giovedì 21 febbraio 2008

Omelia del giorno 24 Febbraio 2008 di Mons. Riboldi

Omelia del giorno 24 Febbraio 2008

III Domenica di Quaresima (Anno A)

Dammi da bere!

La Chiesa, oggi, nel nostro cammino di ricerca di Dio, ‘acqua che disseta’, ci fa incontrare con Chi, se vogliamo, può togliere la sete dell’anima.
C’è in corso nel mondo un grande, vitale dibattito sulla questione dell’acqua. Si descrivono ghiacciai che si sciolgono, oceani la cui temperatura delle acque si alza, acque che rischiano di fare sparire intere zone costiere e città, e siccità e desertificazione proprio là dove ora, anche in Italia, c’è ancora tanto verde. C’è chi tenta di ‘farsi padrone dell’oro blu” rendendo l’acqua non più un bene comune, ma un fattore economico, che pone le nostre vite nelle mani degli uomini, pericolose mani. In questo nostro mondo c’è anche un’altra sete, che è quella dell’anima, sete di amore, di felicità, che ha una sorgente inesauribile nell’amore di Dio, ma la si cerca altrove.
La vita di tutti, mia, vostra, è un poco come quella del popolo eletto, che viene liberato dalla schiavitù egiziana, ma deve attraversare il deserto per giungere alla terra promessa, la terra di Dio.
Ci vuole cibo, e Dio sazia facendo scendere la manna dal cielo, e ci vuole acqua. Così il libro dell’Esodo descrive la sete del popolo:
“In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua. Il popolo mormorò contro Mosè e disse: perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per fare morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno. Il Signore disse a Mosè: passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia; ne uscirà acqua e il popolo berrà’.
Mosè fece così sotto gli occhi degli anziani di Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: il Signore è in mezzo a noi sì o no?”’. (Es. 17,3-7)
Una domanda -‘Il Signore è con noi sì o no?’ - che pare si tramandi fino a noi, per tutti i tempi, ogni volta ci troviamo di fronte a prove, che ci fanno esclamare: ‘Ma Dio dov’è?’, perché sembra che si nasconda o addirittura non ci voglia bene. E questo soprattutto nel dolore, nella solitudine, nell’abbandono, là dove è davvero grande la sete di amore, e rischia di morire la speranza.
Una domanda che ci poniamo in questi tempi di confusione - a dirla con parole dolci - ma la vera domanda che dovremmo porci è: ‘E’ assente Dio a noi o noi a Dio?’. Era la domanda che un terrorista pose alla moglie di uno che lui aveva ucciso. La vedova rispose: ‘Vedo la nostra vita come un sentiero nel deserto, in cui camminiamo con Dio.’
‘Ho l’impressione che nella mia vita, sbagliata grossolanamente, facendo tanto male, per un lungo percorso io sia stato solo. Dov’era Dio in quegli anni?’.
Parafrasando una nota preghiera, la signora riprese. ‘Se tu guardassi bene, ti accorgeresti che vi sono due orme, non sono le tue, ma quelle di Dio, che ti teneva in braccio’.
Il Vangelo di oggi ci fa dono del meraviglioso, divino racconto dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, al pozzo di Giacobbe. Un racconto che l’evangelista sembra voglia scrivere nella nostra mente, con ricchezza di particolari, da vero cronista, quasi per non farci sfuggire neppure una briciola della bellezza che contiene: è una perla e sicura guida in questo nostro cammino quaresimale.
La protagonista è una donna, dunque di classe B, è samaritana, quindi, ‘maledetta’ , perché appartenente ad una ‘razza eretica’, secondo i Giudei, e, per di più, ‘notoriamente peccatrice’. Ce n’è abbastanza per ritrovare in lei tutti i pezzi di stracci che volano per aria e sono le storie delle nostre debolezze e peccati.
Lei va ad attingere acqua e l’unica sorgente è quel pozzo, in aperta campagna. La possiamo immaginare, tutta presa dai suoi pensieri, forse dalle sue preoccupazioni, mentre ripercorre con disgusto le vie della sua vita di donna, che si deve vendere al piacere dell’uomo.
Una donna con la nausea in bocca, che forse vorrebbe un’altra vita, ma si trova tra le mani ‘la sua’, che ha il sapore dell’acqua amara delle cisterne screpolate.
Come ad un misterioso appuntamento -come sono tanti momenti che anche noi viviamo o abbiamo vissuto- Gesù si fa trovare lì, stanco dal viaggio attraverso la Samaria.
Fermo, anche lui, vicino al pozzo.
Il Maestro non bada a differenze sociali o di sesso, a divisioni etniche o religiose, fa finta di non accorgersi di trovarsi di fronte ad una donna, samaritana, e, per di più, peccatrice. Per Lui è una donna bisognosa d’acqua e basta.
Apparentemente Gesù aveva scelto quel pozzo, per un momento di riposo e di ristoro: ‘I suoi discepoli infatti erano andati in città a fare provviste’.
Ma è lui che, sorprendendo la donna, libero da pregiudizi, fa il primo passo. Le chiede un sorso d’acqua. Incredibile come Gesù sappia sempre scegliere i momenti ‘delle necessità della persona umana’, per fare dell’incontro qualcosa di più: irrompere con la Sua Grazia nella vita.
E chi di noi, infatti, qualche volta nella vita, in momenti impensabili, forse anche oggi, forse in questa Quaresima, pur non pensando a Dio, non se lo è trovato davanti a chiedergli ‘da bere’, ossia quello che possiamo dare?
È incredibile davvero l’amore che Dio ha per noi, la sua delicatezza e fedeltà, che non si lasciano vincere dalla nostra indifferenza, forse anche dal nostro rifiuto, facendosi vicino, come uno che cerca, ‘come elemosina’, quel poco o niente che siamo, prospettandoci l’immensa gioia che solo Lui può donare!
Mettendoci nei panni della Samaritana, leggiamo parola per parola lo stupendo racconto di Giovanni:
“Gesù giunse ad una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio; qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: Dammi da bere. l suoi discepoli infatti erano andati in città a fare provviste di cibo. Ma la Samaritana gli disse: Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una Samaritana?’. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e Chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed Egli ti avrebbe dato acqua viva. Gli disse la donna: Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e tutto il gregge? Rispose Gesù: Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua.
Le disse: Va a chiamare tuo marito. Rispose la donna: Non ho marito. Le disse Gesù: Hai detto bene - non ho marito - infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito, in questo hai detto il vero. Gli replicò la donna: Signore, vedo che sei un profeta. l nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è in Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare Dio. E Gesù: Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Gli rispose la donna: So che deve venire il Messia (cioè il Cristo) e quando verrà ci annunzierà ogni cosa. Le disse Gesù: Sono io che ti parlo’. (Gv. 4, 5-42)
La samaritana, nell’incontro con Gesù, ritrova la gioia di vivere, ‘l’acqua vera della vita’. E lo va ad annunciare ai suoi concittadini, che si riversano verso il pozzo, ad ascoltare le parole del Maestro: “Lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più cedettero alla sua Parola e dicevano alla donna: Non è per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo.”
Davvero una pagina di Vangelo che potrebbe essere meditazione, riflessione e conversione per un’intera Quaresima.
Tocca, credo, ciascuno di noi, vedere come Dio si fa davvero vicino, precorre i nostri passi e sa abbattere le nostre difficoltà.
Non ci resta che aprire le porte del cuore, ORA, a Gesù, vicino al nostro pozzo.
Mi viene alla mente la stupenda composizione di J. Arias:
“Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile, insensibile, impassibile.
Il mio Dio è fragile. È della mia razza.
Perché io potessi assaporare la divinità, amò il mio fango.
L’amore ha reso fragile il mio Dio.
Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò.
Il mio Dio fu sensibile, fu passionale e dolce come un bambino.
Amò quanto è umano, il mio Dio: le cose, gli uomini, il pane e la donna, i buoni e i peccatori.”
Davvero vorrei facessimo nostre le parole che il Salmista rivolge a Dio:
“O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco:
di te ha sete l’anima mia.
A te anela la mia carne, come terra arida, deserta, senz’acqua” (Salmo 62)

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
E-mail: riboldi@tin.it

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