sabato 19 gennaio 2008

I delitti del mosaico di Giulio Leoni


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PROLOGO

San Giovanni d'Acri, alba del 28 maggio 1291

Un sibilo attraversava l'aria, come se tutti i serpenti del deserto avessero sollevato la testa dalle sabbie. Il proiettile sfavillò la culmine della parabola, immobile nel cielo rischiarato dalla prima luce dell'alba. Poi, dopo un attimo interminabile, riprese la sua corsa e si abbatté con uno schianto contro il torrione della porta. Un nugolo di schegge di pietra e mattoni esplose tutto intorno, mentre la muraglia vibrava, scossa nelle fondamenta dall'urto.
L'angolo esterno del torrione, squarciato per l'altezza di due piani, si inclinò lentamente e cominciò a scivolare verso il basso, trascinando con sé le travi dei solai. Le urla di terrore degli uomini che precipitavano nella voragine aperta sotto i loro piedi sovrastarono per qualche istante il fragore del crollo, quindi l'intera cima dell'edificio franò sul muro di cinta, aprendo una breccia accanto alla porta. Un'immensa nuvola di polvere si sollevò, nascondendo i resti di quella rovina, mentre un secondo proiettile scendeva con il suo sibilo maligno, sparendo nella coltre grigiastra.
Nessun schianto accompagnò questa volta l'arrivo del macigno, solo un rombo attutito dalla montagna di detriti. Al posto del bersaglio c'erano ormai soltanto il vuoto e la devastazione causati dal primo colpo.
Dall'altra parte della porta, a decine di braccia di distanza, anche uno dei posti di osservazione aveva tremato come se fosse sul punto di precipitare a sua volta.
"Hanno usato di nuovo la loro diavoleria, fratello" disse uno dei due uomini all'interno, rialzandosi faticosamente da terra e correndo a spiare dall'apertura le proporzioni del disastro. "La muraglia non reggerà a lungo."
L'altro aveva resistito al sussulto, afferrandosi alla pesante tavola di quercia su cui era intento a scrivere. Meccanicamente si scrollò dalle vesti i frammenti di calce, mentre il suo sguardo correva alla fenditura che si era aperta nella parete. Ma era stata solo la distrazione di un attimo. Subito era tornato a chinarsi sulle carte disposte davanti a sé. Si passò la mano sugli occhi, cercando di allontanare la stanchezza della notte insonne. Poi vergò ancora qualche parola. Quando sollevò di nuovo il viso c'era un velo di disperazione nel suo sguardo.
"Il rapporto è terminato. Ma è inutile, se non arriva nelle sue mani" mormorò. "Siamo perduti. E' tutto perduto e inutile."
"No!" gridò il compagno, afferrandolo per le spalle e scrollandolo. "No, non tutto è perduto!" Si arrestò di colpo, come pentito del suo gesto. "Noi lo siamo, ma esiste ancora una speranza, per il resto" seguitò concitato. "C'è una nave, giù al porto. Se gli Ospedalieri riescono a tenere la banchina ancora per un'ora, finché la marea..."
"La fortuna non era scritta nelle nostre stelle, fratello. Ma forse hai ragione, gettiamo ancora i dadi" rispose l'uomo seduto al tavolo, indicando una cassetta rinforzata da bandelle di ferro che giaceva aperta sul pavimento. Frettolosamente, con l'aiuto del compagno, vi depose dentro il suo lavoro, chiudendola con una cinghia di cuoio.
Sulla tavola c'era una lunga spada dall'elsa crociata, chiusa nel fodero. La prese e fece l'atto di cingersela al fianco. Ma poi cambiò idea e si avviò rapido verso la porta seguito dall'altro, che teneva la cassetta stretta sotto il braccio.
Appena fuori, vennero investiti dallo strepito furioso della lotta. Il rullo dei tamburi accompagnava l'assalto dei saraceni all'ultimo baluardo ancora in possesso dei cristiani, la Volta d'Acri. Percorsero un tratto delle mure, lungo uno stretto camminamento merlato. Sotto i loro occhi, nella vallata sabbiosa, gli assalitori stavano riarmando le due gigantesche catapulte. Decine di uomini, sferzati a sangue dagli eunichi della guardia personale del sultano, cercavano di sospingere le macchine alte come torri verso una nuova linea di tiro.
Il più anziano si soffermò un istante, osservando la scena con attenzione. "Vogliono colpire il porto. Affrettiamoci."
Tutto precipitava in un caos di grida, oridini e imprecazioni. Gruppi sparuti di armati stavano accorrendo verso la breccia, mentre in senso inverso uomini, donne e bambini in preda al panico si agitavano senza meta, chini sotto il peso di involti e masserizie, cercando uno scampo impossibile.
Intanto, abbandonati gli spalti, i due uomini si erano immersi nel dedalo di viuzze che tagliava il centro dell'abitato. Procedevano rapidamente, cercando di aprirsi la strada tra la folla terrorizzata diretta verso l'approdo. In fondo a una discesa intravidero il porto interno, protetto da un muro ancora in piedi. C'era una nave, come avevano sperato. Una nera galea inclinata sul lato di tribordo, la chiglia in secca per la marea ancora bassa. Sulla vela raccolta contro l'albero si scorgeva il rosso della croce. A poppa garriva uno stendardo nero, appena temperato dal bianco di un teschio. Un movimento convulso animava il ponte. Sul tavolato tutto l'equipaggio in armi era intento a respingere a colpi di remo la massa dei profughi che cercava disperatamente di issarsi a bordo.
Si gettarono entrambi nell'acqua bassa, facendosi largo a forza tra i fuggitivi, schiacciando e calpestando i corpi di quanti erano scivolati sul fondo limaccioso. Avanzarono faticosamente fino a raggiungere la fiancata, appena sotto la polena. La punta di una lancia passò pericolosamente accanto alle loro teste, tra grida di minaccia.
"Non vogliamo salire.Ma prendete questo, per la carità di Dio!" gridò il pià anziano dei due, mentre il giovane alzava sulla testa la cassetta con la forza della disperazione.
In un angolo del castello di prua c'era un piccolo gruppo di profughi, vestiti di abiti nobiliari, che fissavano inebetiti quella scena orrenda.
A quel grido uno di loro si scosse. Abbandonò la donna che stringeva tra le braccia, avvicinandosi alla murate. Si protese verso il basso e riuscì ad afferrare la cassetta dalle mani del giovane. "Che cosa devo farne?" gli chiese.
"Al Tempio. Che giunga lì" rispose l'uomo, additando lo stendardo sulla poppa.
"Cosa c'è dentro?" Sembrava che il nobiluomo stesse per aggiungere qualcosa, ma la sua voce fu soffocata da un suono improvviso. Con uno scricchiolio lo scafo della galea si era mosso, sollevato dall'onda montante. Poi era tornato a adagiarsi sul fondo, di nuovo stridendo in ogni commessura. In quel momento il sibilo del serpente si ripetè, seguito dopo un attimo dal fragore di un'enorme colonna di acqua e fango a poche braccia dalla fiancata. L'onda scatenata dall'impatto aveva sommerso decine di profughi, tra urla di panico spaventose, smuovendo nuovamente la chiglia della nave dal fango.
Il giovane riuscì a tornare con la testa fuori, ansimando. Cercò disperatamente il compagno, ma non ce n'era traccia tra i corpi che annaspavano intorno a lui.
"Cosa c'è dentro?" gridò ancora l'uomo dalla galea. Intorno a lui i marinai avevano preso a far leva con i remi contro il fondale, cominciando a sospingere l'imbarcazione verso il largo.
"La verità!" ebbe ancora il tempo di mormorare il giovane, mentre un secondo sibilo attraversava l'aria sopra la sua testa.
dal libro I delitti del mosaico di Giulio Leoni

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