martedì 11 marzo 2008

Intervista: incontro con Monsignor Giancarlo Maria Bregantini -articolo di G. Certomà


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INTERVISTA: INCONTRO CON MONSIGNOR GIANCARLO MARIA BREGANTINI
Di Giovanni Certomà
1. Monsignor Bregantini, prima di essere ordinato vescovo della diocesi Locri – Gerace il 7 aprile del 1994, lei conosceva già la Calabria per il periodo (1976-1986) trascorso nella diocesi di Crotone. Durante quegli anni ha fatto il docente di Storia della Chiesa nel Pontificio Seminario Teologico Regionale di Catanzaro; l’insegnante di religione nell’Istituto Nautico di Crotone; nonché il cappellano del carcere di quella stessa città; condividendo anche le sofferenze e i digiuni patiti dagli operai della “Cellelusa calabra”. Di quelle esperienze, quale ricorda con maggiore intensità?“
Tutte sono state belle. Molto devo a Monsignor Agostino che ha guidato il mio cammino pastorale in diocesi. Mi ha ordinato diacono nel 1976, sacerdote nel 78, e infine nel 94 mi ha ordinato vescovo. La gratitudine per le esperienze fatte è veramente grande, soprattutto il carcere. Il carcere mi ha segnato profondamente anche a livello spirituale; perché mi ha costretto a ripensare sul tema del bene e del male; il rapporto con chi sbaglia, la tematica della misericordia; il problema dell’emarginazione; il rapporto tra chi soffre e la società che non vuol vedere chi soffre. Ovviamente, mi sono rimaste nel cuore anche le fabbriche, anche se oggi Crotone è una città diversa. I giovani e l’insegnamento, realtà preziosa che oggi utilizzo per parlare ai giovani, pensandomi come se fossi allora docente. Devo dire grazie a Crotone”.

2. Qual è stata la prima sensazione che ha ricevuta dalla Diocesi che le è stata affidata nel 1994?
“La marginalità della Locride. L’essere così lontana da tante strade, ferrovie. Nella Locride si coglie una realtà che ha avuto una storia di dolore e di fatica; ma si percepisce anche la cordialità, l’affetto. Di striscioni me ne ricordo uno di due ragazze che sul Poggiolo mi hanno scritto “facci sognare”. Sentirsi subito accolti, amati, sostenenti. Anche l’episodio della finta bomba di Gerace alla fine è risultato positivo, perché io ho difeso questa città, questa terra, e questo mi ha reso vicini i cuori di tutti”.

3. Pensava di trovare una realtà sociale più complessa e difficile di quella che poi negli anni si è concretamente rivelata?
“Non credo! Non credo! Un po’ meno di paura, perché all’inizio avevo un po’ di paura per tante cose: di non essere all’altezza, di non capire, di non essere capito. Lentamente queste paure sono svanite, la serenità è tornata, la normalità è diventata l’aiuto per tutti i giorni e questo mi ha dato la possibilità di capire. Realtà complessa lo è, ma io distinguo tra complesso e complicato. Complesso sono tanti fili insieme, complicato quando uno tira il filo in modo sbagliato e si fa un nodo. La Locride non è una realtà complicata, è complessa. Dipende da come riusciamo a tirare i fili. Bisogna trovare il filo giusto e il modo giusto per tirarli”.

4. Da persona concreta, ha subito compreso che l’origine del malessere della Locride è la disoccupazione. Da li si è dispiegata una sua azione che l’ha portata a creare lo sportello “Crea lavoro”. Ce ne vuole parlare?
“Con grande gioia! E’ una delle perle di questo nostro cammino insieme con i giovani e per i giovani. E’ un luogo dove i giovani possono andare tutti i giorni ed è sostenuto da altri giovani che si sono ben preparati a livello legislativo, circa le tecniche d’accompagnamento, hanno legami con varie realtà italiane. Diffondono notizie, danno informazioni, ma soprattutto non si limitano a dare un modulo da compilare, ma si intrecciano con la storia dei giovani, quasi come ordito e trama e cercano di capire qual è il disagio giovanile. E poi una volta individuata una pista la accompagnano fino al termine, finchè vedono il lavoro realizzato”.

5. E sempre da un suo forte e personale impegno è nato il gemellaggio tra la Locride ed il Triveneto, che ha portato alla nascita, (in una zona ad alta densità mafiosa come Platì) della cooperativa “Valle del Bonamico” che produce e vende frutta di bosco e formaggi. E’ un segnale positivo molto forte?
“Si. E’ un segnale per noi positivo. Un seme che produce a sua volta alberi e alberi che fanno semi. Quindi, c’è un gioco positivo che si sta verificando. Dei 2000mq iniziali di cinque anni fa si è passati ai 200.000mq di oggi con dieci piccole cooperative che girano attorno. Tante speranze positive. Ma lo è anche indirettamente perché anche questa cooperativa è emblematica nel rapporto Nord – Sud d’Italia, ma anche tra nord-sud del mondo. Perchè ha saputo cogliere la marginalità delle nostre realtà, però ha trasformato la marginalità in tipicità. Ecco i lamponi fatti si, ma non a luglio, lo fanno tutti, ma a dicembre quando solo qui possono venire i lamponi, per il clima ideale che abbiamo. E poi la reciprocità nello scambio nord-sudi d’Italia”.

6. Oltre però a questo progetto, lo sportello “Crea lavoro” (gestito dalla “Comunità di liberazione) ha messo in campo: “Piccoli frutti”; una cooperativa che si occupa di multimedialità (Siderno); e una cooperativa interessata alla produzione di elettroventole per motori elettrici (Monasterace). Qualcosa è realmente cambiato nel modo dei giovani della Locride di progettare il proprio futuro?
“Non tutto quello che lei ha citato siamo riusciti a completare in maniera efficace. Per esempio quella fabrichetta d’elettroventole di cui lei parla non è nata. E’ stata abbozzata, si è spostata nella zona di Catanzaro e si è fusa con un’altra idea, comunque positiva. Invece, la multimedialità lavora e funziona anche bene. Ne è nata un’altra simpaticissima cooperativa di ragazze ad Agnana, un paese fuori mano, molto tenace, che hanno vinto molte difficoltà e sono ora un segno per le speranze nei paesi interni a livello femminile. Quindi, un’altra realtà positiva”.

7. Passiamo al programma pastorale che Lei ha stilato per il 2002-2003. Il programma si ispira al tema della Famiglia e si suddivide in cinque parti che potremmo terminologicamente sintetizzare così: § Comunicare (il Vangelo ad una Locride che cambia)§ Conoscere (la realtà educativa nella nostra terra)§ Vivere la sponsalità ( secondo la propria vocazione, come la meta del nostro cammino)§ Crescere (cioè i criteri che illuminano la nostra mente e le motivazioni che ci fanno ardere il cuore durante il cammino)§ Educare (cioè le scelte operative prioritari di quest’anno)
La ringrazio di questa domanda molto cortese. Sono lieto di poter dire una parola d’incoraggiamento nel leggere la lettera pastorale, la potete trovare nelle parrocchie, ma soprattutto sentire che ogni famiglia che è già nata in ogni papà e mamma sentono che il loro essere sposati è una vocazione. Così la vivano coloro che sono ancora fidanzati o i ragazzi che guardano alla vita. Non c’è niente di destino nella vita. Tutto è una vocazione. Tutto è un progetto. Quando ci si sente amati si è capaci di perdonare e di amare, di dire grazie; cambia tutto nella vita e attorno si crea un alone positivo, che poi si trasmette sul piano sociale, perché si educa con passione, si accompagnano le iniziative, non si critica in maniera maldestra. Tutto nasce da questo cuore che sa amare e che sa di essere amato. Questo è un po’ il nocciolo su cui vorrei insistere per dire che il progetto della Chiesa non è un progetto bigotto, ma è un progetto socialmente rilevante, perché parte da un cuore cambiato, amato ad una società amata e cambiata”.Lei quando parla di comunicazione del Vangelo, sottolinea con forza, la necessità di farlo “sia con l’annuncio che con la testimonianza”. Ma attraverso quali segni e gesti di carità la Chiesa della Locride deve comunicare il Vangelo?“Lei ben coglie che comunicare non è né fare una predica, né fare un volantino, ma è vivere e testimoniare. Oggi la testimonianza che è più attesa è quella di una Chiesa povera: se è povera sarà libera, se è libera sarà capace di annunciare. Altrimenti sarà ricca, starà con i ricchi, con i ben pensanti, si schiererà dalla loro parte e non dalla parte di chi soffre. Rispetto al problema della globalizzazione, una Chiesa che sa impostare la vita con un minimo di sobrietà potrà rispondere alle sfide del tempo di oggi”.

8. E giungiamo all’ultima parte del Programma pastorale 2002-2003, quella in cui si affronta il tema dell’educazione. Dio a chi concede l’arte dell’educare? E chi può essere, oggi, un buon educatore?
“Lei coglie il sogno di ogni papà, di ogni mamma, di ogni prete, di ogni vescovo, di ogni suora di ogni insegnante. Credo a chi ha un cuore grande. A chi sa molto amare e ascoltare. Quando uno dice: non vi insegno perché ho letto un libro, ma vi insegno perché ho sofferto, perché anch’io ho visto, la parola resta efficace. Il segreto sta nel fare tesoro dei fatti della vita”.

9. La scuola, oggi, è in grado di ben educare?
“Io credo ancora di si. Specialmente le elementari le trovo profondamente motivate. Le medie sono diverse da zona a zona, da insegnante a insegnante; nelle superiori è nettissima la differenza. Molto dipende dalla qualità della persona (insegnante). Quindi, auspico non tanto un scuola nuova, ma insegnanti nuovi”.

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