sabato 26 gennaio 2008

Storia di una vita di Aharon Appelfeld


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Aharon Appelfeld
E' una persona incredibilmente pacata, con una voce delicata, leggera, sembra un ragazzino, quando parla (in inglese) sembra reciti poesie. E' venuto in Italia, forse, in ottobre 2007, a presentare il suo libro Badenheim 1939 (delicato, nonostante l'argomento un pò triste, vale la pena di leggerlo). Mi piace molto il suo modo di raccontare la sua vita, perché parte dall'intimo e descrive in modo velato, ma reale, come sono stati perseguitati gli ebrei, e sembra che due occhi delicati abbiano visto l'inferno, ma siano rimasti intatti e puliti. Fuggito dai campi di concentramento da bambino, riuscì a fuggire nei boschi e visse braccato con il terrore di essere ucciso dagli abitanti dei villaggi. Diceva che non c'era nessun adulto che gli potesse spiegare perché degli estranei che non lo conosceva, volesse ucciderlo. E' stato poi aiutato da una banda di banditi e da una prostituta. Io non so raccontare bene le cose, però mi ha lasciato un'impressione incredibile. Il mio è solo un modo per dire che è una persona straordinaria, non ho pretese di fare commenti.


Sfoglio il mio vecchio diario. Le pagine sono ingiallite, alcune incollate fra loro, e la scrittura, non uniforme, è ormai poco leggebile. Per molti anni è rimasto in una valigia senza che lo aprissi, perché avevo paura che i quaderni avrebbero rivelato i timori profondi ed i difetti di carattere che per anni ho cercato di celare a me stesso.
E' il 1946, l'anno del mio arrivo in Palestina, ed il diario è un mosaico di parole in tedesco, yiddish, ebraico e persiano ruteno. Dico "parole", e non "frasi", perché a quel tempo non ero ancora in grado di unire le parole in frasi; quelle parole erano le grida soffocate di un ragazzo di quattordici anni che aveva smarrito tutte le lingue che parlava ed era rimasto senza una lingua. Il diario era per lui un angolo nascosto, nel quale ammassava resti della sua lingua madre e parole appena acquisite. Tale ammasso non è un'espressione dell'anima, ne è lo specchio.
Senza una lingua tutto è caos, confusione e paura di cose che non c'è motivo di temere. A quei tempi la maggioranza dei bambini intorno a me balbettava, parlava ad alta voce o si mangiava le parole. In mancanza di una lingua si rivela il nudo carattere: la voce dei più estroversi fra noi divenne più forte, mentre la voce degli introversi si dissolse in mutismo. Privo di una lingua madre un uomo è invalido.
La lingua di mia madre era il tedesco, amava questa lingua e la coltivava. Nella sua bocce le parole suonavano limpide come se le avesse pronunciate attraverso un'esotica campana di vetro. Mia nonna parlava yiddish, la sua lingua aveva un sapore diverso, che mi riportava sempre alla mente la composta di prugne, La cameriera parlava un ruteno mescolato a parole nostre e a parole della nonna.
..........
Il diario è balbuziente e scarno, ma contemporaneamente pieno da scoppiare. Cosa non contiene! nostalgia naturalmente, sensi di colpa, rapide osservazioni ed i tormenti del sesso, ma soprattutto il tentativo disperato di unire care scene d'infanzia con la nuova vita. Era una lotta quotidiana che si svolgeva contro un vasto fronte: la mia istruzione, che era terminata con la prima elementare; il corpo che non era forte: la scarsa stima di me stesso: la memoria che si rifiutava di scomparire nonostante le fosse stato comandato di farlo; la certezza dell'ideologia che cercava di trasformarmi in un uomo dagli orizzonti limitati. In altre parole dovevo salvaguardare il mio io, al quale veniva richiesto di essere ciò che non voleva e non poteva essere. Ma soprattutto lottai per acquisire la lingua ed assumerla come lingua madre. Sin da quand'ero molto giovane, prima che sapessi che il destino mi avrebbe portato alla letteratura, l'istinto mi bisbigliava che, se non avessi conosciuto intimamente la lingua, la mia vita sarebbe stata piatta e vuota.
In quegli anni la lingua era concepita come qualcosa di essenzialmente meccanico: apprendi le parole ed avrai appreso la lingua. Questo approccio meccanico, che mirava a sradicarti dal tuo mondo per trapiantarti in un altro, nel quale avevi solo un debole appiglio, questo approccio vinse, bisogna ammetterlo, ma a che prezzo: l'annientamento della memoria e l'appiattimento dell'anima.

dal libro Storia di una vita di Aharon Appelfeld

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