sabato 17 maggio 2008

Omelia del giorno 18 Maggio 2008 di Mons. Riboldi


foto da www.giovannicertoma.it

Omelia del giorno 18 Maggio 2008

Santissima Trinità (Anno A)

Solennità della SS.ma Trinità


C’era una volta nelle nostre famiglie - e sono sicuro c’è ancora in tante - all’inizio di ogni giornata o di ogni azione, compresa quella di mettersi a tavola, un segno della nostra fede, che voleva dedicare ciò che si faceva a Colui da cui tutto proviene, a cui tutto dovrebbe essere indirizzato: era il segno della croce.
Con un semplice gesto della mano, che traccia sul corpo della persona, a partire dalla fronte fino al cuore, una croce, si ricorda il Mistero pasquale di Gesù e, con le essenziali parole che accompagnano il gesto, non solo si fa una solenne professione di fede - la fede a cui ci gloriamo di appartenere - ma si dà un senso altissimo alla nostra vita, nella sua quotidianità.
Erano i nostri genitori, soprattutto la mamma, a guidare i movimenti delle nostre manine, ancora inesperte, nel fare il segno della croce, dicendo loro stesse, al nostro posto: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Poi si aggiungeva la lode: “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”.
La Chiesa sempre inizia la celebrazione del solenne Mistero di amore, che è la S. Messa, con le parole: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti noi”.
Poi confermiamo la nostra fede nel Credo, che è un breve racconto di quanto Dio ha operato per amore di ciascuno di noi, dal Padre che ci ha creati, a Gesù, il Figlio donato - e che immenso dono! - che ci ha riscattati e lo Spirito Santo che, effuso in noi nella Cresima, ci sostiene nel nostro cammino di fede. Ed è come dipingere dei colori del cielo: la storia dell’uomo, dal nostro concepimento fino all’eternità.
Forse non siamo abituati o educati a vedere e credere nella nostra vita come la storia di un grande Amore, che viene proprio dall’opera della Trinità, presente ed operante oggi in noi.
Se potessimo, per un solo istante, contemplare il complesso ricamo di Amore del Padre, l’opera di Gesù, sempre in noi e con noi, e ‘il fuoco’ dello Spirito, che è in ogni aspetto della nostra giornata, moriremmo di gioia, come quando un artista contempla il dettaglio di un’opera d’arte.
Ed è proprio così: io, tu, agli occhi di quanti ci sono vicini o incontriamo, a volte siamo meno di niente. E non ci scandalizziamo per questo, abituati come siamo a valutare tutto fermandoci alle apparenze, ossia a ciò che ‘luccica’ e che non è mai la nostra verità e bellezza.
Bisognerebbe invece essere capaci di contemplare ‘le meraviglie’, che Dio dona ed opera nella nostra storia personale; meraviglie a volte oscurate da orribili debolezze, ma sempre affiancate dalla misericordia di Dio, pronto a cancellarle per mettere al loro posto il colore dell’Amore che perdona. Così la Sacra Scrittura racconta la Presenza di Dio fra noi ed in noi: “In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul Monte Sinai, come il Signore gli aveva ordinato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là, presso di lui, e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità” (Es 34,4-9).
E come a confermare quanto il Padre aveva detto a Mosè, l’apostolo Giovanni così dichiara: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell’Unigenito Figlio di Dio”. (Gv 3, 16-18).
C’è in questa Parola tutto l’amore con cui Dio s’impegna per noi, ma anche il segno della nostra incapacità di scorgerlo, con la conseguenza di sentirci terribilmente vuoti di amore......

dall'Omelia di Mons. Riboldi

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