mercoledì 21 maggio 2008

La pelle di zigrino di H.de Balzac

Una moltitudine di figure addolorate, graziose e terribili, oscure e lucide, lontane e ravvicinate, si levò a masse, a miriadi, a generazioni. L'Egitto, rigido, misterioso si drizzò dalle sue sabbie, rappresentato da una mummia avviluppata in bende nere; poi fu la volta dei Faraoni che seppellivano interi popoli per costruirsi una tomba, e Mosé, e gli Ebrei, e il deserto: egli intravide tutto un mondo antico e solenne.

Fresca e soave, una statua di marmo, seduta su una colonna a spirale e raggiante di biancore, gli parlò dei miti voluttuosi della Grecia e della Ionia. Ah! chi non avrebbe sorriso come lui nel vedere, su un fondo rosso, la giovinetta bruna danzante fine argilla di un vaso una regina latina accarezzava con amore la sua chimera!

I capricci della Roma imperiale respiravano là per intiero e rivelavano il bagno, lo sdrairsi, acconciarsi di una Giulia indolente, sognante in attesa del suo Tibullo. Armata del potere dei talismani arabi, la testa di Cicerone evocava i ricordi della Roma libera e gli faceva scorrere le pagine di Tito Livio. Il giovane contemplà il Senatus populusque romanus: il console, i littori, le toghe orlate di porpora, le lotte Foro, il popolo corrucciato gli sfilavano lentamente dinanzi come le immagini. Un dipinto apriva i cieli, egli vi vedeva la Vergine Maria avvolta in una nube d'oro, in seno agli Angeli, ecclissante la gloria del Sole, in ascolto con aria dolce.

dal libro La pelle di zigrino di H. de Balzac

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