venerdì 11 aprile 2008

Omelia del 13 Aprile 2008 di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 13 Aprile 2008

IV Domenica di Pasqua (Anno A)

Io sono il Buon Pastore


Mi è cara questa domenica - detta del Buon Pastore - perché è sempre stata la festa di noi sacerdoti, pastori di un gregge che la Chiesa affida alle nostre cure. È la festa di ‘chi è di Gesù’, sia pure sotto le nostre povere vesti che, a volte, non riescono neppure a nascondere le tante manchevolezze, tipiche dell’essere poveri uomini, ma con una missione incredibile.
Non per nostra scelta - ripeto - ma per un’incomprensibile ‘scelta di Dio’, siamo chiamati a fare da guida a comunità che, come sempre, per tante ragioni, a volte sembra ci rifiutino o, ancor peggio, facendosi convincere dai ‘falsi maestri’ del mondo (che ci sono sempre stati e sempre ci saranno) li scelgono come ‘pastori’, anche se poi altro non sono che ‘mercenari’, che ‘rubano’ le pecore del gregge.
A questi mercenari - dice Gesù - ‘non importa nulla del gregge’, ossia che fine fanno le persone che ‘usano’.
Quando ero parroco in Sicilia, era abitudine, come segno, donare un agnello al proprio ‘pastore’. Ricordava a tutti, a me in particolare, il compito di custodire, amare, nutrire il gregge affidatomi, a qualunque costo, e ai fedeli, il vincolo di fiducia nel farsi guidare.
Quando Gesù si definì ‘pastore’, scelse un simbolo che la dice lunga sull’umiltà e sulla dolcezza Sua: un ‘pastore’ che si è fatto immolare sulla croce ‘come agnello’, segno del grande amore capace di dare la vita per le ‘sue pecorelle’.
Il grande potere del pastore è tutto qui: imitare l’amore di Gesù nell’umiltà e nella dedizione, continuando a donarLo nell’Eucarestia, nel sacramento della Penitenza e nella Parola.
Non siamo ‘funzionari pagati’ per un ufficio, ma siamo i grandi amici di tutti, senza distinzioni, intendendo per amicizia il dono rispettoso dell’Amore, il dono di Cristo.
Siamo in tempi in cui i mass media si divertono nel toglierci la nostra vera dignità, cercando le nostre debolezze e mai facendo apparire il grande bene che offriamo, tranne in alcuni casi ‘eclatanti’, in cui non possono tacere, come per don Oreste Benzi, il prete degli ultimi, il prete del sorriso, il sacerdote che ci voleva per farci uscire dal buio in cui si vive.
Ma come lui sono tanti!
Basterebbe fare un giro per le tante parrocchie o comunità e ci si imbatterebbe in sacerdoti o vescovi che sono davvero ‘pastori buoni’, nelle cui mani si può mettere la propria vita, come fossero le mani di Dio.
Non è certamente facile essere ‘buoni pastori’: richiede una seria volontà di santità e una totale disponibilità a farsi carico di tanti sacrifici, per mettersi sulle spalle tante pecore smarrite.
Sono ormai 57 anni che sono prete. Una scelta che non feci io, ma fu da Dio. E non se ne sa il ‘perché’. Ricordo che un giorno - avevo dieci anni - dopo aver servito il Card. Schuster nelle Cresime, guardandomi negli occhi mi chiese: ‘Non ti piacerebbe essere prete?’. Una provocazione che sentii come ‘una chiamata’. E fu così. Entrai nell’Istituto della Carità, del beato Rosmini. Regola fondamentale era quella di affidarci totalmente, senza preferenze, all’ obbedienza. E così l’obbedienza mi mise subito alla prova, affidandomi la Comunità di Santa Ninfa, allora molto difficile, per tante ragioni, a cui in seguito si aggiunse il terremoto del 1968.
Poi, nel 1978, sorprendendomi tantissimo, Paolo VI mi chiamò a essere vescovo di Acerra, altra realtà con tanti problemi.
Ero stato ordinato sacerdote a Novara il 29 giugno 1951: quanto tempo per essere pastore!
Ho conosciuto tante sofferenze, che sono la vera moneta da pagare all’amore, ma ho sempre sentito vicino a me la mano potente di Cristo.
È vero che un prete quando parla, quando celebra è Cristo tra noi, e quindi non può, come il Maestro, sfuggire alla sofferenza.
Quello che so è che ho sempre amato con infinita passione, quanti Dio mi affidava.
Ogni volta incontravo la sofferenza o l’incomprensione, meditavo le parole che Pietro scrisse nella sua prima lettera: “’Carissimi, se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito agli occhi di Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha patito per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato, non si trovò inganno sulla sua bocca; quando era oltraggiato, non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pietro, 2, 20-25).
C’è - ci deve essere - una differenza tra il mondo e noi, nel presentarci e stare con gli uomini. Il mondo ricorre sempre a tecniche e strategie, spot pubblicitari ed esibizioni spettacolari, noi dobbiamo abbracciare l’umiltà del servizio che, quando ama, non fa chiasso. Anzi.
Forse oggi il dilemma di molti uomini di Chiesa pare rivolgersi alla ‘necessità di dare visibilità’: manifestazioni pubblicizzate, folle oceaniche, presunti miracoli che attirano le masse, turismo religioso, liturgie che facciano notizia. Ma può la ‘visibilità’ accordarsi con il Dio-impotente, che si è rivelato nel Cristo crocifisso?
Gesù non è tema da ‘intrattenimento’, bensì una persona la cui visibilità è data dalla testimonianza di quanti lo seguono. Ci sono preti, vescovi che, senza apparire nei massmedia, costruiscono ogni giorno comunione tra loro e speranza nella propria gente.
Anche pensando a loro, ascoltiamo con gioia la parola di Gesù, ‘il Buon Pastore’: “In verità in verità vi dico, chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E, quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. Questa similitudine disse loro Gesù, ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro... Il ladro non viene - continua - se non per rubare, uccidere e distruggere. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 1-10).
Questo è il meraviglioso ritratto che Gesù fa di sé e che dovrebbe essere il modello da vivere per chi di noi siamo chiamati a ‘essere buoni pastori’.
A volte ci accusano di fare del nostro servizio, tutto e solo amore, una ricerca di ‘potere’.
Affermava don Tonino Bello: “A noi non si addicono i segni del potere. Ma solo il potere dei segni. Non tocca a noi cioè, con il nostro impegno di carità, risolvere il problema della casa, della disoccupazione, della ingiustizia planetaria. Tocca a noi però, condividendo la sorte degli uomini, porre segni di inversione di marcia ogni volta che il mondo assolutizza se stesso. Rinunciamo pure ai segni del potere. Non convertono alcuno. Ma non rinunciamo al potere dei segni”.
E Paolo VI, in un’omelia del 27 giugno 1975, esortava i sacerdoti: “Levate il vostro sguardo, noi vi diremo dunque con le parole stesse di Cristo, e guardate come i campi già biondeggiano per la messe. Oseremo indicare con accento profetico il panorama apostolico che sta davanti a ciascuno di voi.
Il mondo ha bisogno di voi! Il mondo vi attende! Anche nel grido ostile ch’esso lancia talora verso di voi, il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento che il vostro ministero saprà amministrare.
Sappiate ascoltare il gemito del povero, la voce candida dei bambini, il grido pensoso della gioventù, il lamento doloroso del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente e la critica del pensatore. Non abbiate mai paura! - ha ripetuto il Signore - Il Signore è con voi!”.
E concludiamo la nostra esortazione sacerdotale con la parole di S. Pietro: “Esorto voi presbiteri, io parimenti presbitero e testimone dei patimenti di Cristo e chiamato a far parte di quella gloria che sarà un giorno manifestata, siate pastori del gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma con bontà come vuole Dio; non per amore di vile guadagno, ma con animo volenteroso; non come dominatori dell’eredità del Signore, ma diventati sinceramente modelli del gregge” (1 Pietro 5,1-4).
Vorrei fare festa con quanti sacerdoti e vescovi, oggi, sono pastori del gregge.
Che Dio ci faccia davvero, come Gesù, ‘buoni’, interamente ‘buoni’, tanto amici del gregge da dare tutto di noi, anche la vita, come sanno fare alcuni.
E vorrei esortare quanti mi sono vicini a pregare per me e per tutti i pastori, non solo, ma a compatirci nelle debolezze e vivere con noi la passione di Cristo per le anime, a cominciare dai più deboli.
Vi chiedo di pregare con me, per me e per tutti i pastori, con le parole di Madre Teresa di Calcutta:
“Signore, quando ho fame, mandami qualcuno che ha bisogno di cibo, quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di una bevanda e quando ho freddo, mandami qualcuno da scaldare.
Quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare, quando la croce diventa pesante, fammi condividere la croce con qualcun altro e quando sono povero, guidami da qualcuno nel bisogno.
Quando non ho tempo, dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento, quando sono umiliato, fa’ che io abbia qualcuno da lodare e quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare.
Rendici, Signore, degni di servire i nostri fratelli che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri e affamati.
Dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia!”

Antonio Riboldi – Vescovo -
http://www.vescovoriboldi.it/

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