giovedì 6 marzo 2008

Lettere a Lucilio di Seneca - Il saggio non teme la morte


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Parte Prima
Libro I
Lettera 4
Il saggio non teme la morte
Continua come hai cominciato, anzi affretta il passo, perché tu possa godere più a lungo di un animo ben educato e corretto. Proverai anche piacere nell'atto di correggere ed educare il tuo spirito, ma quando lo potrai contemplare limpido e puro da ogni macchia, ben altra sarà la tua gioia. Tu certo ricordi che soddisfazione ha provato il giorno in cui, deposto l'abito di fanciullo, hai indossato la toga virile e sei stato condotto nel foro: ora aspettane una maggiore quando avrai deposto anche l'animo di fanciullo e la filosofia ti avrà fatto acquistare la piena maturità spirituale. Fino a questo momento rimane non la puerizia, ma, ciò che è più grave, la puerilità: e in questo è peggiore la nostra condizione, che abbiamo l'autorità dei vecchi e i difetti dei fanciulli, anzi degli infanti. I fanciulli si spaventano per cose di poco conto, gl'infanti per vane parvenze; noi abbiamo paura delle une e delle altre. Continua nei tuoi progressi e capirai che sono meno da temere proprio quelle cose che fanno più paura. Nessun male è grande quando è definitivo. La morte viene verso di te: sarebbe da temersi se potesse rimanere con te: per necessità, o non è ancora venuta, o quando è venuta, passa oltre. "E' difficile" tu dici "abituare la nostra mente al disprezzo della vita." E non vedi per quali frivoli motivi essa viene disprezzata? C'è chi s'impicca davanti alla porta dell'amica: un servo si getta dal tetto per non sentire i rimbrotti del padrone; un altro si caccia un pugnale nel petto per non tornare a quel lavoro servile da cui era fuggito. Non pensi tu che un animo coraggioso possa giungere a quel disprezzo della vita che è spesso effetto di soverchi paura? Non può godere una vita tranquilla chi pensa troppo a prolungarla e annovera fra i grandi beni il vivere a lungo. Tu, invece, sii sempre pronto a lasciare con animo sereno questa vita, a cui tanti si attaccano, come chi è travolto da un vorticoso torrente tenta di aggrapparsi ad ogni arbusto. Gli uomini, in maggioranza, ondeggiano tra il timore della morte e i tormenti della vita: non hanno il coraggio di vivere, né sanno morire. Se vuoi rendere gioiosa la tua vita, lascia ogni preoccupazione per essa. Nessun bene giova a chi lo possiede, se il suo animo non è pronto a perderlo: ed è più facile accettarne la perdita se, una volta perduto, non può essere rimpianto. Perciò prepara virilmente il tuo spirito a quanto può capitare anche ai più potenti. Un fanciullo ed un eunuco decisero la morte di Pompeo: quella di Crasso fu decisa dai crudeli e barbari Parti; Caligola diede ordine che Lepido porgesse il collo al tribuno Destro, ed egli stesso dovette porgerlo a Cherea. Nessun uomo salì tanto in alto, da sottrarsi alla minaccia di tutto quel male che la sorte gli aveva permesso di fare agli altri. Non fidarti della presente tranquillità: il mare si sconvolge in un attimo e le barche nello stesso giorno vengono sommerse proprio là dove vagavano per diporto. Pensa che un assassino o un nemico può piantarti un pugnale nella gola; e quando non c'è un potente, c'è sempre uno schiavo che ha favoltà di vita o di morte su di te. Intendo dire: chiunque è disposto a mettere a rischio la sua vita è padrone della tua. Rammenta gli esempi di coloro che furono vittime di delitti domestici, compiuti con agguati e con violenza meno numerosi di quelli che incorsero nell'ira del re. Che t'importa, dunque, quanto sia potente l'uomo che temi, se c'è sempre qualcuno che può farti ciò che temi? Se per caso cadrai nelle mani dei nemici, il vincitore ti farà condurre là appuntom dove sei già avviato. Perché comprendi per la prima volta quel destino a cui da tempo eri soggetto? Dal momento in cui sei nato, tu sei avviato alla morte. Dobbiamo avere sempre in mente tali pensieri, se vogliamo aspettare sereni quest'ultima ora, la cui paura ci rende inquiete tutte le altre.
E, per concludere, eccoti la massima che ho scelto per oggi, presa, anch'essa, dai giardini altrui: "E' una grande ricchezza una povertà ordinata seconda la legge della natura". E sai quali limiti a noi stabilisca la legge di natura? Non soffrire la fame, né la sete, né il freddo. Per tenere lontane la fame e la sete, non è necessario sedersi alle soglie dei potenti e sopportarne il contegno sprezzante, o la falsa e umiliante scortesia; non occorre solcare i mari o seguire spedizioni militari. Quello che la natura esige possiamo procurarcelo facilmente. Eppure ci affanniamo per il superfluo: per il superfluo ci logoriamo le vesti, diventiamo vecchi negli accampamenti, ci avventuriamo in terre straniere; mentre ciò che basta ci è a portata di mano. Chi va d'accordo con la povertà è ricco. Addio.

dal libro Lettere a Lucilio di Seneca

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