sabato 16 febbraio 2008

Vaniglia e cioccolato di Sveva Casati Modignani

Penelope entrò in paese attraversando il ponte sul porto canale, dove le barche da pesca all'attracco ostentavano maestose vele dai colori sgargianti nel cielo di maggio dorato dal sole. Per quanto possibile, si sentì rincuorata. Era nata a Milano, ma le sue radici erano lì, in quel grande borgo assediato dalle nebbie invernali, dall'umidità torrida delle estati sempre più brevi, dalle malinconie autunnali. Lì era nato il bisnonno Gualtieri, capitano di Marina, lì era nata e vissuta la nonna Diomira, lì era cresciuta la sua bellissima mamma e, ancora lì, lei aveva trascorso molte estati della sua vita.
Conosceva Cesenatico in tutte le sue pieghe, dal vecchio borgo dove sopravvivevano le case antiche dei pescatori, alla parte nuova, cresciuta selvaggiamente negli ultimi cinquant'anni. Erano ormai lontani gli anni in cui, durante la prima notte del solstizio d'estate, arrivavano da Cesena, da Forlì e da altre piccole città dell'interno le famiglie più ricche che portavano sui carri i capanni legno in una corsa all'accaparramento del posto migliore sulla spiaggia che, allora, era libera. In quegli anni si mangiavano cibi ormai dimenticati, come il "pane dorato", che teneva il posto delle cotolette ed era fatto con fette sottine di pane vecchio bagnato nel latte e fritto nello strutto, e gli "strozzapreti", piccoli maccheroni ottenuti dall'impasto di farina con acqua e un pizzico di sale, bolliti e conditi di lardo. Cibi poveri, per povera gente che viveva di stenti ma era ricca di bonomia, fantasia, ingegno, stravaganza che rasentava la follia e voglia di risollevarsi dalla miseria. Una voglia acuita dal confronto con i "signori" che, in estate, a bordo delle loro barche, ospitavano artisti e intellettuali e navigavano pigramente lungo la costa, dandosi alla "bella vita".
"Sono a casa", pensò Penelope, mentre percorreva il viale Roma.
dal libro Vaniglia e cioccolato di Sveva Casati Modignani

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