve lo dico io: voi mi cercate solo perché avete mangiato il pane e vi siete levata la fame. Non datevi da fare per il cibo che si consuma e si guasta, ma per il cibo che dura e conduce alla vita eterna. Io sono il pane che dà la vita eterna. I vostri antenati, nel deserto, mangiarono la manna poi morirono ugualmente. Invece il pane disceso dal cielo è diverso: chi ne mangia non morirà. Io sono il pane, quello vivo venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre. Il pane che io gli darò è il mio corpo dato perché il mondo abbia la vita. Chi mangia la mia carne e bève il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
E qui c’è il racconto dello ‘scandalo’ dei suoi avversari, che oggi possiamo essere noi.
“Gli avversari di Gesù si “misero a discutere tra di loro: Come può darci il suo corpo da mangiare? Molti discepoli, sentendo parlare Gesù così, dissero: Adesso esagera! Chi può ascoltare cose simili? Da quel momento molti discepoli di Gesù si tirarono indietro e non andavano più con lui. Allora Gesù domandò ai dodici: Forse volete andarvene anche voi? Simon Pietro gli rispose: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole i vita eterna. E ora noi crediamo e sappiamo che tu sei quello che Dio ha mandato” (Gv. Cap. 6).
Facile immaginare la profonda tristezza di Gesù, che si vede rifiutato, nel momento stesso in cui annunciava la sua volontà di darsi in cibo a noi...e Dio solo sa quanto il suo dono sia necessario per una vita piena, gioiosa, eterna!
Di questo Pane noi abbiamo tanto bisogno, eppure davanti all’Eucarestia, da insensati, ci tiriamo indietro.
Basta guardare in che conto è tenuto il grande Miracolo, l’immenso Dono che Dio ci fa, ogni volta che si celebra la S. Messa, là dove oggi, noi possiamo ‘mangiare il Corpo e bere il Sangue di Gesù! Poteva mai Dio entrare più profondamente nella nostra difficile e ingarbugliata vita?
Eppure, a cominciare da noi vescovi o sacerdoti, quando celebriamo la Messa, ci prende una tristezza senza fine, nel vedere come troppi la fuggano, considerandola ‘tempo perso’, ‘roba da vecchiette’ .
Mi diceva un uomo: ‘Vuole che rinunci, la domenica, alla scampagnata, per una Messa? Non ne vale la pena!’
Era convinto che il ‘pane’ vero fosse quello della tavola, non quello di Gesù. Forse anche noi preti non diamo alla Messa quel senso di festa che è, riducendola , a volte, a un ‘fatto sbrigativo’, qualcosa che si deve fare come cristiani.
E fa tanta tristezza – lo dico sinceramente - a volte assistere a Mese che nulla hanno della ‘bellezza che contiene’, sapendo che è lì che Dio esprime concretamente quanto ci ama, non riducendo l’amore ad una parola, solo suono, ma facendosi ‘carne’.
Bisognerebbe che tutti ci interrogassimo sul come accogliamo il Dono del ‘pane del cielo’ e chiederci se ne sentiamo la dolce necessità, come l’aria del cuore, o se avvertiamo di avere un cuore
Pie no di altro, che non fa posto al Cielo.
Così S. Giustino racconta l’Eucarestia nelle prime comunità cristiane: “Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù così ha comandato: ‘Preso il pane e rese grazie egli disse: Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo. E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie disse: Questo è il mio sangue e lo diede loro. da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee. Nel giorno, detto del Sole (la domenica, giorno del Signore) si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna, convengono nello stesso luogo e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti per quanto il tempo lo permette. Poi quando il lettore ha finito; colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione, che incitano a imitare gesta
così belle. Q:uindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e Yassemblea acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi. Alla fine coloro che hanno in abbondanza, e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche a coloro che sono in carcere e i pellegrini che giungono da fuori. In una parola si prende cura di tutti i bisognosi” (da Apologia a favore dei primi cristiani).
Quale grande differenza, purtroppo, tra le Messe dei primi fratelli nella fede e noi, oggi. Allora sì la. Messa era grande festa? Forse che non può ridiventarle anche per noi?
Accogliamo le parole con cui Giovanni Paolo II chiude l’Enciclica sull’Eucarestia:
“Mettiamoci, carissimi fratelli e sorelle, alla scuola dei santi, grandi interpreti della vera pietà eucaristica. In loro la teologia del’Eucarestia acquista tutto lo splendore del vissuto che ci ‘contagia’, ci ‘riscalda’. Di essi l’Eucarestia costituisce qui in terra il pegno e in qualche modo fanticipazione: ‘Vieni, Signore Gesù!’.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: http://www.vescovoriboldi.it/

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