mercoledì 13 febbraio 2008

Omelia del giorno 17 febbraio 2008 di Monsignor Riboldi

Omelia del giorno 17 Febbraio 2008

II Domenica di Quaresima (Anno A)

Esci dalla tua terra e va’


In una delle vostre lettere, così, un amico - forse impressionato da come stanno andando le cose non solo di casa nostra, ma di tutto il mondo - scrive: “Lei, carissimo vescovo, ogni domenica ci invita ad un ottimismo proprio del Vangelo. A volte ho l’impressione che lei viva in un altro mondo e che non si accorga che ‘stiamo veramente male’. Cerco disperatamente la ragione del nostro vivere quasi preferendo ciò che ci fa tanto male. Comprendo che ‘convertirsi’, ossia cambiare totalmente vita - e lo trovo necessario - sarebbe la saggezza di un popolo che ama la gioia. Giustamente, per lei, ‘convertirsi’ è incamminarsi seguendo Gesù: una scelta propria di ‘chi sa usare le due ali per volare: la nostra e quella che Dio ci presta’. Lo penso e a volte mi verrebbe la voglia di prendere a calci la maschera che il mondo ha stampato sull’anima, facendoci credere che la vita è un carnevale. Ma le sembra tanto facile togliersi quella maschera e dare vita alle due ali? Da soli sembrerebbe una pazzia agli occhi della gente, bisognerebbe essere ‘insieme’ e, guardandomi attorno sembra sia piccolo lo spazio che il mondo ti riserva per volare, uscendo da noi stessi. Ma in questa Quaresima ci voglio provare. Mi dia una mano con la sua parola, la sua amicizia, in modo da sentirsi insieme nel prendere il volo”.
Lascio che a rispondere a questo mio amico sia il racconto di Abramo, nostro padre nella fede e quindi credibile.
“In quei giorni, il Signore disse ad Abràm: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che Io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò: renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Allora Abràm partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12, 1-4).
Sappiamo tutti che Abramo, ripeto, padre di tutte le genti, non conosceva Dio e il Suo amore, come noi oggi abbiamo la possibilità di conoscere attraverso la Sacra Scrittura.
Ma dentro di lui c’era un grande spazio per Dio, per la Sua Legge e una grande generosità.
E questo era sufficiente per affrontare un viaggio di cui non sapeva neppure la destinazione: avrebbe seguito la ‘guida’ di Chi gli chiedeva di lasciare la sua terra per un’altra che Lui stesso aveva scelto e, quindi, indicata. Come di fatto avvenne.
E se noi diamo uno sguardo alla vita dei Santi di ieri e di oggi, scopriamo che la loro storia è simile a quella di Abramo. È bastato fare propria la voce di Cristo che diceva: ‘Se vuoi venire con me, va’, vendi quello che hai, vieni e sèguimi’ e S. Francesco intraprese il meraviglioso viaggio verso la terra che ‘Dio indicava’. E lo stesso potremmo dire di tutti quanti seguono Cristo. Sono ‘usciti dalla loro terra’, ossia dal modo in cui vivevano, senza una meta, e sono approdati o approdano al ‘paese’ di Dio.
È la vocazione alla santità, ossia alla vera scelta di vita.
Gesù conosceva bene la debolezza di quanti aveva chiamato a seguirLo, ossia i Dodici. Anche loro, quando Gesù li aveva chiamati e ‘scelti perché stessero con Lui per poi mandarli’, avevano lasciato ‘la propria terra’, ossia il loro lavoro, gli amici, le famiglie, e senza indugio Lo avevano seguito per andare verso la ‘terra’ che Gesù avrebbe indicato, ossia il mondo da evangelizzare.
Avevano accolto la sua chiamata senza sapere dove li avrebbe condotti.
Ma, avvicinandosi i giorni della Sua passione e morte, Gesù sapeva che, per i suoi, era come un rompere i disegni di poveri uomini, per poi proiettarli nella grande e vera loro vocazione: essere i continuatori dell’opera di Cristo e, quindi, credibili colonne della Sua Chiesa.
Per questo Gesù, come per testimoniare ‘Chi era’ - racconta l’evangelista Matteo - “prese con sé, Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide coma le luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elìa, che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse: Signore, è bello stare qui: se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili disse: Alzatevi e non temete. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti” (Mt 17. 1-9).
Ricordando la debolezza e l’ignoranza dei Dodici, suscita stupore come, con la discesa dello Spirito Santo, abbiano potuto divenire quello che poi furono: martiri per Cristo.
L’uomo, anche se apparentemente pare sia adattato ad una vita ‘senza luce, che venga dall’Alto’, tuttavia, appena sente che il Cielo si apre, manifestando il volto amabile del Padre, corre verso quel ‘segno’ di Dio tra noi. Basta andare a Lourdes, a Fatima, o in altre parti, per accorgersi del bisogno innato di Dio, che è nell’uomo.
Quante volte, pregando ai piedi della grotta di Lourdes o nella cappella di Fatima, guardando il volto di tanti, li vedevo ‘trasfigurati’, come se in loro si manifestasse la gioia di ‘vedere il volto di Dio’.
E quante volte incontriamo fratelli o sorelle così piene di santità, che irradiano la bellezza della trasfigurazione! Non posso dimenticare il volto del mio carissimo confratello, don Clemente Rebora, che, quando celebrava la S. Messa o pregava nella sua cella, sembrava ‘fuori di questo mondo’, tanto era trasfigurato. Chi vive una fede, che è dialogo con Dio, sempre, anche nella vita quotidiana, anche nella sofferenza, porta il segno della gioia che trasfigura. Come quando si ama veramente...ci si trasfigura!
Davvero il Tabor è possibile a tutti, ma occorre che Dio ci conduca per mano sul Tabor, ossia fuori dalla ‘terra ferma’, dove domina la ‘carcassa della tribolazione senza speranza’.
“Ma se domandassimo - diceva Paolo VI, commentando la trasfigurazione di Gesù - agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come Lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è Gesù? Alla domanda alcuni, molti non rispondono, non sanno che dire. Esiste come una nube - questa sì è opaca e pesante - di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene; si cerca a volte, anzi, di respingerlo. Al punto che all’offerta del Signore di voler essere per tutti, Guida e Maestro, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi: lo temono più che amarlo.
Non vogliono che Egli regni su di loro: cercano in ogni modo di allontanarlo. Lo vogliono come annullare e togliere dalla faccia della civiltà moderna; non c’è posto per Dio, né per la religione. Tale è il contenuto di questo laicismo sfrenato che, talvolta, incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti paesi, ancor oggi, infierisce. Non si vuole più l’immagine di Gesù” (14 marzo 1965).
Per poter conoscere Gesù, entrare in intimità con Lui, trasfigurare la nostra vita, bisogna ascoltare oggi più che mai quello che disse Dio ad Abràm: “Esci dalla tua patria... verso il paese che io ti indicherò”.
In altre parole ‘esci’ da una vita impostata sulle vanità o sul fango di questa terra.
Sentiamo tutti il grande disagio e lo scontento del come siamo abbarbicati attorno ad una vita che non è il cielo dell’anima e il respiro del cuore.
A volte riusciamo a ‘sognare altro’, a lasciarci affascinare dal bello che è nella gente ‘trasfigurata’, vicino a noi o sulla scena del mondo, come grandi fari di luce, ma non riusciamo a salire sul Tabor con Gesù. Ci pare che ‘il costo sia troppo alto’.
Ma - mi domando - vivere come schiavi delle mode del mondo non è forse un prezzo ancora più alto, che tentare di avviarci verso i sentieri delle beatitudini?
Viene alla mente quanto, lo stesso Paolo VI, disse nella Quaresima del 1955:
“Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e averne perdono.
Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”.
E con Tonino Bello, oggi, mi viene da pregare per tutti noi:
“Dai ai miei amici e fratelli la forza di osare di più, la capacità di inventarsi, la gioia di prendere il largo, il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio che si dissolve.
Da’ ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi, per liberarsi da soggezioni vecchie e nuove.
Stimola tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante e la gioia turbinosa della iniziativa che li ponga al riparo da ogni prostituzione”.

Antonio Riboldi – Vescovo –
Internet: www.vescovoriboldi.it
E-mail: riboldi@tin.it

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