domenica 20 gennaio 2008

Colomba di Dacia Maraini


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Quando meno se lo aspetta, il personaggio Zaira le fa trovare sul tavolo da lavoro, fra le carte, una fotografia, una lettera. Questa volta si tratta di un ritratto in bianco e nero che rappresenta una coppia. Lui vestito da sposo con un incongruo berretto da ferroviere ben calcato in testa, i baffi folti, un ombrello chiuso, puntato contro il pavimento. Lei, il braccio infilato in quello dello sposo, indossa un vestito lungo, scuro, porta due orecchini d'oro che ciondolano, un colletto ricamato le si apre discreto e modesto su un collo largo e corto. I capelli sono tirati all'indietro. Nella sua mano destra tiene una rosa, sollevata goffamente all'altezza del seno. Dietro diloro si intravede una tenda scura drappeggiata ad arte. Si capisce che sono in posa presso un fotografo e no sono usi a essere ritratti. Lui ha una faccia larga, severa, lei sembra sbalordita. Tiene lo sguardo fisso sulla macchina, la bocca appena imbronciata. Avràè sì e no sedici anni. Lui sembra di poco più vecchio, ma non supererà i venticinque anni.
"Questo è il pastore abruzzese che ha dato origine alla nostra famiglia" spiega il personaggio Zaira con voce suadente, "ho raccolto carte, lettere, fotografie: per lo meno a questo mi è servita la scomparsa di Colomba, a conoscere meglio la mia famiglia di cui mi ero poco curata fino a ora. Dove cominciano le radice e quando? e come si rivelano quelle caratteristiche ripetitive che distinguono una famiglia dall'altra? Solo dopo avere perso 'Mbina ho preso a frugare tra le carte di cas che giacevano dimenticate in cantina. Non sono riuscita ad andare più lontano di questa fotografia. Il resto si perde nel nulla."
Un personaggio diligente, commenta fra sé la donna da capelli corti, un personaggio solerte che si è già guardato indietro con attenzione, senza aspettare che lo facesse l'autrice per lei. Nella voce ha qualcosa di morbido e ingenuo, nello stesso tempo di preciso e scupoloso che le suscita qualche curiosità. Continua a dirsi: la vicenda di Zaira e la scomparsa di Colomba non mi interessano. Ma poi il suo orecchio, quasi istintivamente, si mette all'ascolto di quella voce, di quella storia, anche se si suoi pensieri girano in tondo riottosi.

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Zaira si arrampica lungo qualcosa che non si può più chiamarsi sentiero: una traccia che porta l'impronta di qualche zoccolo di capra. Pietre e poi pietre, una infinità di sassi bianchi: Ogni tanto un enorme masso si materializza davante a lei ostruendole il passaggio. Zaira si ferma a misurare con gli occhi quel macigno striato di nero e l'enorme faggio che, cresciuto addosso alla pietra, non ha trovato di meglio, per allungare le radici, che inglobarla. Le sue spesse braccia di legno si tendono e si avvolgono attorno al masso con un gesto possessivo e strategico, commovente da osservare. Ora il macigno dalle lunghe scanalature brune in cui scorre l'acqua piovana, è completamente racchiuso fra le volute del faggio che non vuole stritolarlo, ma solo farsene un appoggio contro le continue slavine. A guardare da un lato, pare che l'albero nasca dall'interno del blocco di roccia che, da solido e granitico, si fa midollo tenero e corteccia odorosa.
Zaira decide di aggirare il macigno infilando un piede in mezzo all'intrico di rami e rametti spinosi: un cespuglio di roselline selvatiche se ne sta appoggiato contro il tronco bitorzoluto del faggio. Appena allunga il passo, un lungo serpentello vegetale le si attorciglia attorna alla gamba, le strappa i lacci delle scarpe, le tira i calzerotti come per fermarla nel suo camminare verso l'ignoto. Ma non si fa scoraggiare. Si arresta in mezzo agli spini, si china a liberare il piede preso prigioniero, si riallaccia la stringa pungendosi le dita a sangue.
L'angelo, che più volte ha protestato e minacciato di andarsene a casa da solo, è lì che arranca brontolando. Le sua ali troppo lunghe e frangiate stanno soffrendo di quel percorso nei boschi. Gli aculei si infilano fra le ali, bucandole, stracciandole. Sul loro cammino rimangono delle piumette sbrindellate, come se il passo della donna fosse accompagnato da un grosso pollo goffoe maldestro. Fungo, che non ha nessuna voglia di farsi pungere, con una corsa scende una trentina di metri verso valle e poi risale trafelato dall'altra parte, fino a presentarsi davanti a Zaira, con la lingua ciondoloni e la bella coda festante.

dal libro Colomba di Dacia Maraini

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