lunedì 18 febbraio 2008

Re Lear della steppa di Ivan Turgenev


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I

In una sera d'inverno ci eravamo riuniti in sei nella casa di un antico compagno di università. A un dato momento si cominciò a parlare di Shakespeare, dei suoi personaggi, così fedelmente tratti dalla profondità stessa dell'essere umano. Ne ammiravamo soprattutto la loro vivente quotidiana realtà, e ognuno di noi citava quegli Amleto, quegli Otello, quei Falstaff, e perfino quei Riccardo III e quei Macbeth (questi ultimi, in verità, soltanto in potenza), che aveva incontrati nella vita.
- Ed io, signori miei, - esclamò il padrone di casa, uomo non più giovane - io ho conosciuto un Re Lear!
- Davvero? - gli domandammo.
- E proprio così. Se volete vi racconterò la sua storia.
- Ci fareste un piacere.
E il nostro amico cominciò il suo racconto.
- Io trascorsi tutta la mia infanzia - egli prese a dire - e la prima giovinezza, fino all'età di quindici anni, in campagna nella tenuta di mia madre, ricca proprietaria della provincia di...Di questo tempo, ormai lontano, il ricordo più vivo che mi è rimasto, è quello di un nostro vicino, un certo Martin Petrovic Charlov. Difficilmente la sua immagine potrebbe cancellarsi dalla mia memoria: una persona che assomigliasse a Charlov non l'ho mai incontrata: immaginatevi un uomo di statura gigantesca, un enorme tronco, su cui era posata, un pò di traverso e senza neanche una traccia di collo, una testa mostruosa, coperta di un mucchio di capelli arruffati di un bianco giallastro che arrivavano fin quasi alle sopracciglia irsute. Sulla larga faccia violacea, come se fosse scorticata, troneggiava un grosso naso pieno di bernoccoli; due occhietti celesti vi guardavano con alterigia, e dalla bocca, anch'essa minuscola, storta e screpolata, che avevo lo stesso colore della faccia, usciva una voce rauca, ma straordinariamente tonante... Il suono di quella voce assomigliava al rumore che fanno le sbarre di ferro trasportate in un carro su una strada piena di buche; ed egli parlava sempre come se in una giornata di vento conversasse con qualcuno attraverso un largo burrone. Era difficile dire cosa esprimesse la faccia di Charlov: era così larga! Talvolta si aveva l'impressione di non poterla abbracciare con un solo sguardo, ma non era sgradevole, anzi aveva qualcosa di maestoso, ed era tanto strana e fuori del comune. E che mani aveva! Sembravano due cuscini! E che dita, che piedi! Mi ricordo che non potevo guardare la schiena di Martin Petrovic, larga due arsciny (settanta centimentri), senza provare un sacro terrore!
Le sue spalle erano come macine di mulino. Ma ciò che maggiormente mi stupiva erano le sue orecchie; vere e proprie ciambelle, dai bordi accartocciati, chele guance sollevavano dai due lati della faccia. D'inverno, come d'estate, Martin Petrovic portava una casacca di panno verde, con alla vita una cintura circassa e degli stivali di cuoio grezzo. Non gli vidi mai una cravatta e, del resto, non saprei a che cosa avrebbe potuto annodarla. Il suo respiro era lungo e pesante come quello di un toro, ma camminava senza far rumore. Quando era in una stanza sembrava che temesse di rovesciare o di fracassare ogni cosa, e perciò andava da un posto all'altro con estrema prudenza, per lo più di traverso, quasi furtivamente. Possedeva una forza veramente erculea, e grazie ad essa, godeva di un grande rispetto nei dintorni: il nostro popolo ha sempre avuto una profonda venerazine per gli ercoli. Sul suo conto si eran persino create delle leggende: si raccontava che una volta, avendo incontrato nel bosco un orso, poco ci mancò che non l'atterrasse: che sorprendendo presso le sue arnie un contadino venuto per rubare, lo avesse scaraventato insieme col carro e col cavallo dall'altra parte della siepe; e altre cose dello stesso genere. Charlov però non si vantava mai della propria forza. "Se ho la mano benedetta", diceva, "è per volontà di Dio!". Era orgoglioso ma non della sua forza, bensì della sua condizione, della sua origine e della sua intelligenza.

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