sabato 5 gennaio 2008

Dolce per sé di Dacia Maraini



6 dicembre 1988

Cara Flavia,

la cosa che mi dispiace è che non ti sento neanche più al telefono. Eppure non abitiamo lontane: tu a Trastevere e io ai Prati. In linea d'aria due chilometri. Un piccione viaggiatore ci metterebbe tre minuti ad andare da me a te; gli potrei attaccare un biglietto alla zampa. Che cosa ci scriverei? qualcosa sul folletto di cui sei stata molto curiosa in passato. L'altro giorno, sai che ha fatto il mio folletto? E' sceso dalla sua cuccia in mezzo ai libri ed è venuto a sedersi sulla mia macchina da scrivere. Volevo cacciarlo perché mi impediva di scrivere. Ma lui niente: mi ha fatto capire che si è stufato. Sai, il folletto non parla, emette piccoli stridi come una rondine in volo. Per fortuna ho imparato a capirlo. Dice che il mio continuo battere sui tasti gli ha fatto venire il mal di testa, proprio come succede a tua madre quando tu ti rifiuti di mandare giù il pollo a pezzetti o le patate schiacciate nel piatto.
Così gli ho detto: va bene, smetto di scrivere per un pò; ma che facciamo? E lui mi ha fatto capire che voleva giocare. Ma a cosa? Alle filastrocche. Io lo so che questo gioco gli piace molto. Ne conosco tante di filastrocche ma a lui non bastano mai.
E ne vuole sempre di nuove.
Tu ne conosci di filastrocche, Flavia? Al folletto piacciono molto quelle siciliane, come per esempio quella che dice: "Senza tuppu n't'appi, cu tuppu t'appi, come t'appi t'appi, basta che t'appi t'appi". Uno scioglilingua più che altro. Tu dirai: ma che significano tutti questi tappi? Il fatto che è in siciliano "t'appi" sta per "ti ebbi". La filastrocca rivela la soddisfazione di un giovanotto che dice alla sua ragazza: "senza il tuppo (la crocchia) non ti ho avuta, con il tuppo ti ho avuta, come ti ho avuta ti ho avuta, basta che ti ho avuta". E' una filastrocca antica, forse di un secolo fa. A quell'epoca le donne usavano portare i capelli raccolti sulla nuca con le forcine. Per questo era considerato un grande segno di passione la perdita delle forcine e lo scioglimento dei capelli: "Ohi che cascata!".
Un'altra filastrocca che piace molto al folletto è quella dell'acqua e del pozzo: "Tira tira l'acqua u puzzum non vagnare sta cucuzza, vagna vagna sta cicoria ohé/ Uni o babbi, uni o mammi uni o manci iu". Questa filastrocca piace anche a tuo zio Edoardo perché si può cantarla in coro, a catena: quando uno arriva alla fine della prima strofa l'altri riprende dall'iniziom come si fa con Fra Martino, campanaro, lo stesso gioco di incastri sonori.
E che dire di quell'altra filastrocca inventata per fare inciampare la lingua delle signorine e costringerle a pronunciare una parola proibita? "Li pene cu lu pani nun su pene, le vere pene sunnu senza pani."
Tuo zio Edoardo, come il mio folletto, ama le filastrocche perché sono ritmate, gli ricordano il ballo.
Lui, in realtà non sa ballare, o per lo meno i suoi piedi non sanno ballare, sono goffi e lenti, ma le sue mani, il suo collo, i suoi occhi, la sua schiena conoscono il ritmo meglio di un ballerino spagnolo. Quando ha il violino al collo, si butta in balli antichi deliziosi quali la giga, il salterello, la contraddanza, il minuetto, la sarabanda, la bourrée, inseguendo i pensieri musicali più gioiosi di Bach, di Vivaldi, di Paganini, di Mozart.
Il ballo gli piace come a me piacciono le storie. Qualche volta gli dico: mi racconti una storia? Ma che storia? Be', di quando eri bambino per esempio. Lo dico perché non mi stanco mai di ascoltare che racconta della sua "bambintù" come diceva un mio amico inglese traducendo a modo suo la parola inglese childhood.
E tuo zio Edoardo racconta, se insisto, di quando andava in giro per la casa seduto sul pitale e non aveva neanche due anni. La madre gli chiedeva: "Com'è la pupù, Dodolino?". E lui rispondeva: "Dddura" con tre D. O di quando sua madre lo lavava dentro un mastello di legno e lui schizzava l'acqua da tutte le parti urlando: "Ti sprizzo".
Io l'ho visto quel bambino dentro la tinozza. Sta al centro di una piccola fotografia in bianco e nero. Ha una faccia tonda, felice, che ride gongolando, mentre un braccetto dai rotoli di carne inanellata si sporge verso la madre vicina che però non si vede.
Oppure mi racconta di quando tutta la famiglia era in ambasce perché lui continuava ad affermare, con cocciutaggine che voleva "la bella ratta" e nessuno riusciva a capire cosa fosse questa "ratta". "Ma tu lo sapevi?" gli ho chiesto e lui ha risposto che no, non lo sapeva neanche lui. "Sono cose successe quando avevo appena cominciato a pronunciare le prime parole. Mia nonna sostiene che la "ratta" era il violino ma credo che siano solo mitologie nonnesche."
A giudicare dalle fotografie tuo zio Edoardo era il bambino più pacifico, più cicciotto, più ridanciano che si possa immaginare. Poi, verso i tredici anni "sono cambiato, non so perché, sono diventato impacciato, sobrio e timidissimo".
A quindici anni ha cominciato a farsi crescere le basette, ha preso ad innamorarsi di ragazze dall'aria sfuggente, decidendo che da grande avrebbe fatto il violinista, anche se il suo primo strumento era stato il pianoforte. Che ancora oggi sa suonare con disinvoltura.
"Prima ero socievole, allegro, fiducioso, poi sono diventato solitario e orso" dice di sé tuo zio. E c'è da credergli. Basta confrontare i ritratti di quando era un bambino tondo e ridarello con quello di un adolescente con le basette che gli allungano malinconicamente la faccia. Lo sguardo è caparbio e sognante, il ciuffo seducente gli scivola sulla fronte annuvolata.
Quale sia stato dei due Edoardi a farmi innamorare è difficile dire. Forse un misto di tutti e due i caratteri che in lui continuano a convivere alternandosi di momento in momento. Diventando più maturo, si direbbe che quella allegria fiduciosa torni a prendere il sopravvento sulla ritrosia amara dell'adoscente,
Tua Vera.

dal libro Dolce per sé di Dacia Maraini

Nessun commento:

Posta un commento