venerdì 18 gennaio 2008

L'oracolo di Valerio Massimo Manfredi


http://www.comune.venezia.it/flex/images/D.488043888af7684f9ff4/manfredi.gif

Efira, Grecia nordoccidentale, 16 novembre 1973, ore 20

Tremarono improvvisamente le cime degli abeti, le foglie secche delle querce e dei platani ebbero un brivido ma non c'era un soffio di vento e il mare lontano era freddo e immoto come una lastra di ardesia.
Parve al vecchio studioso che tutto tacesse d'un tratto, il pigolìo degli uccelli e l'abbaiare dei cani e anche la voce del fiume, come se le acque lambissero le sponde e le pietre dell'alveo senza toccarle, come se la terra fosse pervasa da un oscuro, subitaneo tremore.
Si passò una mano tra i candidi capelli, fini come seta, si toccò la fronte e cercò dentro di sé il coraggio di affrontare, dopo trent'anni di caparbia, infaticabile ricerca, la vista della meta.
Nessuno avrebbe potuto dividere con lui quel momento. I suoi operai, Yorgo l'ubriacone e Stathis l'attaccabrighe già si allontanavano dopo aver riposto gli attrezzi, con le mani sprofondate nelle tasche e il bavero rialzato e il rumore delle loro suole sulla ghiaia della strada era il solo nella sera.
Si sentì preso dall'angoscia: "Ari!" gridò. "Ari, sei ancora qui?" Il custode accorse: "Si, professore, sono qui". Ma si trattò di un attimo di debolezza: "Ari, ho deciso di restare ancora un poco. Tu puoi andare al paese. E' ora di cena, avrai fame":
Il custode lo guardò con un'espressione di affetto e di protezione:"Venga anche lei, professore. Ha bisogno anche lei di mangiare qualcosa e di riposarsi. E comincia a far freddo, se resta qui prenderà un malanno":
"No, Ari, vai, pure, io...io resterò ancora un poco."
Il custode si allontanò riluttante, salì sull'auto della Soprintendenza e imboccò la strada che conduceva al paese. Il professore Harvatis seguì per un poco con lo sguardo la luce dei fanali che sciabolava i fianchi delle colline poi entrò nel piccolo fabbricato della foresteria, prese dalla parete con gesto risoluto una pala, accese una lampada a gas e si diresse verso l'ingresso dell'antico edificio del Nekromantion, l'oracolo dei morti.
Raggiunse, in fondo al lungo corridoio centrale, la scala che aveva messo in luce con il lavoro dell'ultima settimana e scese molto al di sotto del livello della galleria dei sacrifici, in una camera ancora in gran parte ingombra del materiale di scavo. Si guardò intorno misurando con lo sguardo il breve spazio che lo circondava poi contò qualche passo verso la parete occidentale e si arrestò saggiando energicamente con la punta della pala lo strato diterriccio che copriva il pavimento finché la punta dell'attrezzo risuonò contro una superficie dura. Rimosse la terra e scoprì una lastra di pietra incisa con la figura di un serpente, la fredda creatura simbolo dell'aldilà.
Trasse dalla tasca della giacca la cazzuola e raschiò tutto intorno alla lastra finché la liberò. Piantò la punta della pala nella fessura e fece leva sollevandola di qualche centimetro. La rovesciò all'indietro e un odore di muffa e di terra umida lo investì dal basso.
Si apriva davanti a lui un imbocco nero, un recesso freddo e oscuro mai prima esplorato da alcuno: l'adyton, la camera dell'oracolo segreto, il luogo in cui solo pochissimi iniziati potevano evocare le pallide larve degli scomparsi.
Abbassò la lampada illuminando altri gradini e sentiva la vita tremare dentro di sé come la fiamma di una candela prossima a spegnersi

E ai confini arrivò dell'Oceano gorghi profondi.
Là dei Cimmerii è il popolo e la città, di nebbia e
nube avvolti. Mai su di loro il sole spendente
guarda coi raggi né quando sale verso il cielo
stellato, né quando verso la terra ridiscende dal cielo.
Ma la notte tremenda grava sui mortali infelici...

Recitava come una preghiera i versi di Omero, le parole della Nekya, il viaggio di Ulisse nel paese delle ombre. Raggiunse il pavimento della seconda sala ipogea e alzò la lampada a illuminare le pareti. La fronte gli si corrugò e gli imperlò di sudore, la luce danzava tutto intorno per il tremito della mano e svelava scene di un rito antico e tremendo: il sacrificio di un nero ariete, il suo sangue che colava dalla gola squarciata dei una fossa. Guardò quelle figure evanescenti, rose dall'umidità, percorse con passi incerti il perimetro delle pareti e vide che erano incise con nomi di persone. In alcuni riconobbe grandi personaggio di un remoto passato, ma molte erano incomprensibili, vergate in scritture indecifrabili. Terminò la sua ricognizione e la lampada illuminò nuovamente la scena del sacrificio. Dalle sue labbra uscirono ancora parole:

...e io la spada acuta dalla coscia sguainando
scavai una fossa d'un cubito per lungo e per largo
e intorno ad essa libai la libagione dei morti
prima di miele e latte, poi di vino soave,
la terza d'acqua: e spargev o bianca farina
e supplicavo molto le teste esangui dei morti...

dal libro L'oracolo di Valerio Massimo Manfredi

Nessun commento:

Posta un commento