martedì 11 marzo 2008

Pasqua, rifiorire dopo la potatura - articolo di G.Carlo Bregantini


Pasqua, rifiorire dopo la potatura

Parola di Dio ascoltata e meditata, gusto della Preghiera, Povertà intesa come vita sobria ed essenziale. Tre parole che iniziano con la lettera 'P' , come Pasqua, passaggio del Signore fecondo di bene e di gioia per tutti.

A proposito del mio trasferimento dalla diocesi di Locri-Gerace a quella di Campobasso-Bojano mi piace utilizzare la parola 'potaturaì, mutuata dal linguaggio agricolo. Ogni potatura, come ogni obbedientza, è sempre difficiel ed eroica. Come quella di Abramo. Come quella di Gesù nell'Orto degli Ulivi, o di Maria alla fontana di Nazaret di fronte all'angelo o di Giuseppe davanti alla scelta di Maria. E difficile e sofferta è stata anche la mia, accompagnata da lacrime e notti insonni. Alla fine, però, mi ha condotto a gettarmi nelle braccia del Padre e a riconoscere, nella voce di papa Benedetto XVI, che mi chiedeva di cambiare, la voce di Dio. Perché nella vita tutto dipende da dove guardi. Se nel momento della potatura osservi il ramo che cade, ecco che sgorgano, tristi e melanconici, la nostalgia o il rimpianto. Se, invece, nel fragile stralcio che resta sulla vite potata già intravedi, con la forza della fede e il coraggio della speranza, il nuovo grappolo che maturerà in autunno, allora dentro di te rinasce la gioia. Non lo vedi ancora, il frutto, ma lo intravedi. E dimentichi il taglio doloroso che hai vissuto.

Siamo a marzo, in campagna tempo di potature e di rinnovo. Immagini che Gesù stesso ha valorizzato perché è lui l'Agricoltore, che sa quali rami potare e quando è ora di farlo, per rinnovarci dentro. Tutti siamo potati da Dio: una malattia improvvisa, un lutto che ci travolge, una promozione sul lavoro, un bimbo che nasce e fa nuova la casa. Tutti uguali di fronte al mistero della vita che va letto attraverso i segni che Dio ci offre, silenziosamente, per aiutarci a cogliere la sua volontà. Perché nella sua volontà c'è la nostra pace.
Proprio nel giorno della mia partenza da Locri, il 18 gennaio, passando tra tanti giovani e ragazzi delle scuole che hanno voluto farsi per me quasi carezza di fronte all'amarezza del distacco, una giovane mi ha offerto un mazzetto di ginestre, profumatissime. Quel segno, quei fiori gialli simbolo delle colline della Calabria mi hanno profondamente commosso. In essi, così belli e già aperti alla vita nel mezzo del freddo gennaio, ho intravisto il frutto futuro del ramo potato. E gialli erano anche i fiori dell'altare, che mi hanno accolto nella cattedrale di Bojano, antichissimo municipio romana sulla strada che congiunge Benevento e Isernia, per salire verso Roma. E io adoro il giallo, perché è l'unico colore che ...non ingiallisce, scegno dell'eternità di Dio.

In quei fiori ho visto un legame tra la regione appena lasciata e il Molise, terra che non mancherò di descrivervi d'ora in poi intrecciando i suoi colori con quelli della Calabria e del Trentino, mia terra natale. Con la Calabria io non taglierò i fili, non cancellerò i trent'anni di esperienza vissuti in mezzo a un popolo che tanto ho amato e che tanto mi ha amato. Perché nulla va gettato nella vita, nulla spezzato, nulla dimenticato.
Nel mattino del mio ingresso nella nuova diocesi, un altro segno si è fatto per me tenerezza: un bel sole che ha portato una carezza nel cuore dell'inverno. Era la festa di san Sebastiano, il santo con la viola in mano, come dice un antico proverbio diffuso sia in Trentino che in Molise. Così ho sentito di poter chiedere subito alla gente del Molise tre cose: tanto ascolto della Parola di Dio, meditata in silenzio e interiorizzata nella vita quotidiana; il gusto della Preghiera, l'arma che sostiene la speranza anche nel giorno della potatura: la Povertà, cioè una vita sobria ed essenziale, con un lavoro onesto e chiaro, una testimonianza coerente come quella di Giovanni Battista, che resta il modello del mio servizio di vescovo. Tre 'P', che si sono già impresse nel cuore di questa gente, onesta e laboriosa, e che si possono riassumere in un'unica parola , Pasqua, dove la 'P' sta a indicare il Passaggio del Signore, rifioritura che auguro fecondo di bene e di gioia, per tutti.

dal Messaggero di sant'Antonio - marzo 2008 - articolo di G.Carlo Bregantini Arcivescovo di Campobasso- Bojano

Nessun commento:

Posta un commento