lunedì 21 aprile 2008

La casa di via Valadier di Carlo Cassola

Passò un pò di tempo prima che riuscisse a svegliarsi completamente. Sentiva i gridi dei ragazzi che giocavano nella strada. Lo sferragliare di un tram aumento progressivamente, mutandosi in ultimo in un ciglio lamentoso. Facevano tutti così i tram, sferragliavano sulla dirittura e cigolavano in curva. Pensò che d'estate era una vera maledizione abitare in quella casa. Per il caldo dovevano tenere le finistre aperte, e dalla mattina presto fino alla mezzanotte era un continuo sferragliare e cigolare di convogli tranviari. Inoltre nel pomeriggio era un continuo salmodiare e frusciare di trasporti funebri. Ma a quelli lui aveva fatto l'abitudine. Il mestiere stesso - era marmolaio: almeno così li chiamavano a Roma: al suo paese si chiamavano marmisti - gli aveva reso familiare la morte, col suo accompagnamento di esequie, tombe e arredi funebri. No, non era il mestieri che gli pesava. Gli pesava vivere a Roma, gli pesava star lontano dal suo paese.
Si mise bocconi affondando la faccia sul guanciale. Che cosa aveva sognato? Non gli accadeva spesso di sognare, ma quel giorno aveva mangiato troppo, soprattutto aveva alzato un pò troppo il gomito. Per questo avev dormito sodo, e nello stesso tempo non aveva fatto altro che sognare. Al momento del risveglio ricordava ancora qualcosa: ora sapeva solo che c'entrava di mezzo la piazza del paese. A quell'ora al paese, se le abitudini non erano cambiate, gli uomini stavano seduti ai tavolini del Caffè Centrale, oppure sul muricciolo tra il Duomo e il Municipio, in vista della campagna. Sì, doveva aver sognato di passare un pomeriggio di domenica al suo paese. Era stato un bel sogno. Ma lo sferragliare e il cigolare del tram lo avevano richiamato alla realtà.

dal libro La casa di via Valadier di Carlo Cassola ed.Rizzoli

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