domenica 2 marzo 2008

Omelia del giorno 2 Marzo 2008 di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 2 Marzo 2008

IV Domenica di Quaresima (Anno A)

Sono venuto perché quelli che non vedono, vedano


C’è una bella piccola poesia di Trilussa, che ci aiuta ad entrare nel meraviglioso racconto del cieco nato guarito da Gesù.
“Quella vecchietta cieca, che incontrai la notte che me persi in mezzo ar bosco, me disse: Se la strada nun la sai te riaccompagno io, chè la conosco. Se ciai la forza de venimmo appresso de tanto in tanto te darò una voce fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è la Croce. Io risposi: Sarà, ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede. La cieca allora, me piiò la mano e sospirò: Cammina. Era la Fede!”.
Fa impressione davvero come molti oggi siano nella condizione di quell’uomo che, pur vedendo, si era smarrito, nella notte, nel bosco.
Non riescono a vedere il grande male che c’è in loro e attorno a loro.
Nella Bibbia, quando satana cercò di ingannare Adamo ed Eva, fece la proposta di mangiare il frutto dell’albero del bene e del male, che Dio aveva proibito di toccare…lasciando a disposizione tutto il meraviglioso Eden. Era poca cosa quell’albero rispetto a tutto il giardino!
Ma, il serpente, il più astuto, ‘suggerisce’ che quell’albero abbia il potere di farli diventare ‘dio’, senza più ‘bisogno di Dio’.
In altre parole il demonio accecò i nostri progenitori, che si lasciarono sedurre dalla superbia e ‘mangiarono del frutto dell’albero’. Ma, appena mangiato, ‘si aprirono i loro occhi’, cioè tornarono a vedere e si accorsero di aver perso tutto: si videro ‘nudi’ e ‘si nascosero’.
Verrà Dio a visitarli e cercarli: ‘Uomo dove sei?’. ‘Mi sono nascosto perché sono nudo’.
Pare che quella cecità di fronte agli inganni del mondo sia molto diffusa. Una cecità che ispira l’odio, la violenza, la stessa guerra. Una cecità che crea inaudite e ingiuste ricchezze e condanna alla morte per fame e sfruttamento milioni di fratelli. Una cecità che fa credere bene lo stesso male. Una cecità tipica di chi si svende al piacere, al denaro, al potere. Una cecità che oscura ogni bellezza del cuore, sfigura ogni somiglianza con Dio, rendendoci tremendamente ‘nudi’ a noi stessi e agli altri. Pericolosa nudità!
A differenza dei figli di Dio, ‘simili a Lui’, che vivono della Sua bellezza e amore, e, per questo, sanno vedere la bellezza dei fratelli, la nudità dei poveri che ricoprono con la carità e la misericordia.
Non conoscono l’odio, ma vivono la solidarietà.
Abbiamo mai fatto attenzione agli occhi di chi sa amare? Di chi conosce la bellezza del bene e sa valorizzare ogni dono di cui Dio ci ha circondati, dalla natura al cielo? Di chi sa darti una mano quando cadi? Di chi, come la ‘vecchietta cieca’ ti sa condurre alla Croce?
Sono occhi che risplendono della stessa bellezza di Dio.
Questi fratelli e sorelle, seguendo la via della ‘vecchietta cieca’, acquistano quella ‘meravigliosa vista’ che permette di ‘vedere’ tutto il bene, a cominciare da Dio ed i fratelli.
Ben diversa la situazione di coloro che il profeta Isaia condanna: “Hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano”.
In questo tempo santo, che dovrebbe aiutarci a riacquistare ‘la vista dell’anima’, l’apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, così si esprime: “Fratelli, una volta eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce: il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, perché di quanto viene da costoro, in segreto, è vergognoso persino a parlarne. Tutte queste cose che vengono apertamente condannate, sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. Per questo sta scritto: Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 8-14).
Ma lasciamoci coinvolgere pienamente dal Vangelo di Giovanni che, con tanti particolari - vero ‘mosaico’ della Grazia - attira la nostra attenzione e il nostro cuore o, se volete, ‘guarisce la nostra vista’ aprendola alla bellezza del Cielo che si spalanca.
Nel brano, si affaccia anche lo scontro con chi non sa cosa voglia dire ‘essere nella luce’ e tenta di dissuaderci e vanificare ogni nostro sforzo, ma non sa che a nulla servono le ‘suggestioni’ quando si è davvero incontrato Gesù!
“Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? Rispose Gesù: Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno: poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo. Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa ‘inviato’). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”.
E qui comincia lo stupore, l’incredulità di quanti lo conoscevano prima cieco ed ora vedente: è un processo che mette a dura prova la gioia appena conquistata.
“Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? Alcuni dicevano: E’ lui. Altri: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: Sono io! Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi? Ed egli rispose: Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha plasmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Siloe e làvati! Io sono andato e dopo essermi lavato ho acquistato la vista. Gli dissero: Dov’è questo tale? Rispose: Non lo so”.
Ma non finì lì, in quella a volte indiscreta curiosità di tanti, come accade anche ai nostri tempi, nel voler sapere Chi e Come ti ha ridata la vista dell’anima.
Di fronte ad un fatto così eclatante - un cieco che riacquista la vista - non potevano rimanere indifferenti i farisei! Essi intervengono, paludati dalla loro supponente religiosità, con un interrogatorio serrato e distruttivo, che mira non solo a rinnegare il dono ricevuto, ma a ‘mettere in discussione’ lo stesso Donatore, Dio.
Arrivano al punto di chiamare i genitori del cieco nato e tentano, incutendo timore con la loro stessa autorità, di estorcere una dichiarazione: ‘non è il loro figlio’, dunque, non è accaduto nulla. È intelligente e sincera la loro risposta. Non sanno cosa sia accaduto al loro figlio ma ‘ha l’età, chiedetelo a lui’.
Lo interpellano così direttamente, cercando di ottenere una sconfessione del dono, o meglio del Donatore…come se fosse un peccato che uno, non sai chi, ti abbia ridato non solo la vista, ma la gioia di vivere. “Lo insultarono e gli dissero: Tu sei suo discepolo”.
La risposta del cieco nato è decisa, sincera e diretta: “Proprio questo è strano che voi non sappiate di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla… e lo cacciarono fuori. Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori e incontrandolo gli disse: Tu credi nel figlio dell’uomo? Rispose: E chi è, Signore, perché io creda in Lui? Gli disse Gesù: Tu l’hai visto: Colui che parla con te è proprio lui. Il cieco gli disse: io credo, Signore! E gli si prostrò davanti. E Gesù: Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi” (Gv 9, 1-41).
Questo racconto del cieco nato guarito da Gesù, che affronta senza timore incredulità e persecuzione, fino al sospirato incontro con Colui che non solo dà la luce agli occhi, ma è la Luce, davvero ci scuote nel profondo e ci fa mettere in discussione.
Quella che noi chiamiamo ‘luce’ fino a che punto lo è?
Non mascheriamo spesso la nostra oscurità dell’anima con pseudo ‘luci’?
Abbiamo il coraggio di riconoscere la nostra cecità, la nostra condizione di miseri mendicanti, come il cieco nato, bisognosi di tutto - anche se siamo ‘sommersi dalle cose’ - in attesa che la Luce, Gesù, intervenga per donarci la vera luce, quella dell’anima?
In fondo avere la grazia di convertirsi, altro non è che un rinascere e ‘vedere’ tutto secondo Dio. Nella mia vita ho avuto il dono di incontrare molti fratelli e sorelle che sapevano e sanno ‘vedere’ il Cielo e il fratello. Occhi di una dolcezza infinita.
Occhi che a volte sono talmente fissi al Cielo da non accorgersi delle brutture del mondo in cui vivono e sembrano dire: “Mostrami solo il Tuo volto, Signore! Questo mi basta”.
Occhi vigili ed attenti ad ogni necessità dei fratelli, in cui ‘vedono, adorano, amano’ Dio stesso.
Occhi che sanno esprimere la gioia di amare e paiono contenere tutta la bellezza di un cuore che si dona.
S. Agostino nelle sue Confessioni non ha timore di esprimere la sua confusione non trovando il volto di Dio. Un Dio che ha cercato ovunque, per poi scoprirlo e ‘vederlo’ nel profondo del suo stesso cuore. E con voi oggi prego Dio con le sue parole:
“Signore Gesù, conoscermi e conoscerTi,
non desiderare altro che Te.
Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,
abbassarmi per farTi grande, non avere altri che Te nella mente.
Morire a me stesso per vivere di Te. Tutto ricevere da Te.
Rinunciare a me stesso per seguirTi, desiderare di accompagnarTi sempre. Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te per essere da Te difeso.
Temere per me e temerTi per essere fra i Tuoi diletti.
Diffidare di me stesso, confidare solo in Te:
voler obbedire a causa Tua: non attaccarmi a null’altro che a Te.
Essere povero per Te.
Guardami e Ti amerò; chiamami perché Ti veda e goda per sempre di Te”.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it

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