venerdì 18 gennaio 2008

Lo scudo di Talos di Valerio Massimo Manfredi




Il sole stava ormai tramontando sul campo insanguinato di Platea, sui corpi sconciati dalle ferite, sui morti accavallati l'uno sull'altro, e il fitto polverio sembrava d'oro, attraversato dai raggi del sole cadente. Talos si alzò guardandosi intorno, come risvegliato da un sogno; vide in lontananza una figura massiccia avanzare in groppa a un asinello: Karas.
"Arrivi tardi" disse cupo. "E' tutto finito." Karas osservò il corpo di Brithos già composto come per le esequie:
"E' morto come desiderava, dopo aver riscattato il suo nome. Gli sarà data sepoltura con tutti gli onori."
"No" rispose Talos. "No, non da loro. Io gli preparerò le esequie."
Presero il corpo e lo trasportarono ai limiti del campo, poi Talos andò a prendere dell'acqua al fiume per lavarlo, mentre Karas radunava della legna raccogliendo aste spezzate e rottami di carri dal vicino campo persiano, alzando una modesta pira. Si sedettero uno vicino all'altro vegliando la salma che ora giaceva su una rozza barella in cima alla pira, ricoperta col mantello nero che Brithos aveva indossato al funerale di Aghìas e che aveva portato con sé per tutti quei mesi.
"Avrei voluto giungere in tempo" disse Karas. "Ma il mio viaggio è stato lungo e pieno di pericoli."
"Anche se fossi giunto in tempo, non avresti potutuo far nulla" disse tristemente Talos. "Aveva deciso di morire, non c'è altra spiegazione. La tua missione?" chiese poi.
"E' compiuta: Ephialtes è morto: l'ho trangolato con le mie mani."
"Bene, e ora, mio buon amico, diamo l'estremo saluto a Brithos, figlio di Aristarchos, Kleomenide. Colui-che-ha-tremato" aggiunse con un ghigno amaro. Karas andò verso l'accampamento persiano che ancora bruciava e tornò con un tizzone in mano. Qualcosa distrasse a un certo punto il suo sguardo, batté una mano sulla spalla di Talos:"Guarda" disse. Il giovane si girò nella direzione che gli veniva indicata e vide una figura incappucciata con le spalle coperte da un lungo mantello grigio che avanzava lentamente in mezzo al campo di battaglia e che poi si fermò, restando immobile a trenta passi di distanza.
"E' lui," disse Talos "sembra lo stesso che stava davanti alla tua capanna, quella notte..."
"Vuoi che me ne occupi io?" chiese Karas.
"No, non m'importa nulla, lascialo stare."
Prese il tizzone dalle sue mani e appiccò il fuoco al rogo. Le fiamme si alzarono gagliarde, alimentate dalla brezza della sera e raggiunsero presto il corpo avvolto nel mantello nero. In lontananza si vedeva il fumo alzarsi dalle grandi pire che i Greci avevano alzato nel loro accampamento e su cui cominciavano ad ardere i corpi che man mano erano condotti dal campo di battaglia. Talos si tagliò i capelli e li gettò tra le fiamme, poi gettò il suo bastone di corniolo, forte e flessibile, che un giorno per lui aveva scelto Kleomenides.
"Questo è il tuo nome" gli disse. "Sparta ha perduto tuo padre e tuo fratello, due grandi guerrieri: una così nobile famiglia non può estinguersi. Sei stato lontano per lungo tempo: é giunto il momento che tu ritorni fra la tua gente. Guarda" aggiuse, e puntò il dito verso il campo greco. Una lunga colonna di soldati muoveva alla loro volta all'accampamento; inquadrati nei ranghi, ancora coperti di sangue e di polvere, marciavano al suono dei flauti e al rullo dei tamburi.
Si schierarono davanti al rogo ormai spento, in silenzio. Un ufficiale sguainò la spada e lanciò un ordine: i soldati si irrigidirono nel saluto alzando le aste che brillarono agli ilmini raggi del tramonto. Per tre volte lanciarono al cielo il grido di guerra che aveva dato il coraggio di vincere l'ultima battaglia, il grido di Brithos, "Colui-che-ha-tremato".
Se ne andarono e il suono del flauto si spense lontano. Karas raccolse le ceneri e le ossa del rogo ormai spento e le compose nello scudo ricoprendole con il mantello. Guardò le nubi rosse all'orizzonte e poi Talos, mormorando:
La fulgida gloria come solo tramonta,
Al popolo di bronzo egli volge le spalle.
Quando Enosigeo scuote di Pelope il suolo,
Al grido del sangue egli chiude l'orecchio
Quando possente nella città dei morti
Del cuore la voce lo chiama...
"Ricordati di queste parole, Talos, figlio di Sparta e figlio della tua gente, il giorno in cui mi rivedrai."
Prese l'asinello per la cavezza e scomparve nelle ombre della sera.
dal libro Lo scudo di Talos di Valerio Massimo Manfredi

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