sabato 26 aprile 2008

Omelia del giorno 27 Aprile 2008 VI Domenica di Pasqua (Anno A) di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 27 Aprile 2008

VI Domenica di Pasqua (Anno A)

Non vi lascio orfani


Possiamo immaginare facilmente la profonda amicizia, che univa tra loro e a Lui, coloro che Gesù ‘aveva scelti’. Senza fiatare Lo avevano seguito. Gesù non era certamente ‘un personaggio’, che si presentava assicurando - umanamente - chissà quale domani o carriera!
Forse questa domanda non se l’erano neppure posta. A loro bastava stare con Lui, in continuo pellegrinaggio per la Galilea, la Samaria, la Giudea, predicando il Regno di Dio.
Gesù era ‘povero’ agli occhi della gente, per di più proveniva da una regione poco stimata - la Galilea - al punto da fare dire a chi lo ascoltava: “Cosa può uscire di buono dalla Galilea?”, e inoltre non dava segni di ‘potenza umana’, quella che assicura ‘una carriera’, secondo il nostro piccolo modo di pensare.
Gesù di grande aveva la sua bontà, il suo essere più Dio che uomo, per i grandi miracoli che erano però solo il segno e non il fine della sua missione.
Lo seguivano ovunque e con Lui si sentivano al sicuro, nonostante tutto. Non erano più ‘soli’.
Nell’Ultima Cena, durante la quale Gesù apre il suo Cuore con discorsi che, letti oggi, sembra squarcino il Cielo, li chiama ‘amici, e non più servi’, perché ‘vi ho fatto conoscere il Padre’: ossia ora siete davvero nel Cuore del Padre, che vi ama: dona in eredità l’Eucarestia - ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, fate questo in memoria di me’ - offre la lezione di come porsi davanti ai fratelli, da ‘servi’ non da sovrani, come spesso capita a noi - ‘lavò loro i piedi’.
Quello che colpisce - e riguarda noi, sempre - è come li amava. Dice: “Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amico più grande di questo, morire per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quello che io comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi chiamo amici perché vi ho fatto sapere quello che ho udito dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho destinati a portare molto frutto, un frutto duraturo. Allora il Padre vi darà tutto quello che chiederete nel Nome mio. Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15, 12-18).
In quel cenacolo davvero esplode tutto l’Amore che Dio ha per i Suoi e, quindi, noi, ora, che siamo Suoi per il Battesimo. Chi non avrebbe voluto esserci quella sera?
Ma forse non pensiamo che Gesù parlava e parla, con tanta effusione, del Suo Amore a noi, oggi! Eppure Gesù sapeva quello che Lo attendeva da lì a poco, ossia la tragica notte della Sua Passione, che avrebbe provocato tanto smarrimento negli Apostoli, uno smarrimento comune a tutti noi.
Non è certamente cosa da poco trovarsi - tutti noi, poveri uomini - di fronte ai compiti che la vita inevitabilmente ci pone.
Ci sono momenti di grande solitudine, a volte creata da chi ci sta attorno, che non si accorge neppure della nostra sofferenza o difficoltà; ci sono quei momenti di ‘angoscia’, perché il ‘sentirsi soli’ nasce dal non capire neppure noi stessi. Sono quelle che chiamiamo ‘crisi’. Quanta gente soffre per questo!
È vero che, a volte, si cerca di evitare questo ‘assordante silenzio dentro di noi’, cercando con il chiasso del mondo di cancellarlo o facendo prevalere la ‘voglia di star bene’, anche se non si sta bene!
Ma viene per tutti, in qualunque situazione, l’impatto con il dolore o con la necessità delle scelte o con la durezza del proprio compito.
Guardare in faccia la propria croce è da gente forte, da gente di autentica fede e di amore. Farsi prendere dallo spavento della solitudine, dell’abbandono è come gettare le armi, prima di averle prese in mano: è rinunciare a vivere, senza avere risolto alcun problema, lasciando sospeso ciò che non può essere lasciato in sospeso.
È in questi momenti che si cerca, si invoca Chi sappia darci una ragione del nostro smarrimento, in altre parole ci riporti alla gioia della vita, anche se da una croce.
Per questo Gesù, quella sera, come gettando lo sguardo avanti, dice ai Suoi, a noi: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. NON VI LASCERÒ ORFANI, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più: VOI invece MI VEDRETE, PERCHÉ IO VIVO E VOI VIVRETE. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me” (Gv 14, 15-21).
Nella tristezza è la grande notizia, per tutti: “NON VI LASCERÒ ORFANI!”
Gesù ha detto queste parole, che saranno sempre una certezza per chi Lo segue, ieri, oggi e sempre; e le dice nel momento più difficile della sua esistenza tra noi, fino a giungere al punto, quasi facendosi voce della nostra paura di essere abbandonati da tutti, di proclamare dalla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 26, 46).
Ma Gesù quella sera sembra non tanto preoccupato per sé, ma per i suoi, che sapeva avrebbero conosciuto la profondità della loro debolezza, il grande dolore dell’abbandono, e avrebbero cercato qualcosa che li confortasse. Gesù stesso sarebbe stato consolato dalla presenza di un Angelo, durante la sua agonia nel Getsemani, nel momento in cui sembra potesse nascere anche in Lui la voglia di fuggire dalla crocifissione: “Padre se è possibile, allontana da me questo calice, però non la mia, ma la tua volontà si compia in me”.
È incredibile come Gesù, che ci ha promesso il Consolatore, abbia voluto essere ‘uomo di tutti i tempi’: l’uomo, ogni uomo, che conosce l’abisso della prova e della solitudine.
Ma alla fine trionfa il disegno di realizzare il grande disegno di Amore per noi.
È la storia della Chiesa, ieri e oggi; la storia di tutti, a volte tentati di abbandonare ogni proposito buono e di fuggire. Ma dove?
È proprio da questa prova che emerge il grande trionfo di Dio e della Chiesa di ogni tempo, anche oggi!
Quante volte penso ‘all’agonia’ del mio fondatore, Antonio Rosmini, - che oggi è riconosciuto come ‘beato’ - nel vedersi esiliato, messo a tacere, come fosse un eretico: lui che amava tanto la Chiesa, da fare nulla che non fosse servizio alla Chiesa e chiedendo a noi, suoi discepoli, di essere servi fedeli della Chiesa di Cristo.
Furono anni di accuse ingiustificate, di malevolenze inaudite accolte nel silenzio, perché - basta leggere i suoi scritti e conoscere la sua vita - per lui, e per quanti erano con lui, diventavano vere le parole di Gesù: “Vi manderò un Consolatore. Non vi lascerò orfani”.
Impressiona, ripeto, la solitudine in cui tanti vengono a trovarsi nei momenti della prova. Basta guardarci attorno per incontrare volti che sembra chiedano una parola o uno sguardo di conforto: fratelli a cui far sentire che è vero quello che ha detto Gesù e oggi fa dire a noi: ‘Non vi lascerò orfani’.
Non è nemmeno necessario fare chissà che cosa: nella nostra società così dispersiva, abituata a consumare cose e uomini, ciò che si desidera ardentemente è un orecchio disponibile all’ascolto, una mano pronta a sorreggere, soprattutto un cuore che con pazienza, bontà, semplicità faccia risentire, ‘incarnare’, la stupenda promessa di Gesù: ‘Non vi lascerò orfani’.
Lo Spirito di Dio, che soffia su ciascuno di noi, con incommensurabile fantasia, se trova in noi disponibilità, ci aiuterà a ‘incarnare’ il modo giusto, le parole adatte, a consolare. Tornano di conforto le parole che Pietro scriveva: “Carissimi, adorate il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta. È meglio, infatti, se così Dio vuole, soffrire operando il bene, che facendo il male.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio: messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito” (1 Pietro 3, 15-18).
Preghiamo anche noi: «Padre mio, a Te mi abbandono, fa’ di me ciò che ti piace: qualsiasi cosa Tu faccia di me, io Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, purché la Tua volontà sia fatta in me e in tutte le creature. Non desidero altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle Tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me una necessità di amore il donarmi e rimettermi nelle Tue mani, senza misura e con infinita fiducia, perché Tu sei mio Padre” (Charles de Foucauld).

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it

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