venerdì 16 maggio 2008

Il Faraone nero di Christian Jacq


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Il cranio rasato, vestito con una tunica di lino banco di ottima qualità, a piedi nudi, il sacerdote giunto da Tebe scese lentamente la scala che portava al lago sacro nei pressi del grande tempio e riempì un vaso d'oro di acqua santa.
Quell'acqua proveniva dal Nun, l'oceano d'energia primordaiale dove era nata la creazione e nel quale era tuttora immersa. La terra non era che un'isola emersa dopo "la prima volta", quell'istante in cui il pensiero divino aveva preso forma e si era manifestato; e quando il faraone non avesse più resuscitato quella prima vola mediante i riti, l'isola della terra sarebbe stata sommersa dai fluitti dell'origine. Come era scritto, il destino dell'umanità si sarebbe compiuto: nata dalle lacrime divine, l'umanità sarebbe scomparsa sotto il peso delle proprie turpitudini.
Il compito dei servitori delle divinità consisteva nel ritardare questo termine, offrendo loro una dimora e venerandone la presenza perché illuminasse il cuore degli esseri che si sforzavano di procedere lungo la via di Maat, preferendo la verità alla menzogna e la giustizia all'ingiustizia.
Napata stupiva il sacerdote tebano. Vi trovava un fervore che credeva per sempre perduto e un rigore nella celebrazione dei riti che non aveva più corso in certi santuari di Karnak. Lì, nei pressi della quarta cateratta, Amon era onorato come si conveniva.
Portando il prezioso vaso riempito d'acqua pura, il sacerdote si avviò verso la sala delle offerte. Un colosso gli si piantò davanti.
- Sei soddisfatto del tuo soggiorno tra noi?
- Maestà...Sto vivendo giornate incantevoli!
- Mi sorprendi. Non rimpiangi Karnak?
- Non saprei esprimerti la mia immirazione...
- Finisci il tuo servizio e raggiungimi nella biblioteca del tempio.

da Il Faraone nero di C. Jacq

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