giovedì 24 gennaio 2008

Storia di una gabbianella e del gatto di Luis Sepulveda


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Capitolo terzo
Kengah aprì le ali per spiccare il volo, ma l'onda densa fu più rapida e la sommerse completamente. Quando tornò a galla la luce del giorno era scomparsa, e dopo aver scosso il capo con energia capì che la maledizione dei mari le stava oscurando la vista.
Kengah, la gabbiana dalle piume d'argento, tuffò varie volte la testa sott'acqua, sinché qualche filo di luce non raggiunse le sue pupille coperte di petrolio. La macchia vischiosa, la peste nera, le incollava le ali al corpo, così iniziò a muovere le zampe sperando di potersi allontanare rapidamente a nuota dal centro dell'onda scura.
Con tutti i muscoli tormentati dai crampi per lo sforzo, raggiunse finalmente il limite della macchi di petrolio e sentì il fresco contatto dell'acqua pulita. Quando, a forza di sbattere le palpebre e di tuffare la testa, riuscì a pulirsi gli occhi, guardò il cielo, ma vide solo alcune nuvole che si frapponevano tra il mare e l'immensità della volta celeste. I suoi compagni dello stormo del Faro della Sabbia Rossa dovevano volare ormai lontano, molto lontano.
Era la legge. Anche lei aveva visto altri gabbiani sorpresi dalle mortifere onde nere, e nonostante il desiderio di scendere a offrire loro un aiuto tanto inutile quanto impossibile, si era allontanata, rispettando la legge che proibisce di assistere alla morte dei compagni.
Con le ali immobilizzate, incollate ai corpi, i gabbiani erano facile preda dei grandi pesci, o morivano lentamente, asfissiati dal petrolio che penetrando fra le piume tappava loro tutti i pori.
Era questa la morte che la aspettava, e desiderò scomparire presto tra le fauci di un grosso pesce.
La macchia nera. La peste nera. Mentre aspettava la fine fatale, Kengah maledisse gli umani.
"Ma non tutti. Non devo essere ingiusta" stridette debolmente.
Spesso, dall'alto, aveva visto come grandi petroliere approfittavano delle giornate di nebbia costiera per andare al largo a lavare le loro cisterne. Rovesciavano in mare migliaia di litri di una sostanza densa e pestilenziale che veniva trascinata via dalle onde. Ma a volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche ornate dai colori dell'arcobaleno non sempre arrivavano in tempo per impedire l'avvelenamento dei mari.
Kengah passò le ore più lunghe della sua vita posata sull'acqua, chiedendosi atterrita se per caso non le aspettava la più terribile delle morti: peggio che essere divorata da un pesce, perggio che patire l'angoscia dell'asfissia, era morire di fame.
Disperata all'idea di una fine lenta si agitò, e con stupore si accorse che il petrolio non le aveva incollato le ali al corpo. Aveva le piume impregnate di quella sostanza densa, almeno poteva spiegarle.

dal libro Storia di una gabbianella e del gatto di Luis Sepulveda

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